La mia salute non vale un quattrino, e la mia testa è un mucchio di rovine. Pure per veder di dare una mano al povero N., ho preso a tradurre dal Tedesco certi articoli intorno al Sismondi per convertirne il ricavato a pro del suddetto; e credi, che se avessi avuto un cento di scudi glieli avrei dati volentieri, piuttosto che soffrire una fatica così sanguinosa, una fatica che finisce di mandarmi in polvere il cervello.

Addio. Credimi

Livorno, 14 Settembre 1842.

Il tuo Affezionatissimo

Carlo.

XXVII.

Gentilissima Signora A.***

Vengo a prender commiato da Lei, perchè certi affari mi cacciano fuori di casa. Vado via in cattivo arnese, e chi sa come ritornerò, o se resterò per la strada. Fiat voluntas Dei.

Saluterà pertanto G.***, e il Sig. P.***, al quale auguro una sollecita guarigione, e godrò al mio ritorno di trovarlo perfettamente rimesso in buona salute.

A Lei non dico nulla, se non che, quando avrà terminato tutte le faccende, si rammenti qualche volta di me. Andando a Lucca, come farò tra qualche giorno, farò i di lei saluti all'ottimo nostro B.***, e a quella buona creatura della Signora V.***