Non dare orecchio alla forsennata! Fuori, fuori di questo luogo malaugurato!
Maria
Il trono d'Inghilterra è da una bastarda profanato: – il nobile Popolo Brittanno è da una scaltrita giocolatrice ingannato. Se il Dritto regnasse, or voi sareste nella polvere dinnanzi a me, perchè io sono la vostra regina.
(Elisabetta parte rapidamente; i Lordi la seguitano nella più alta confusione).
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SISMONDO DE SISMONDI
SISMONDO DE SISMONDI — DI ALFREDO REUMONT —
L'Italia più d'ogni altro paese ha sempre attratto ed occupato di sè i forestieri; nè intendo per questo ch'ella se n'abbia a rallegrare; poichè cosa abbia fruttato questa forza d'attrazione, osservata sotto l'aspetto politico, noi lo vediamo ogni giorno con gli occhi nostri senza bisogno di svolgere le pagine dei suoi annali, e sotto l'aspetto letterario ce lo dimostrano quelle infinite sozzure, le quali anno per anno riboccano dai torchi di Francia, d'Inghilterra, e sopratutto d'Alemagna, il perchè fu detto ingegnosamente l'Italia essere stata mai sempre oltraggiata in antico dalle armi, e adesso dalle penne dei Barbari che la visitano. – Ma per fortuna, e come ragion vuole, non sono mancati mai a quando a quando uomini ragguardevoli, che facessero questa terra soggetto dei loro studi, e massimamente nel genere storico gl'Italiani vanno debitori d'assai ai forestieri. E per non dire dei più antichi, e di quei tanti che trattarono la Storia delle Arti, Roscoe, Hallam, Shepherd, Perceval, Ginguené, Daru, Fauriel, Artaud, il Duca de Luynes, Lebret, Bouterweck, Voigt, Schlosser, Savigny, Raumer, Hurter, Rancke, Witte, Leo, Gervinus, Barlhold, Höfler, C. Meyer, Rudelbach, Gaye, Papencordt, Dönniges, ed altri molti, hanno pagato un ricco tributo di devozione e di affetto al bel paese ove il sì suona. Ma più di tutti è da nominarsi il Sismondi, e per quanto egli si occupasse seriamente d'altri popoli ancora, e d'altri paesi, il suo cuore appartenne all'Italia, e agli Italiani, e s'immedesimò nella gloria e nella grandezza di lei, e partecipò caldamente ai suoi avversi destini, considerando quella terra come sua patria, e come amici e fratelli i suoi abitatori.
Gio. Carlo Leonardo Sismondo De Sismondi, nacque a Ginevra il 9 maggio 1773. Egli apparteneva a famiglia di origine Toscana, e nel Canto XXXIII dell'Inferno di Dante, Ugolino della Gherardesca insieme ai Gualandi e ai Lanfranchi rammenta i Sismondi tra le grandi casate di Pisa. Al principio del Secolo XVI questa famiglia cambiò l'Italia colla Francia, e dipoi colla Svizzera francese. Egli non aveva anche bene 20 anni, che la Rivoluzione lo cacciò co' suoi in Inghilterra, e ritornato lo multò di pecunia e di prigione, poi lo ricacciò di nuovo, ma questa volta in Toscana, dove sulle prime, e durante la conquista francese, ebbe a sostenere più e diverse vicende. Per la qual cosa nel proemio agli Studi sull'Economia politica si esprime per tal modo: «Per lo spazio di 16 anni io sono stato iteratamente il giuoco delle rivoluzioni, che la lotta cominciata nell'ottantanove suscitò in ogni parte del corpo sociale. Ho sofferto nella persona e negli averi, e ho riguardato da vicino le passioni del popolo mescolandomi a quelle, e così ogni studio e meditazione di cui fossi capace ho congiunto a quella esperienza che mi diedero gli avvenimenti, dei quali talvolta mio malgrado fui testimone».
Sulla riva destra dell'Arno tra Firenze e Lucca giace una grande vallata per dove scorre la Nievole, che le dà il nome, in alcuni luoghi paludosa e malsana, ma più in antico, perchè nelle battaglie di quei vicini stati fino ai tempi del gran Castruccio interi eserciti su quel suolo perivano, ed oggi assai meno, perchè il male in gran parte fu rimediato. La valle però nel complesso è oltremodo fertile, e coltivata accuratamente a guisa d'immenso giardino, traversata da una fila di colline ricche di viti, e a settentrione difesa dalle selvose e pittoresche montagne di Pistoia. Chi poi da Pistoia movendo scende giù per le forre di Serravalle alle salutifere e frequentate sorgenti di Montecatini, e di là si reca alla deliziosa Pescia capoluogo della valle, comprende appieno la bellezza di questo paese, di cui il Sismondi ritrasse con sì liete immagini l'agricoltura, e gli uomini. A Pescia pertanto dimorò lungo tempo il Sismondi, rattenendolo ancora i legami di famiglia, perchè la sua sorella Sara si maritò con un gentiluomo assai riputato del luogo, Antonio Cosimo Forti, il di cui figlio Francesco, giovane di bellissimo ingegno, e giureconsulto profondo, fu rapito troppo presto alle scienze; e quivi più tardi egli si comperò un possesso, e in ultimo vi passò molte ore felici nel 1836, e 37. E fu nella sua lunga dimora in Toscana, che gli si destò nell'animo l'idea di scrivere la Storia d'Italia del Medio-Evo; e con quella diligenza e tenacità proprie di colui, che dalle indagini severe del soggetto aveva inferito e misurato la grandezza e le difficoltà dell'impresa si consacrò a quegli studii, che dovevano abilitarlo all'esecuzione del suo disegno. E circa il 1800 principiarono le sue ricerche, e otto anni dopo comparve la prima parte della Storia delle Repubbliche Italiane del Medio-Evo. Tornato a Ginevra continuò i suoi studii, tenne lezioni di Storia politica e letteraria in un cerchio d'uomini e di donne, prese molta parte nel governo e negli affari, fece lunghi viaggi nella sua patria, in Inghilterra, in Alemagna, e visitò da capo l'Italia, di cui apprese a conoscere ogni luogo, di cui prediligeva gli abitatori, e dove trovò tante e siffatte accoglienze, e cortesie, e ricambi d'amore, che dovevano a forza far buono al suo cuore. E i segni d'amicizia e di reverenza, che gli erano fatti colà, soleva pregiare più altamente di quelli, che in egual misura gli erano fatti altrove. Perfino nell'ultima dolorosa infermità, un cancro dello stomaco, ove più o meno sofferse due anni di séguito, lo teneva preso incessantemente il pensiero, compiuta la Storia dei Francesi, di tornarsene a Pescia, e quivi colla sua moglie inglese, alla quale già attempato si era stretto in felice matrimonio, chiudere la vita in mezzo ai suoi nepoti superstiti. E di fatti alla fine del passato Maggio scriveva ad un Fiorentino suo amico, che come prima potesse intendeva venire in Toscana, e aver già mandato una parte dei suoi libri. Ma egli morì il 25 Giugno a Chêne sua villa presso Ginevra.