Gl'Inglesi medesimamente, per impedire che le colonie meridionali non potessero mandar ajuti a quelle di mezzo, nelle quali intendevano di far impeto, rinnovarono nella state del presente anno coi leali e coi selvaggi, che abitavano le parti superiori, le pratiche per fargli correre a' danni della Giorgia, delle Caroline e della Virginia. E quantunque i tentativi fatti nei precedenti anni per mezzo dei regolatori e degli sbanditi scozzesi avessero infelice fine avuto, speravano i mandatarj inglesi presso le nazioni indiane, e più di tutti lo Stuart, uomo audace ed operoso molto, di poter coll'aiuto di queste ottenere un miglior successo. Di esortazioni e di speciosi pretesti eran maestri; d'oro e di presenti abbondavano. Spargevano, che una grossa schiera d'Inglesi avrebbe sbarcato nella Florida occidentale; che, traversato il territorio degl'Indiani denominati Creek, Chickesaw e Cherokee, e congiuntisi i guerrieri loro avrebbero corso le Caroline e la Virginia; e che nell'istesso tempo una numerosa armata, ed un grosso esercito avrebbero dato gli assalti sulle coste. Stuart mandava attorno fra i leali lettere circolari, invitandogli a venirsi a porre sotto lo stendardo reale, il quale era stato rizzato nelle contrade dei Cherokee; aggiungendo, che menassero e portassero seco loro i cavalli, i bestiami ed ogni sorta di vettovaglie, le quali sarebbero loro a giusto prezzo pagate. I leali ricordevoli ancora delle recenti sconfitte non fecero alcun motivo d'importanza. Ma gl'Indiani mossi dalle parole e dai presenti, siccome pure dalla probabilità della cosa, e dal desiderio del sacco, accorrevano a stormo, e parevano voler correre popolarmente contro le colonie. Le sei tribù stesse, le quali fin allora se n'erano state religiosamente di mezzo, incominciavano a muoversi, e già avevano commesse le ostilità sui confini. I Creek più avventati ruppero la guerra, e la esercitarono colla solita barbarie. Ma avendo trovato, che i fatti non corrispondevano alle parole, e che i soccorsi non comparivano, si ristettero, e, dimandata la perdonanza, venne loro di leggieri conceduta. E tanto furon essi, o nella fede costanti, o delle parole inglesi diffidenti, od in tal modo compresi dal timore, che quando poco dopo i Cherokee gli richiedettero degli aiuti, risposero secondo l'usanza di quelle genti, che s'eran ben essi cavata quella spina dal piè, e che bene gliene incoglieva loro. Ma i Cherokee non istettero a soprastare. Assalirono con grandissimo furore le colonie, commettendo danni e crudeltà collo scarpello e coi mazzeri. Ammazzavano con eguale ferità, e coloro che abili erano a portar le armi, e coloro ch'erano inabili, i vecchi, le madri, ed i pargoletti loro indistintamente. In ciò facevano a tanto maggior sicurtà, ch'era comparsa a quel tempo l'armata di Peter-Parker nelle acque di Charlestown. Ma quando questa dopo l'infelice assalto dato al Forte Moultrie, abbandonò le coste della Carolina, i Cherokee si trovarono in grande stretta. Poichè, cessato il pericolo dalla parte inglese sulle coste, le due Caroline e la Virginia, intente tutte a opprimere questo male, mandarono le genti loro contro i Barbari, che devastavano la contrada. Queste genti non solo gli sconfissero in varj affronti; ma, entrate nelle contrade loro, tutto posero a ferro ed a fuoco, ardendo le abitazioni, tagliando gli alberi, guastando le biade, e tutti coloro ammazzando, che portato avevano, o tuttavia portavano le armi. Questo fu un quasi totale sterminio della nazione dei Cherokee. Quei, che sopravvissero, parte si sottomisero a tutte le condizioni del vincitore; e parte, venute meno le vettovaglie, si rifuggirono collo Stuart medesimo, autor principale della crudel guerra, e dell'eccidio loro, nella Florida occidentale, dove il governo inglese gli mantenne del pubblico. Cotal fine ebbe in quest'anno la guerra indiana, nella quale si può osservare, che nissun gastigo fu mai nè altrettanto severo, nè altrettanto meritato, quanto questo, che provò la nazione dei Cherokee messa su da uomini crudeli ed avari, i quali tanto più avrebbero dovuto vergognarsi di dar luogo a sì fatte enormità, in quanto che erano nati, cresciuti, ed allevati sotto questo clemente cielo d'Europa.

