Vuolsi notare a benefizio di tutti i dimostratori in filosofia naturale etc., che, appena la moglie del trombettiere ebbe finito di leggere in privato alla Badessa di Quedlingberg, incominciò in pubblico, sopra uno sgabello, in mezzo alla piazza d'arme; e turbò fieramente gli altri dimostratori, tanto che la parte migliore della città subito traeva a sentirla. Ma quando il dimostratore in filosofia, – esclama qui Slawkenbergius, – ha per apparato una tromba, chi è di grazia il rivale di dottrina, che pretenda essere ascoltato a preferenza? Mentre gl'ignoranti pei condotti della nozione si affaccendavano a scendere in fondo al pozzo dove la Verità tiene la sua piccola corte, i maestri smaniavano altrettanto di tirar su il vero colle trombe pei condotti della induzione dialettica; – nè si brigavano dei fatti, – ragionavano. Ma professione al mondo non avrebbe meglio illustrato il soggetto, che la Facoltà medica, dove non si fosse smarrita a disputare intorno le glandule e i tumori edematici; – e così non ci fu verso di veder lume; – e il naso del Forestiere non avea nulla di comune colle glandule, e coi tumori edematici. Però fu dimostrato a sufficienza, che quella massa ponderosa di materia eterogenea non poteva ammucchiarsi al naso mentre l'infante era nell'utero, senza tor l'equilibrio alla bilancia del feto, e collocar bello e gonfio quel naso sul volto nove mesi prima del tempo. Li oppositori concedevano la teoria, – negavano le conseguenze. — E se convenienti vene, ed arterie, – ripigliavano i primi, – a nutrir debitamente quel naso non fossero concorse al principio della sua formazione, pria che venisse al mondo, (lasciando il caso delle glandule), non avrebbe potuto regolarmente crescere, e dipoi sostentarsi. — A questo rispondeva una dissertazione su gli alimenti, e l'effetto, che gli alimenti producono nel distendere i vasi, e il crescere e il prolungarsi delle parti musculari al massimo incremento, e alla massima espansione immaginabile. E nel trionfo di questa teoria, giunsero ad affermare, che in natura non v'era ragione, perchè un naso non potesse arrivare alla grossezza dell'uomo stesso. Rispondevano non potersi avverare l'evento, finchè l'uomo avesse uno stomaco solo, e due polmoni. — Lo stomaco, – dicevano, – è l'organo destinato unicamente a ricevere il cibo, e convertirlo in chilo; i polmoni sono la macchina, che lavora il sangue; e quest'ingegni nell'adempiere alle proprie funzioni hanno misura dall'appetito, – o ammettendo possibile, che l'uomo carichi di soverchio lo stomaco, la natura ha dato confine ai polmoni; quei visceri ebbero grandezza e forza determinata, nè possono elaborare una certa quantità, che a spazio fisso di tempo; cioè producono tanto sangue, che basti a un uomo solo, e non più; – e se vi fosse tanto naso che uomo, provavano, che dovrebbe seguitare necessaria cancrena; e perchè non v'era da sostentare ambedue, o il naso sarebbe caduto dall'uomo, o l'uomo inevitabilmente dal naso. — La natura si accomoda a queste emergenze, – gridavano gli oppositori; – altrimenti, che direste voi d'uno stomaco intero, di due polmoni interi, e d'un uomo mezzo, cui sventuratamente un cannone abbia tronche le gambe? — Ei muor di pletora, – riprendevano, – o sputa sangue, e in quindici giorni, o al più tre settimane, va consumato a babboriveggoli. — Non è così, – ripigliavano li oppositori. — Così non fosse! – rispondevano gli altri. Quelli spiriti curiosi, che indagano l'interna natura, e i suoi fatti, sebbene andassero d'amore e d'accordo per un buon tratto di via, finalmente si divisero intorno al naso in tante opinioni, quante quelle dei medici stessi. Statuivano pacatamente, che le varie parti del corpo umano avevano un ordine, e una proporzione geometrica corrispondente ai suoi