Ricevuta questa risposta l'assemblea vinse un partito, col quale dichiarò, che si avevano sospetti, che qualche sinistro disegno si tramasse contro il popolo di quella colonia. Perciò si avvertivano gli abitatori di star avvisati e pronti a difendere le proprietà e gl'inestimabili diritti loro. Fatte poscia protestazioni di lealtà al Re, e di amore verso l'antica patria si risolvettero, aggiornandosi al mese di ottobre. Così verso la metà di luglio cessò affatto il governo reale in Virginia, dopo ch'esso aveva bastato per ben dugento anni con universale soddisfazione dei popoli, e felicità di tutti.

Ma soprastava grave travaglio e pericolo alla provincia. Si temevano sulle coste e sulle rive dei grossi e numerosi fiumi, che la bagnano, le correrie del nemico, che tanto prevaleva per le forze di mare. Nè si stava senza sospetto sugli schiavi, che in essa erano numerosissimi, e che Dunmore aveva dato intenzione di voler far rivoltare contro i padroni. Questa generazione d'uomini crudele, e crudelmente trattata, se si fosse congiunta con alcuni leali in quei primi momenti, in cui il governo virginiano era tuttavia così tenero, avrebbe potuto operare i più perniziosi effetti, e forse lo sterminio totale della provincia. Per la qual cosa fecero i Virginiani un convento, nel quale presero grandissima confidenza. Procedettero senza soprastamento alcuno ad assoldar genti, a procacciar munizioni, a far provvisioni di pecunia, ed a tutti quei partiti pigliare, che credettero poter partorire qualche benefizio alle cose loro.

Escluso in tal modo Dunmore o per propria caparbietà, o dalla necessità delle cose dal proprio governo, non volle per altro, essendo egli uomo pratico nell'arte della guerra, abbandonar la speranza di ricuperar l'autorità; al qual tentativo l'invitavano oltre l'animo suo tenace e capace di ogni più grande disegno, anche il desiderio, che aveva grandissimo, di far qualche rilevata pruova in servigio del suo Re, e l'opinione, in cui egli era, che sarebbe nato qualche gran moto infra gli schiavi. Credeva eziandio, che fosse grande il numero dei leali, i quali non avrebbero, come ei riputava, mancato di romoreggiare, quando si fosse rappresentato con forti e numerose navi sulle coste, e per fino nel cuore stesso della provincia. La quale speranza, se non era affatto vana, non aveva però in sè certezza alcuna; ed il motto volgare, che dice, che chi vive nella speranza muore a stento, in nissun caso più pienamente si è verificato, che in questo. Ma questo sperare nelle Sette e divisioni intestine dei popoli sollevati è stato un errore comune in tutti i tempi, ed a tutti i capitani. In fatto però vennero a congiungersi col governatore tutti coloro, che venuti essendo in voce di popolo non potevan più rimanere sicuramente nella provincia, ed un certo numero di schiavi, gente tutta di mal affare. Con questi, e colle fregate da guerra, che là stanziavano, aveva in animo di poter fare qualche impressione di momento nei vicini luoghi. Ei non omise nemmeno nissuna diligenza per accrescere il suo navilio, per poter raccor più gente, e maggiormente alla terra avvicinarsi. Nel che avendo ottenuto il suo intento, poichè già aveva in pronto oltre le fregate un gran numero di navi minute, si mise all'opera, mostrandosi ora in questa parte, ora in quella. Ma di per sè non era abile a produrre qualche considerabil effetto. Sperava bensì, che il popolo avrebbe fortuneggiato, e pigliate le armi in favore del Re. Ma questa speranza fu vana. Allora stretto dalla necessità incominciò le ostilità, le quali riuscirono piuttosto una ladronaia, che una buona e giusta guerra. Cosa in vero brutta, che il governatore corresse con ogni sforzo ai danni della sua provincia, e fosse costretto ad accattar colla forza i viveri, dei quali abbisognava. E che dall'altro canto coloro, che testè, e per lungo tempo, obbedito avevano ai comandamenti suoi, s'ingegnassero diligentemente a ributtarlo. Abbenchè i Virginiani affermavano, ch'era loro data onesta cagione di così far dal governatore; poichè le soldatesche regie non solo la conservazione di sè, ma di più la distruzione del paese avevano in mira. Si lamentavano, che rapissero le persone a loro moleste, ed in sulle navi le confinassero; che guastassero le piantagioni, incendiassero le case, rubassero i Neri; nella quale devastazione seguirono molte ferite e morti. I Virginiani fecero marciar verso i fiumi e le coste alcune bande di fresco assoldate dal convento provinciale. Ne seguiva una guerra altrettanto crudele, quanto era inutile, ed a niun altro fine tendeva, che a vieppiù accendere ed inasprire gli animi da una parte e dall'altra.