Ma tempo è oggimai di ritornar a favellare delle cose del Canadà, nel quale, non che posassero le armi, con grandissima contenzione si adoperavano. Abbiam noi nel precedente libro raccontato, come gli Americani cacciati dall'armi britanniche, abbandonato tutto il Canadà inferiore, e perfino Monreale e San Giovanni, si erano ritratti a Crown-point, nel quale luogo gl'Inglesi non avevano potuto seguitargli per difetto delle navi necessarie non solo a traversar il lago Champlain, ma anche a combatter quelle, che a difesa loro avevano gli Americani apprestate. Ma tal era l'importanza per la esecuzione dei disegni degli Inglesi, che ottenessero essi la signoria dei laghi, che Carleton stava tutto intento per apprestar il navilio. Voleva, seguendo le istruzioni dei ministri, penetrare per la via dei laghi sino al fiume del Nort, e quindi recatosi ad Albania congiungersi e cooperare coll'esercito della Nuova-Jork. Nel qual caso non era dubbio, che trovandosi separate da un esercito molto grosso e vittorioso le province della Nuova-Inghilterra dalle altre, le cose americane si sarebbero in gravissimo pericolo ritrovate. Quest'era il disegno, che da lungo tempo aveva covato nelle teste inglesi, e del quale tanto si dilettavano i ministri. Per verità la natura stessa dei luoghi del Canadà sino alla Nuova-Jork pareva dar favore a quest'impresa; conciossiachè, cavatone quelle alture, che tra l'estremità superiore del lago Giorgio e la sinistra sponda del fiume del Nort si frappongono, le quali non sono spazio maggiore di sedici miglia, tutto il tragitto dall'una all'altra di quelle due province si può fare sulle navigabili acque, prima pel San Lorenzo, poi pel Sorel, e quindi, pel lago Champlain, e da questo pel lago Giorgio, o pel Wood-creek sino alle terre di mezzo, e finalmente pel fiume del Nort sino alla città della Nuova-Jork. Siccome poi prevalevano grandemente gl'Inglesi di navilio, che il Canadà stava a lor divozione, che il capo principale della resistenza era nelle province della Nuova-Inghilterra, e che le vicinanze della Nuova-Jork erano molto acconce agli assalti marittimi, così non si può negare, avesse questo pensiero in se stesso molta ed utilità ed opportunità. Ma la difficoltà dell'impresa di Carleton era eguale all'importanza sua. Si aveva a construrre od a ricomporre una flotta di trenta vascelli armati di diversa grandezza, ed alti a portar le artiglierie, ed al combattere; delle quali cose l'una e l'altra erano malagevoli ad eseguirsi per la mancanza dei materiali. Il trasporto poi in certi luoghi per terra, ed il trar su pel ratti di Santa Teresa e di San Giovanni trenta barconi lunghi, molte piatte da carico, una gondola di trenta botti, con quattrocento altri battelli, era opera che pareva non che malagevole quasi impossibile. Ma i marinari inglesi per la perizia ed audacia loro non se ne sgomentarono. I soldati stessi gli secondavano, ed i paesani, fatti tralasciar l'aratro e la marra, erano spinti per forza ad entrare a parte della fatica. In ciò si affrettavano molto i Capi inglesi per prevenir l'inverno, che già si avvicinava, (queste cose si facevano nei mesi di luglio d'agosto, e di settembre); conveniva varcare due lunghi laghi; erano incerte le novelle sulle forze del nemico, il quale stava riparato nelle Fortezze di Crown-point e di Ticonderoga; avuta la vittoria per mezzo delle navi più grosse sul lago Champlain, quelle forse non avrebber potuto passare l'emissario tra il medesimo ed il lago Giorgio, dove peraltro dovevano necessarie essere. Superati finalmente tutti questi ostacoli, rimaneva, che si traversassero le terre di mezzo, selvose, paludose ed intricate per arrivare sulle rive del fiume del Nort, e recarsi sino ad Albania, nel quale luogo solo potevasi sperare di trovar riposo e rinfrescamento di ogni cosa. Ma non si ristavano gl'Inglesi a tante difficoltà. Pareva anzi, che a misura di quelle crescesse l'animo loro, ed in questo era eguale l'ardor dei soldati a quel dei capitani. Conoscevano