vari uffici e funzioni, nè potea trapassarsi fuorchè con certi limiti; e benchè la natura talvolta scherzasse, scherzava anch'ella in un certo circolo, nè potevano conceder nulla al di là del suo diametro. Più che altra classe di letterati, i Logici si tenevano stretti all'argomento, e cominciavano e finivano con la voce naso; e se non era una petizione di principio, nella quale fin dalle prime andò a batter di capo uno de' più capaci tra loro, la quistione sarebbesi terminata in un fiato. — Un naso, – argomentava il Logico, — non può sanguinare senza sangue, e sangue che circoli a produrre il fenomeno con una serie di gocciole; – e una corrente altro non è, che una serie più veloce di gocciole. – Ora la morte non essendo, che il ristagnamento del sangue.... — Nego la definizione; la morte è la separazione dell'anima e del corpo, – disse il suo antagonista. — Dunque non ci combiniamo nell'arme, – riprese il Logico. — Dunque la quistione è terminata, – rispose l'antagonista. Furono più concisi i Giurisperiti, e quanto profferivano aveva meglio sembianza di decreto, che di contesa. — Quel naso mostruoso, – dicevano, – se fosse vero, non potea sofferirsi agevolmente nella civil società; se poi falso, ingannare così la società con segni mentiti era un violare altamente i suoi diritti, e però gli si dovevano anche meno rispetti. — A questo obbiettavano unicamente, che, se provavasi alcuna cosa, era, che il naso dello Straniero non appariva nè vero, nè falso. E questo diè luogo di seguitare alla controversia. — Sostenevano gli avvocati della Corte Ecclesiastica, che nulla potea vietare un decreto, dacchè il Forestiere ex mero motu confessava essere stato al Promontorio dei Nasi, dove se n'era procurato uno de' più belli etc., etc. — Rispondevano a questo, essere impossibile che vi fosse il Promontorio dei Nasi, e i dotti non lo sapessero. Il commissario del Vescovo di Strasburgo prese le parole dell'avvocato, e chiarì la materia con un trattato sulle frasi proverbiali, dimostrando loro il Promontorio dei Nasi, come semplice espressione allegorica, significante, che la natura lo aveva dotato di lungo naso; e come prove citava dottamente infinite autorità, che fuor di dubbio avrebbero deciso la causa, se non fosse apparito, che 90 anni prima erano servite a terminare una questione intorno alcune franchigie di un decano. Intanto avveniva, – nè dirò sventuratamente pel Vero, poichè così facendo gli davano leva da un'altra parte, – intanto avveniva, che le due Università di Strasburgo, la Luterana fondata il 1538 da Giacomo Sturmis consigliere del Senato, e la Papale da Leopoldo Arciduca d'Austria, impiegavano tutta la forza del loro sapere, (tranne quel po' di tempo, che richiedeva l'affare della Badessa di Quedlingberg intorno agli sparati delle gonnelle), a determinare il punto della dannazione di Martino Lutero;......... ....... ma il naso grosso del Forestiere distolse l'attenzione del mondo da quanto avevano tra mano, – e lor convenne seguitar la corrente. Nè fu ritegno la Badessa di Quedlingberg, e le sue quattro prime dignità; il naso grosso del Forestiere mosse ai dottori la fantasia, quanto il caso di coscienza; e però l'affare degli sparati delle gonnelle fu per un tratto sospeso; in somma gli stampatori ammannivano i tipi, e dispute d'ogni maniera corsero in pubblico. Tu avresti potuto più agevolmente mettere insieme un vescovo e un tegame, che indovinare da qual parte del naso si sarebbero tratte le due Università.
— È sopra la ragione, – gridavano da una parte alcuni Dottori.
— È sotto la ragione, – gridavano degli altri.
— È fede, – gridò uno.
— È un archetto da violino, – rispose l'altro.
— È possibile.
— È impossibile.
— Infinita è la potenza di Dio, – gridavano i Nasisti, – può far quanto vuole.
