Pregiatissimo Signor A.***

È una storia lunga la storia dei miei occhi. Questi occhi stanno irremovibilmente ostinati nel male come se ci stessero bene, e non ho trovato mezzi, nè scongiuri da convertirli a vita migliore. È una storia lunga e bizzarra la storia dei miei occhi. Il male non percorre i suoi stadi regolarmente, come gli altri mali; non procede di grado in grado verso un esito qualunque, buono o cattivo; non si contenta neppure di restar sempre sur un piede; ma si muove a zig-zag in un giro capriccioso, contradittorio, in avanti, in addietro, di su, di giù, da manca, da destra. Oggi, per esempio, mi stanno male, – dimani tra il bene e il male, – dimani l'altro malissimo, – il giorno dipoi si piegano al meglio, – quell'altro giorno rincattiviscono, – il giorno seguente non manca che un soffio a guarire, e chi me li vedesse in quel punto giurerebbe, che fra un'ora sarò libero affatto; ma l'ora non è anche trascorsa, che il male fa un voltafaccia, e si rimette in corso passando per tutte le fasi descritte. Che ne pensa il Signor A.*** di questo labirinto inestricabile? Io davvero non so che pensarne; e se questo giuoco all'altalena me lo facesse il cervello, poco m'importerebbe, perchè avere un cervello fermo, o balzano, non guasta il galantuomo, e in fondo in fondo il cervello è una cosa di lusso, poichè si può fare il giro del mondo senza averne una dramma, e vi sono uomini che arrivano alla vecchiaia senza che abbia reso loro altro frutto, che il dolor di capo. Ma gli occhi! gli occhi sono una cosa seria, e quando io penso all'estreme conseguenze, alle quali si può giungere, mi viene un momento di freddo; e quando io mi rammento, che poco fa tra anima e corpo la parte migliore, ch'io mi avessi, era l'occhio, allora mormoro fra i denti, e guardo tutto a traverso, terra, e cielo. Ma qui, Signor A.***, ci deve essere un circolo magico, che impedisce al male di passare, e andarsene pei fatti suoi; qui ci dev'essere una fata, un folletto, un demonio, un non so che di maligno, e d'invisibile, che mi ha scelto per suo passatempo. Io pagherei uno dei miei occhi, oggi che vaglion sì poco, per sapere a qual misteriosa influenza essi obbediscono. E se la cosa è tale, che ci faremo, Signor A.***? Io in quanto a me non ho nulla a rimproverarmi. Osservo i precetti del Medico come tanti articoli di fede. Per tenere il sangue quieto, ho interdetto tutto, – il vino, la venere, le passeggiate, le passioni, i salumi. Ogni mattina bevo la mia tisana, e non serve; mangio lo zolfo, e non basta; ne ho raddoppiato e triplicato la dose, e non giova; mi son raccomandato a tre o quattro Santi di mia conoscenza, e non si è fatto nulla; ho comprato un paio di occhiali, e questi non portano ad altro, che a farmi vedere il mondo color delle viole, e a rendermi il viso più arabico di quello che me lo fece mia Madre.

Dunque, Signor A.***? Oh! davvero era tempo di venire al dunque. Dunque il Signor A.*** passerà quando vuole, e quando se ne ricorda, dal mio banco, a vedere questi poveri occhi così malamente perseguitati. L'intenzione era di scrivere due semplici righe d'invito, ma il caso ha messo insieme più di due pagine, colpa ancora in parte dell'invecchiare che io faccio, in parte della calma beatissima in cui si trova il commercio.

1834?

Suo Servo Carlo Bini.

X.

Ora voi siete veramente infelice, e Dio sa se io adoprerei ogni mia potenza per mutare il vostro destino; ma son uomo anch'io, e debole, e soggetto come tutti gli altri a bere il calice dell'amarezza, e a morire; nè altro posso darvi, che una sterile compassione, e pregare, che l'Oblio diffonda veloce i suoi conforti sopra di voi.

La povera vostra sorella, come mi dite, è morta; e questa nuova mi ha fatto piangere il cuore. Nè tanto mi sono afflitto per la povera giovane morta nell'età del riso e delle speranze; perchè anch'io son giovane d'anni, ma così stanco del mondo, che spesso mi trovo a desiderare la morte; e in verità non credo di riposare fuorchè sotterra. Il mio cuore ha pianto perchè ho pensato, che quando Dio manda una sciagura fra gli uomini, questa non percote mai un'anima sola: – ho pensato al dolore dei parenti e degli amici; – ho pensato, che la vostra sorella era madre, – e l'agonia di una madre travagliata dall'idea di lasciare per sempre i figliuoli delle sue viscere è tormento siffatto, che.... E i figliuoli, che crescono senza lo sguardo della madre, non sono educati dall'amore, e quando vengono al tempo del disinganno non si consolano colle memorie felici dell'infanzia, e mai non hanno provato il più tenero sentimento, che agiti l'anima umana; e quando piangono nessuno li acqueta, e quando ridono nessuno risponde al loro sorriso.

Io senz'altro vi riesco importuno, perchè il vostro sconforto ora è di tal tempera, che non vuol parole, – ma io non ho potuto fare a meno di scrivervi. E non ho scritto per voi, ma piuttosto per sodisfare a me stesso; – e non vi ho scritto per esortarvi alla forza dell'animo, – perchè io so per esperienza, che la Natura è onnipotente, e vuole i suoi diritti, nè si governa colle ciancie dell'uomo. Ora voi siete infelice, e dovete gemere. Ho sentito dire, che Dio mitiga il vento per l'agnello tosato, e Dio voglia che così sia. Non pertanto l'acutezza del presente dolore col tempo verrà scemando, e voi tornerete allo stato di prima; e il pensiere della morta sorella più che di affanno profondo vi darà soggetto di dolce malinconia; ma da poche vostre espressioni comprendo, che siete destinato a poca gioia nel mondo. E vivete scontento della famiglia, e certo è cosa dura trovare la guerra laddove per ogni ragione dovrebbe trovarsi la pace; oltre di che saprete a prova, che l'uomo tanto ha più trista la vita quanto ha più vaste le facoltà del sentimento e dell'intelletto. Voi non dispererete per questo, perchè senza dubbio siete dotato di vigore corrispondente alle avverse fortune; – e insegnare all'uomo, che bisogna soffrire, parmi quasi inutile: questa è qualità naturale, nè costa fatica a conseguirsi, perchè l'uomo fu animale consacrato alla pazienza.

Io posso poco o nulla; e parte per indole, e parte per casi reali, vivo nella inerzia e nello sgomento; ma se credete mai, che io possa valere a nessuno effetto, movete una parola e voi mi troverete sempre il vostro cugino e fratello.