benissimo l'importanza della cosa, e che, se avessero potuto arrivare ad Albania prima dell'inverno, sarebbe stato la totale vittoria, ed il fine della guerra. Nè non erano molto stimolali dai prosperi successi ottenuti dall'esercito della Cesarea. Ardevano di desiderio di aver parte ancor essi alla riuscita della guerra; e temevano, se non si affrettassero, che quello solo acquistasse la gloria di averla condotta a compimento. Lavoravano adunque con grandissima contenzione. Ma ciò nonostante, non potette esser terminata l'opera loro, e la flotta pronta al navigare, se non quando era già la stagione trascorsa sino al mese d'ottobre. Era quella molto gagliarda, e tale, che non mai su quei laghi si era la somigliante veduta, e non sarebbe nemmeno stata da tenersi a vile sui mari d'Europa. La Capitana, denominata l'Inflessibile, portava 18 cannoni, che buttavano dodici libbre di palla. Avevansi due grossi giunchi, uno di quattordici e l'altro di dodici; un fodero molto largo fornito di dodici cannoni con molti obici; ed una gondola di sette. Seguivano venti battelli, ed alcuni barconi lunghi armati di cannoni e di obici, con parecchie altre barche ad uso di palischermi. Quest'erano le navi atte a combattere. Ma abbondavano in grandissima copia le passeggiere ad uso di trasportar le vettovaglie, le bagaglie, le munizioni e le armi di ogni sorta. Guidava tutta l'armata il capitano Pringle, marinaro espertissimo; le ciurme erano pratiche de' luoghi, numerose ed accese di grandissimo desiderio della vittoria. I soldati poi da terra erano accampati ne' vicini luoghi, pronti, vinte che fossero le battaglie navali, ed avuta la signoria dei laghi, a correre contro il nemico nelle battaglie terrestri. Tremila soldati avevano gli alloggiamenti loro nell'Isola delle Noci, ed altrettanti a San Giovanni; i rimanenti parte sulle navi, e parte qua e là nelle vicine guernigioni.

Contro tanti apparati facevano gli Americani gli estremi sforzi loro. I generali Schuyler e Gates soprantendevano il tutto. Arnold poi si trovava presente, e con quel suo smisurato ardire spirava coraggio a tutti. E siccome l'esito della guerra in queste parti dipendeva in tutto dalla forza dell'armata, così niuna diligenza tralasciavano gli Americani per ingagliardir la loro, e di tutte le cose necessarie fornirla. In questo però la cosa non riusciva all'aspettazione. Mancavan loro i legnami, e quei pochi che potevano ottenere, era d'uopo procacciare di lungi; nè la portata delle artiglierie era eguale a gran pezza al bisogno. Difettavasi ancora grandemente di marangoni, i quali, i più, si erano ai porti verso la marina condotti, dove molto faticavano nella costruzione dei legni da andar in corso. Quindi è, che nonostanti l'assiduità e la perseveranza, colle quali insistevano al lavoro delle navi, la flotta non sommava che a quindici vascelli di diversa grandezza, due giunchi, una corvetta, una fusta, tre galee, ed otto gondole. Le più grosse artiglierie, che si trovavano sul giunco principale, buttavano solamente sei libbre di palla. E perchè non mancasse al governo di questa armata un capitano, il cui ardire fosse uguale alla difficoltà ed al pericolo dell'impresa, le fu preposto Arnold. Doveva questi quella chiarezza, che acquistato s'era nelle battaglie terrestri, ora mantenere nelle navali. L'esercito americano poi, il quale malgrado i molti ostacoli, e specialmente il vajuolo, che l'aveva travagliato, per l'industria e la diligenza dei capitani saliva a otto o nove migliaia di soldati, alloggiava a Ticonderoga, avendo però lasciato una grossa guardia a Crown-point. Stando ogni cosa in pronto da ambe le parti, Carleton impaziente della vittoria spingeva avanti tutta l'armata verso Crown-point per incontrarvi l'inimico. Già era giunto a mezzo il lago, senza che avesse potuto discoprirlo, ed andava a suo viaggio senz'alcun sospetto, quando tutto ad un tratto apparve agli occhi degl'Inglesi l'armata americana, la quale molto opportunamente s'era