XII.
P.***
Buongiorno. Perlustrando i banchi di T.*** ho visto una turba di libri tedeschi, e me la sono menata meco. Non so se sieno buoni o cattivi figliuoli; però te ne mando due, che leggerai a tuo bell'agio, e in séguito mi dirai di che si tratta.
Che fa A.***? Mi pare un secolo, che io non lo vedo. Come vive, e in che mondo vive? Se vive bene, lascialo stare, che non avesse a perdere il filo; se poi vive male, lascialo stare egualmente, che non avesse a far peggio. Deve operar la Natura. Egli ha sempre un quaderno di mio nelle mani; vedi se ti è possibile di riscattarlo, e me lo renderai quando ti piace. Addio
4 Aprile 1835.
Carlo.
XIII.
P.***
Eccoti il Manifesto, dove non ho potuto raccogliere che la firma di U. – ***N. mi disse non volerne sapere, perchè opera di un Francese, ragione che può valer qualche cosa, e al tempo stesso non valer nulla; o forse fu ispirazione dell'Aritmetica, che gli sussurrò di non sottrarre quattordici franchi alla massa del patrimonio. – X. sta dietro a farsi marito, nè può badare alle Vergini Muse, che poverette oggi son orfane, e non hanno un padre buono a dar loro una dote di dieci mila filippi. Io non prendo moglie, nè mi tormenta l'ansia d'imporre scudo sopra scudo. No, per l'anima di mia madre! io lo posso giurare; non sono, nè sarò un avaro giammai! I giganti quando accavalcavano monte sopra monte tentavano scrollare il trono di Dio, e l'idea animatrice di quel concetto, temeraria se vuoi, era per altro sublime di una grandezza sì terribile da far palpitare anche il cuore di un Dio; ma l'avaro salito sulla piramide dei suoi mille sacchetti, che pretende dalla terra, o dal cielo? Che vuole? che disegna di fare? Povero avaro! egli è condannato a non poter voler nulla, – ultima miseria dell'anima umana. Ma tregua alle digressioni. Noi siamo d'accordo, – non piglio moglie, e non sono un avaro; – però sono un povero, nè deve parerti strano, chè tu pure in siffatte discipline mi sembri sufficiente dottore. Amo le Muse, è vero, e di candido amore, ma sono inretito in tante e tali traversie, che non posso spendere un soldo per comprar loro un mazzo di fiori ora che è il mese dei fiori, e la Natura li crea ad ogni respiro che muove, e le graziose venditrici te li vengono offerendo col più bel garbo del mondo, e a così poco prezzo. Amo le Muse, è vero, ma non posso dar loro, che un ingenuo saluto, e i profumi di un cuore innamorato. E tanto basti del Manifesto, e così abbia fine l'Idillio.
Nei giorni scorsi mi posi a leggere il Wallenstein di Schiller, e mi sono accorto, che per me non è impresa da pigliarsi a gabbo, almeno la prima parte intitolata — Il campo di Wallenstein. — Mi riesce a mala pena d'intenderne un verso qua e là, e le altre cose mi rimangono impenetrabili. Credo che lo Scrittore in questa parte abbia usato lingua intima, casalinga, troppo tedesca. Spesso mi sembra proverbiale, e temo, che quasi sempre si valga di un dialetto o di un altro, perchè moltissimi dei vocaboli non li trovo notati sul Dizionario. Se tu potessi procacciarmi una traduzione qualunque, l'avrei caro, perchè veramente il doverlo lasciare così per disperazione è pensiero che mi mortifica assai. Addio.