— Non può far nulla, – ripresero gli Antinasisti, – che in sè comprenda contradizione. — Può far che la materia pensi, – dissero i Nasisti. — Già, come tu dell'orecchio d'una scrofa puoi farne un berretto di velluto, – risposero gli Antinasisti. — Non può fare, che due più due facciano cinque, – dissero i Cattolici. — Non è vero, – risposero gli oppositori. — La potenza infinita è potenza infinita, – dissero i dottori che affermavano la realtà del naso. — Si estende solamente a tutte le cose possibili, – rispondevano i Luterani. — Dio del cielo! – esclamavano i Cattolici, – se così crede, può fare un naso grosso come il campanile di Strasburgo. — Ora il campanile di Strasburgo essendo il più grosso e il più alto campanile che si veda nel mondo, gli Antinasisti negavano, che un naso di 575 piedi geometrici in lunghezza potesse portarsi almeno da un uomo della comune statura. I Cattolici giuravano di sì. — No, non può essere, – dicevano i Luterani. — E questo suscitò nuova contesa, che portarono innanzi gran tratto, intorno l'estensione e i limiti degli attributi morali e naturali di Dio. Non s'intese più nominar parola del naso del Forestiere, che servì appunto come di fregata a lanciarli nel golfo della teologia scolastica, e quivi navigavano a vele spiegate. Lo scaldarsi sta in proporzione alla mancanza del vero sapere. La controversia degli attributi etc. invece di raffreddare aveva all'incontro scaldate più che mai le immaginazioni strasburghesi, e quasi fuor di misura. Meno intendevano, e più maravigliavano, ma furono lasciati nell'angoscia del desiderio non appagato. Vedi carità dei loro dottori! Da una parte quei della cartapecora, dell'ottone, e della trementina, – dall'altra i Cattolici, s'imbarcano tutti, e son già fuor delle viste, come Pantagruello, e i suoi compagni, che vanno a cercar l'oracolo della Bottiglia. E i poveri Strasburghesi abbandonati sul lido! che fare omai? – nullo indugio di mezzo; – cresceva il tumulto, e le porte vennero aperte. Sfortunati Strasburghesi! nel magazzino della natura, nell'armadio delle scienze, nell'arsenale del caso, fu lasciata forse indietro una macchina per tormentare la vostra curiosità, per suscitare i vostri desideri, che la mano del fato non accennasse onde potesse operare sul vostro cuore? Io non tingo la penna a scusarvi della resa che faceste, ma scrivo le vostre lodi. Mostratemi una città così travagliata dalla espettazione, senza mangiare, bere, o dormire, o pregare, o intender le voci del cielo e della natura, pel corso di giorni ventisette, e ditemi poi se avrebbe sostenuto un giorno più a lungo! Al ventottesimo il Forestiere cortese aveva promesso di ritornare. Settemila carrozze, (e credo, che Slawkenbergius abbia sbagliato nel conto), settemila carrozze, quindicimila calessi a un cavallo solo, ventimila carri, si affollavano insieme serrati, e pieni di senatori, di consiglieri, di sindaci, di beghine, di vedove, di mogli, di vergini, di concubine etc. La Badessa di Quedlingberg con le sue quattro prime dignità guidava la processione in una carrozza, e il decano di Strasburgo con le quattro prime dignità del suo Capitolo le veniva alla manca; i rimanenti seguitavano a rifascio come meglio potevano, – a cavallo, a piedi, in vettura, pel Reno, per questa via, per quell'altra; tutti insomma uscivano incontro al Forestiere cortese. Noi precipitiamo alla catastrofe del nostro racconto. — Io dico catastrofe, (esclama qui Slawkenbergius), perchè un racconto regolarmente disposto nelle parti, non solo va lieto della catastrofe, e della peripeteia d'un dramma, ma gode ancora di tutte le altre parti, che ne fanno l'essenza; ed ha la protasi, l'epitasi, la catastasi, la catastrofe o peripeteia, succedentisi fra loro in quell'ordine, che prescrisse Aristotele, senza le quali, – dice Slawkenbergius, – un racconto non dovrebbe narrarsi ma invece tenerselo in cuore; e in tutte le mie dieci decadi io Slawkenbergius ho tenuto ogni mio racconto strettamente annodato alla regola da me seguita in questo del Forestiere, e del suo naso. Dalle prime parole alla sentinella fino al punto che lascia Strasburgo dopo aver cavate fuori le brache di seta chermisi, è la protasi, ovvero l'introduzione, dove si toccano i caratteri dei personaggi così di volo, e il soggetto è lievemente incominciato. L'epitasi, dove