appiattata dietro l'isola di Valicour, e chiudeva il passo per quel braccio del San Lorenzo, che scorre tra quest'isola e la sponda sinistra del fiume. A questa vista insperata si commossero grandemente gli uni e gli altri; gli Inglesi pel corso pericolo, gli Americani per la moltitudine e la grossezza pelle navi nemiche, delle quali alcune, cosa inudita su quei laghi, erano fornite di tre alberi. Ne seguì immantinente una feroce battaglia. Ma gl'Inglesi trovandosi sottovento non potevano prevalersi di tutte le navi loro, dimodochè nè l'Inflessibile, nè le altre più grosse potettero dar dentro. Solo combattettero il giunco, il Carleton, ed i battelli. Nel che diedero pruove di una perizia e di un coraggio non ordinarj. Gli Americani dal canto loro sostennero la battaglia con maraviglioso valore, la quale durò per ben quattr'ore. Finalmente continuando il vento a soffiar contro gl'Inglesi, e vedendo, che costretti a combattere con una sola parte delle forze contro tutta l'armata nemica non facevan frutto, il capitano Pringle richiamò, facendosi già notte, dalla battaglia i suoi, e pose le sue navi arringate in faccia, e presso a quelle del nemico. Arse in questo affronto il miglior giunco degli Americani, ed una gondola andò a fondo. Trovavansi in grave pericolo, e temevano una totale sconfitta, se in quel luogo stesso aspettato avessero una seconda battaglia. Perciò si determinarono ad andarsi a raccoppiare sotto le mura di Crown-point, dove speravano, che l'artiglierie del Forte avrebbero conguagliato la superiorità delle forze nemiche. Parve, volesse la fortuna mostrarsi favorevole a questo disegno di Arnold; e già le sue navi, perduta la vista delle inglesi, navigavano velocemente verso la nuova stazione; quando, diventato improvvisamente il vento prospero alle inglesi, che le seguitavano, queste sopraggiunsero loro addosso, prima che arrivar potessero a Crown-point. Quivi si rinfrescò con più rabbia di prima la battaglia, la quale durò per ben due ore. Ma quelle navi americane, ch'erano nell'antiguardo, cioè una galea e tre bastarde, giovandosi dell'occasione, che le altre tenevano a bada il nemico, dato alle vele, si ritirarono a Ticonderoga. Rimanevano coll'Arnold due galere e cinque gondole, che facevano una disperata difesa. In questo mezzo la galea il Washington condotta dal brigadier generale Waterburg, abbassata la tenda, si arrendè. In tanto pericolo vedendosi Arnold al di sotto, sia pel numero delle navi, sia per la quantità e la portata delle artiglierie, e sia ancora, perchè alcuni de' suoi non facevano quelle parti che dovevano, determinò di cedere alla fortuna in guisa però, che nè il suo navilio, nè i suoi soldati, nè i marinari non venissero in poter del nemico. Adunque con eguale destrezza che intrepidità mandò a traverso, e fe' arenare sulla spiaggia la galea il Congresso, sopra la quale ei si trovava. L'istesso fece delle cinque gondole. Ma queste cose mandò ad effetto in modo, che le sue genti ebbero tempo di sbarcare, e di ardere le navi, avendo a ciò contrastato gl'Inglesi invano per causa del vento, che soffiava da terra, e per la strettezza del lago. Arnold fu l'ultimo ad arripare. Perciocchè non volle abbandonar la sua nave, se non quando già era in fiamme, e dopo d'aver tenuto sino all'ultimo l'insegna inalberata. La qual cosa fu dagli Americani tutti tenuta un'azione degna di un animo forte e generoso. La rotta, quantunque grave, ricevuta dall'Arnold, non solo non nocque alla sua prima fama di guerriero valente ed animoso, ma gli acquistò di vantaggio il nome di pratico e destro marinaro. Gli Americani abbandonaron tostamente Crown-point, non senza di averlo prima smantellato, arso e distrutto tutte quelle cose che non potettero trasportare. Carleton l'occupò, e venne fra breve a congiungersi con esso lui il rimanente dell'esercito. Cotal fine ebbe l'impresa, che per far piuttosto la sedia della guerra nel paese degli inimici, che aspettare, fosse trasferita nel proprio, tentarono gli