Il soprastante ha aperta la bussola franco franco, come se fosse stato il padrone, o come un avventore dei buoni. Arrivato in mezzo ha dato il buon giorno, e del compare a un cert'uomo, che stava inchinato sopra una tavola a mettere in sesto non so quali vivande. Il compare s'è riscosso, – s'è rigirato in un fiat, e veduto il soprastante ha fatto subito bocca da ridere, e gli ha reso bene e meglio il buon giorno. Egli ha compreso istantaneamente di che sì trattava. Allora si sono strette le mani come due vecchie conoscenze, – hanno parlato forte, – si son bisbigliati non so che nelle orecchie. Dopo di che il trattore ha lasciato quel che aveva da fare, – si è messo in ordine, e son venuti via di conserva.

Eccoli insieme alle carceri; – già salgono una scala, – due scale, – tre scale; eccoli sul pianerottolo. Il soprastante avanti, il trattore dietro. Ecco, che il primo mette adagio adagio la chiave, – la gira lentamente, quasi che la serratura fosse di vetro, – e prima di sospigner l'uscio ingentilisce la voce, e la manda dentro dicendo:

— È permesso? si può passare?

— Oh bella! se non passate voi, che avete le chiavi, chi deve passare?

— Vossignoria ha sempre ragione; ma io conosco con chi ho da trattare, e i miei doveri non li so d'oggi.

— Bene, bene. Che abbiamo di nuovo?

— Son venuto a sentir quel che occorre, conducendo meco quest'uomo.

— Avete fatto bene. Galantuomo, chi siete?

— Sono un trattore bello e buono, ai servigi di Vossignoria.

— Ah! siete un trattore? siete una cosa più necessaria della prigione.