l'azione progredisce fino all'ultimo grado chiamato catastasi, e che d'ordinario comprende il secondo, e il terz'atto, è rinchiusa in quell'operoso periodo del mio racconto, cioè dal tumulto della prima notte fino a che la moglie del trombettiere fa la sua lezione in mezzo di piazza d'arme. E dall'entrar che fanno i dottori nella questione fino a che sciolgon le vele, lasciando desolati li Strasburghesi sul lido, è la catastasi, ossia quella parte in che gli avvenimenti e le passioni sviluppano, prorompendo nel quint'atto. E questo comincia dall'uscir che fanno li Strasburghesi sulla via di Francfort, e finisce strigando il labirinto, e conducendo l'eroe dallo stato di agitazione, (così lo chiama Aristotele), allo stato di riposo, e di quiete. E questo, – dice Hafen Slawkenbergius, – costituisce la catastrofe o peripeteia del mio racconto, e questa è la parte che imprendo a narrare. Lasciammo il Forestiere dietro il sipario a dormire; or vien sulla scena. — E perchè rizzi le orecchie? è un uomo a cavallo,.... — fu l'ultima parola, che il Forestiere disse alla mula; e allora non tornava bene far sapere al lettore, che la mula prese in parola il padrone, e senz'altro lasciò passare il viandante e il suo cavallo. Il viandante studiavasi a tutta fretta di giunger la notte a Strasburgo. — Pazzo, che non son altro! – poi disse fra sè, dopo aver cavalcato circa una lega: – pazzo, che non son altro! se penso d'entrare in Strasburgo stanotte. Strasburgo! Strasburgo la grande! Strasburgo la capitale di tutta l'Alsazia! Strasburgo città imperiale! Strasburgo stato sovrano! Strasburgo munita di cinquemila dei migliori soldati che sieno! Ahi! se ora fossi alle porte di Strasburgo, non mi farebbero entrare per un ducato, nè per uno e mezzo; – è troppo; – e il meglio è tornarsi all'ultimo albergo da dove sono passato, che fermarsi io non so dove, o donare io non so quanto. Il viandante così meditando girò la testa del cavallo, e giunse all'albergo tre minuti dopo che il Forestiere era stato condotto alla sua stanza. — Abbiamo del lardo, e del pane, – diceva l'oste, – e all'undici avanzavano tre uova, ma un Forestiere, che arrivò, non è un'ora, se le fece acconciare in frittata, e non abbiamo più nulla. — Ahimè! – disse il viandante; – affaticato come sono, non mi bisogna che un letto. — E morbido quanto altro mai dell'Alsazia, – riprese l'oste, – e ci avria dormito il Forestiere, perchè è il migliore che io m'abbia, se non era per via del suo naso. — Gli è forse venuto un flusso di sangue? – favellò il viandante. — No, ch'io sappia, – diceva l'oste, – no davvero; ma Giacinta, (e in questa accennava dello sguardo la fantesca), immaginò, che il letto non fosse capace tanto, che egli vi potesse rivolgere il suo naso. — Come mai? – sclamò il viandante, facendosi indietro. — È un naso tanto lungo, – ripigliò l'oste. Il viandante fissava gli occhi sopra Giacinta, poi li fissava al suolo; si piegò sul ginocchio diritto, e si pose una mano sul petto. — Voi già non beffate l'ansia del mio desiderio? – diss'egli, come risorse. — No, in verità, – rispondeva Giacinta, – è un naso magnifico. — Il viandante s'inginocchiò nuovamente, – si pose la mano sul petto, – e guardando al cielo diceva: — tu m'hai condotto al termine del mio pellegrinaggio; egli è Diego. — Era il viandante fratello di Giulia tanto invocata dal Forestiere, la notte che cavalcando la mula si dipartì di Strasburgo; e veniva in cerca di lui, pregato dalla sorella, la quale accompagnò da Valladolid in Francia traversando i Pirenei; e gli fu mestieri superare infinite difficoltà cercandolo pei molti andirivieni e voltate improvvise, onde è composta la spinosa via d'un amante. Ma Giulia soccombeva, – nè potè muovere un passo fuor di Lione, dove per gli affanni di un tenero cuore, (ne favellano tutti, ma è raro chi sente), si giacque malata, – e appena ebbe forza di scrivere a Diego una lettera; e avendo scongiurato il fratello a non volerla giammai rivedere, se prima non lo avesse trovato, gli mise nelle mani la lettera, e andossene a letto. Ferdinando, (così aveva nome), non ostante il letto morbido quanto altro mai dell'Alsazia non potè chiudere un occhio, e come fu giorno si levò, e sentendo che Diego ancora era levato entrò nella camera disobbligandosi della sua commissione. Così diceva la lettera:
Signor Diego!