Americani nel Canadà. Così venne del tutto in poter degl'Inglesi il lago Champlain, ed altro ostacolo non rimaneva loro a superare per entrare nel lago Giorgio, se non la Fortezza di Ticonderoga. Se Carleton avesse potuto spingersi avanti, subito avuta la vittoria, ed in tal modo valersi della confusione, in cui era sulle prime il nemico, forse che si sarebbe senza molta difficoltà impadronito di quella importante Fortezza. Ma un vento da ostro, che soffiò per lo spazio di molti giorni, glielo impedì. In questo frattempo vi si affortificavano gli Americani con quella maggior diligenza, che sapevano e potevano. I cannoni furon posti sui carretti, nuovi bastioni furon construtti, ed i vecchi rassettati. Questi si accerchiarono con fossi, e si palificarono. Nuove genti si fecer venire in fretta per ingrossar la guernigione, e seguendo gli ordini di Washington si sgomberarono a luoghi più lontani i buoi ed i cavalli, acciò non potessero gl'Inglesi con elli vivere, e someggiare. Intanto non aveva tralasciato Carleton di mandare frequenti masnade di speculatori per le due rive del lago, e quando pel vento gli fu permesso, anche alcune navi delle più sottili sino nelle vicinanze di Ticonderoga, per ricavare, quali fossero l'animo e le forze del nemico, e la condizione della Fortezza. Ebbe in avviso, che questa era fornitissima, e la guernigione piena di ardire. Considerò pertanto, che la oppugnazione sarebbe stata lunga, difficile e molto sanguinosa; e che, questo stante, il benefizio che si poteva ottenere dall'acquisto della Fortezza, non sarebbe uguale alla perdita. Essendo già il verno grande, ed i tempi sinistri alla guerra, non si poteva nè invernar senza pericolo sul lago Giorgio pel difetto delle vettovaglie, e per la difficoltà di tenere aperte le vie verso il Canadà, nè usar la guerra con isperanza di buon successo nelle fredde e deserte regioni, che questo lago dal fiume Hudson dividono. Quindi è, che ei giudicò, che la presa di Ticonderoga riuscirebbe in quella stagione pressochè inutile; e giacchè si aveva la signorìa dei laghi, si poteva ritornare sopra di questa molto presto al tempo nuovo, senza esporre i soldati alle fatiche ed ai pericoli di una guerra poco guerriabile in quei tempi del più fitto inverno. Fatte adunque le sue consulte, allentò il pensiero di assaltar quella Fortezza, e deliberò di ritirare il suo esercito nei luoghi più bassi verso Monreale, e così fece sull'entrar di novembre, lasciando le sue prime scolte all'Isola delle Noci. Ma prima di andarsene ebbe per la singolar cortesia ed umanità dell'animo suo mandato alle case loro gli uffiziali americani, che prigioni erano venuti nelle sue mani, somministrando loro tutte quelle cose, delle quali bisogno avevano. L'istessa generosità usò verso i gregarj, i quali la più parte pressochè nudi essendo, fe' rivestire, e fornir di tutto il bisognevole, avuta però la fede dagli uni e dagli altri, non portassero le armi contro i soldati del Re. Questo consiglio di Carleton dell'esser ito a quartiere fu da parecchj biasimato come timido, e pregiudiziale molto alla somma della guerra. Imperciocchè, se si fosse già fin d'allora impadronito di Ticonderoga, ed avesse fatto svernar le sue genti nei vicini luoghi, avrebbe potuto uscire a campo molto per tempo nella seguente primavera. Nel qual caso non era da dubitare, che la guerra avrebbe un tutto diverso fine avuto da quello ch'ella ebbe in fatti. Ma il rendersi padrone di un luogo per natura e per arte tanto forte, quanto era veramente Ticonderoga, dipendeva al tutto dalla difesa, che vi avrebbero fatto dentro gli Americani; e certamente dal numero loro, dal valor dimostrato nei precedenti combattimenti navali, e dalla fede, che avevano grandissima nei Capi loro, dovevasi presumere, che sarebbe stata e lunga ed ostinata. Senza di che doveva pur molto importare la considerazione delle vettovaglie e della comunicazione del Canadà. Comunque ciò sia, questa ritirata del generale inglese, e questa invernale sosta riuscirono di grandissimo giovamento agli Americani. L'esercito che aveva militato sotto il generale Lee, ebbe abilità di andarsi a congiungere con quello di Washington sulle rive della Delawara, ed una parte dello stesso esercito canadese potette condursi sotto gli ordini di Gates al medesimo destino.