Il governatore inserpentito incendiò la Terra di Hampton, situata sul porto di questo nome. Avrebbe voluto pigliar ivi le stanze, e farvi un capo grosso. Ma i Virginiani, sopravvenuti a calca, il rincacciarono.

Lord Dunmore pubblicò la legge marziale, per la quale ogni ordine civile doveva cessar nella provincia; si esortarono i leali a ripararsi alle insegne del Re, a ritener presso di loro i censi dovuti alla Corona ed altre tasse, finchè la pace fosse ristorata. Si dichiararono inoltre i servitori appartenenti ai ribelli, Neri o Bianchi che si fossero, del tutto liberi, purchè, pigliate le armi, andassero ad unirsi alle soldatesche reali.

Questo bando, e massimamente la dichiarazione di liberar gli schiavi, che dimostrarono, Dunmore fosse un uomo poco prudente e poco temperato nell'animo, non produssero quegli effetti, ch'egli aveva sperato. Fu essa generalmente e nelle colonie, e in tutti gli altri paesi biasimata, siccome quella, che tendesse a turbar fin in fondo la società, a distruggere la domestica securità, ad ingenerare mortalissimi sospetti, e ad eccitare una gente, già di per sè stessa crudele, all'ire ed al sangue. In fatti poi questo partito del governatore riuscì non che vano, dannoso. Irritò molti, e non sottomise nessuno.

Tuttavia essendo il governatore venuto a terra, prese i suoi alloggiamenti a Norfolk, Terra molto grossa posta sulle rive del fiume Elisabet, nella quale, e nelle vicinanze abbondavano i leali. Quivi concorsero a lui alcune centinaia di questi, e di Neri, dimodochè diventò in quella parte superiore ai nemici. Alcune milizie provinciali, le quali avevano fatto le viste di opporsi, furon di leggieri sconfitte. Già si aveva concetta nell'animo la speranza di esser in grado di ricuperare la provincia, ed alla divozione del Re tutta ritornarla.

Queste cose, come origine di più importanti moti, e seme di più gran guerra furono gravemente sentite dai reggitori dello Stato di Virginia; onde deliberarono di porvi un pronto rimedio. Mandarono con ogni maggior diligenza alla volta di Norfolk un reggimento di soldati d'ordinanza, ed una mano di minuti uomini sotto i comandi del colonnello Woodford. Avuto il governatore intenzione di questi rinforzi, occupò molto prudentemente un forte luogo sulla sponda settentrionale della riviera Elisabetta, chiamato Great-Bridge, o sia Gran Ponte, distante a poche miglia da Norfolk. Questo dovevano traversare i provinciali, se volevano arrivare alla Terra. Quivi construsse tosto un puntone dalla parte di Norfolk, che affortificò il meglio che seppe e potè per la brevità del tempo, e lo fornì copiosamente d'artiglierie. Il puntone era da ogni parte attorniato d'acque e da paludi, e solo vi si aveva il passo per un dicco, o sia argine molto lungo. Le forze del governatore non erano di gran momento. Aveva da due centinaia di stanziali, ed una banda di volontarj norfolchesi. Il resto era, tra gentame di Bianchi, e servidorame di Neri racimolati in fretta, una moltitudine disordinata. I Virginiani pigliarono gli alloggiamenti a fronte degl'Inglesi in un piccolo villaggio a gittata di cannone. Avevano avanti di sè il dicco molto stretto, l'estremità del quale affortificarono anch'essi con un puntone. In questo stato stettero molti dì l'una parte e l'altra senza far moto alcuno. Finalmente accortosi Dunmore, che l'indugio era pregiudiziale a lui ed utile agli Americani, ai quali abbondavano le vettovaglie, e che s'ingrossavano ogni giorno, essendo egli stesso d'animo grande, ed avendo forse a vile i soldati del nemico, deliberò di dar la batteria. Sperava in questo modo di potersi aprir la via nelle viscere della provincia. Adunque la mattina dei 9 dicembre prima del dì ordinò a Fordyce, capitano di una compagnia di granatieri, andasse all'assalto. Marciarono baldanzosamente contro il puntone degli Americani. Fordyce guidava l'antiguardo; il luogotenente Baturst i fanti perduti. Il capitano Leslie veniva dopo con una schiera di trecento tra Neri e Bianchi, e dugento stanziali. Si risentì tosto il campo americano, e si apparecchiò alle difese. Il combattimento durò lunga pezza con un'ostinazione incredibile. Finalmente, morto Fordyce, che meritò in questo fatto le lodi di animosissimo soldato, a pochi passi del puntone, e molti de' suoi, le genti britanniche si ritirarono al ponte. Gli Americani non gli seguitarono, impediti dall'artiglieria del Forte. I Neri fecero cattivissima pruova, e si salvarono con la fuga. Trattarono gli Americani dolcemente gl'Inglesi venuti in mano loro, duramente i leali. Fu questo fatto, dal canto di Dunmore, più di temerario capitano, che di animoso soldato.