In questo tempo stava la fortuna americana in sul crollo della bilancia, ed il minimo caso sinistro avrebbe bastato a farle avere il trabocco. Di questo più si doveva temere, che sperar del contrario. Due grosse province la Nuova-Jork e l'Isola di Rodi erano già venute tutte intiere, siccome pure la più grande e la miglior parte della Cesarea, in mano dell'esercito vincitore. E sebbene le armi anch'esse vittoriose di Carleton avessero arrestato il corso loro sotto le mura di Ticonderoga, poca speranza si poteva avere, che, fatto un nuovo sforzo nella primavera, non s'impadronissero di questa Fortezza, ed arrivate sulle sponde del fiume del Nort non si congiungessero coll'esercito della Nuova-Jork. Nè potevasi ragionevolmente aspettare, che Washington, inferiore di forze egli stesso al suo avversario, fosse in condizione di poter rimandar all'esercito canadese quelle genti, che per la tregua nata sui laghi erano venute a trovarlo sulla Delawara. L'esercito suo poi, quantunque, come abbiam veduto, fosse stato ingrossato per alcuni aiuti, non era però con quello del nemico a gran pezza da paragonarsi nè pel numero, nè pell'ardire, nè per la disciplina dei combattenti, nè per la quantità delle provvisioni d'ogni maniera, nè per la qualità dell'armi. Sottentrava poi anche quella peste dell'esercito americano, vogliam dire il finir delle ferme dei soldati, che minacciava una prossima e quasi totale dissoluzione. Nè non dava molta molestia ai Capi il pensare alla prontezza, colla quale i popoli delle province sottomesse, e principalmente quelli della Nuova-Jork, si apparecchiavano a mutar fede, e correvano ai perdoni. Alcuni si arrolavano eziandio sotto le insegne reali, e sembrava, volessero alla civil guerra inglese arrogere la civil guerra americana. E siccome erano dati loro i perdoni, e ricevuti in grazia, così temevasi, che l'esempio loro avesse a riuscir pernizioso anche per le altre province, e che si destassero dappertutto maligni umori. Si sapeva, che in ciò si esercitava vivamente il governatore Tryon, il quale a bella posta stato era nominato Brigadier generale, e già aveva fatto grandissimi frutti. Per lo contrario la bisogna dello arrolare andava molto lenta dalla parte degli Americani; e di più molti disertori assottigliavano di dì in dì l'esercito già di per sè stesso tanto debole. A tutti questi mali augurj si aggiungeva un altro peggiore, e questo era, che i biglietti di credito incominciavano a scapitare; e siccome quasi niun'altra sorgente d'entrata pubblica si aveva fuori di questa, non osando il governo, tuttavia troppo tenero in quei principj, por mano alle tasse di moneta, e quando osato l'avesse, non potendo tali tasse, se non accrescere il male, aumentando il discredito dei biglietti, si temeva, che fosse per mancar di breve quel nervo principale delle guerre, la pecunia. Il gittar poi nuovi biglietti gli avrebbe certamente fatti cadere in maggior bassanza. Eppure astenersi dal gittarne, pei bisogni dello Stato ognor crescenti, non potevano. Nè vi mancavan di quelli, i quali non che gli ricevessero a perdita, non gli volevan ricevere del tutto. Adunque un presente tempo pericoloso, ed un futuro pericolosissimo si appresentava alla mente degli Americani. Si temeva da tutti, e si diceva da molti, che l'ora dello spegnimento dell'independenza fosse vicina a quella del suo nascimento. Parecchj ancora forte, ed apertamente biasimavano il congresso per aver chiarito l'independenza, ed in tal modo chiusa la via ad ogni onorevole accordo. Perciocchè se prima della dichiarazione si poteva compor con onore, dopo non si poteva se non con vergogna, e senza che diventassero gli Americani la favola del mondo.