Il governatore, perduta ogni speranza di far frutto in questa parte, abbandonato il Gran Ponte, si ritirò a Norfolk, lasciando in poter dei nemici alcune bocche da fuoco. E non credendosi sicuro in questa Terra e nella vicinanze, deliberò di montar di nuovo sulle navi, il numero delle quali si era molto accresciuto per l'aggiunta di quelle, che si erano trovate nel porto di Norfolk. Il che gli venne fatto in un gran bisogno; poichè molti fra i leali, abbandonato il paese, cercarono rifugio sull'armata, portando seco gli arredi e suppellettili più preziose. I provinciali occuparono Norfolk, il quale quasi deserto trovarono, avendo i più sgombrato alle navi del governatore.

Mentre in tal modo si travagliava sulle coste della Virginia, covava un disegno di grand'importanza, e questo era di levare in armi gli abitatori delle parti diretane delle colonie, ma particolarmente della Virginia e delle due Caroline, i quali si sapeva essere bene affetti verso la causa reale. Si sperava ancora, che gl'Indiani si sarebbero accozzati, e non solamente avrebbero molestato alla coda i provinciali; ma inoltre crescendo di numero e di forze, pervenuti sarebbero a traversare le province, e congiungersi sulle coste col lord Dunmore. Fu creduto istrumento opportuno a questo disegno un Giovanni Conelli, nato nella contea di Lancastro in Pensilvania, uomo arrisicato ed audace molto, il quale, trovatosi con Dunmore, aveva da lui ricevuto favorevoli condizioni, ed un mandato amplissimo per poter mettere ad esecuzione il carico, che gli era stato dato. Adunque questo Conelli, lasciato Dunmore, andò a tentare gli animi degl'Indiani dell'Ojo e quelli dei leali sui confini delle colonie. Avendo in ciò fatto grandissimo frutto, se ne ritornava al governatore. Si era appuntato, che le guernigioni vicine, e principalmente quelle del Detroit, e del Forte Gage fra gl'Illinesi gli prestassero assistenza, e si sperava altresì, che gli uffiziali delle guarnigioni del Canadà lo avrebbero secondato. S'intendeva, che tostochè le genti sue fossero in pronto, dovesser far capo grosso a Pittsburgo, e quindi, valicate le montagne Allegany, correre la Virginia, e, traversatala, andarsi a congiungere con Dunmore nella città di Alessandria, posta sulle rive del fiume Potamack. La fortuna si era favorevole dimostrata a questi primi principj. Era già Conelli andato parecchie volte sano e salvo da un luogo all'altro, e tenute le sue pratiche cogl'Indiani e coi leali molto segrete. Già si andava avvicinando a Detroit sulle estreme frontiere della Marilandia presso il borgo di Tamar, seco stesso rallegrandosi di essere oramai uscito da tutti i pericoli. Ma in questo luogo fu conosciuto, carcerato, e le scritture che portava, pubblicate per ordine del congresso. Così questa segreta trama che Dunmore, mancando di armi vive, aveva ordito, riuscì come parecchie altre di niun effetto. Solo s'inasprirono vieppiù gli animi dei coloni, e la sua autorità andò soggetta a maggior diminuzione.