In mezzo a tante e così gravi difficoltà il congresso non si perdette d'animo, e deliberò di mostrare il viso alla fortuna. Non che facesse vista di disperarsi, maggior fiducia dimostrava; ed in tanta depressione di cose nissun dubbio pareva, ammettesse sul finale esito dell'impresa. Conosceva egli, che buono studio vince rea fortuna. I membri suoi risguardando alla gloria anteponevano la pericolosa guerra alla pericolosa pace. E pel modo, col quale sostennero l'impeto dell'avversa fortuna, allorquando parevano le cose loro vicine all'ultima rovina, fecero sì, che il nome loro dovesse fiorire per la lode singolare di aver poste le fondamenta ad un nuovo Stato. Si maravigliavano le genti per ogni dove a tanta costanza; e se prima, allorquando i prosperevoli venti parevano volere questa americana nave nel sicuro porto spinger di breve, la sapienza dei piloti lodavan esse universalmente, ora essendo la medesima da una feroce burrasca sbattuta e quasi sommersa, l'ardire e la magnanimità loro ed ammiravano grandemente, e con efficacissime parole magnificavano. Cresceva in proporzione negli animi europei le benevolenza verso gli Americani, siccome l'odio contro l'Inghilterra, per voler essa soggettare, ed ai termini della servitù ridurre popoli sì generosi. Tanto o per ambizione si dilettano gli uomini degli sforzi, che fanno i deboli contro i potenti, o per commiserazione amano quelli, che fanno gli uomini generosi contro l'avversa fortuna. Quest'erano le americane afflizioni e virtù, allorquando, depresse le cose della repubblica, non appariva scintilla alcuna di lume propinquo.

Già raccontato abbiamo, quali siano state le risoluzioni del congresso a fine d'ingrossar con nuove leve l'esercito, e per allontanare il pericolo della brevità delle ferme, siccome pure per far correre all'armi le bande paesane. Intanto, come se presente non fosse, o non incalzasse così vicino un possente nemico, piacque al congresso di andar considerando alcuni articoli di confederazione e di perpetua unione tra gli Stati, acciocchè ognuno di questi venisse a conoscere, e l'autorità propria al di dentro, ed i suoi rispetti verso gli altri, e quali fossero nel capo della lega, cioè nel congresso medesimo le facoltà a reggere e governare il tutto. Furon essi articoli vinti nella tornata del congresso dei quattro ottobre, ed inviati spacciatamente per l'approvazione alle assemblee di ciascun Stato. I principali erano i seguenti:

Che i tredici Stati si confederassero insieme sotto il nome degli Stati Uniti d'America;

Che si obbligasser tutti, e ciascheduno alla comune difesa, e per le libertà loro mantenere;

Che ad ogni Stato particolare fosse conservata la facoltà di regolar le cose del suo governo interiore in tutto ciò, che non fosse contrario agli articoli della confederazione;

Che nissuno Stato particolare potesse nè mandare, nè ricevere ambascierie, nè negoziare, nè far trattati, nè romper la guerra (eccettuati i casi di repentino assalto) con alcuno re, principe, o potentato qualsivoglia senza il consentimento degli Stati Uniti;