Rispose assai rimessamente Serristori, che il gran duca aveva dato ordine, che La-Flotte, ed i suoi aderenti, che erano, fra gli altri, due marchesi molto inclinati alle novità dei tempi, Chauvelin, e Fougere, se ne partissero di Toscana il più presto che fosse possibile; ma non si scoprì quanto all'accostarsi alla lega, ed al romper guerra alla Francia. E come disse, così fece; poichè La-Flotte, e Chauvelin, cacciati di Firenze, se ne andarono nello stato Veneto per la via di Ferrara; La Fougere si ritrasse a Genova.
Le stesse minacce furono fatte, e nel medesimo tempo dal ministro Inglese Drake ai Genovesi: assai e pur troppo aver tollerato, che un Tilly ministro di Francia spargesse semi di discordia e di anarchìa tanto nel Genovesato, quanto nei paesi circonvicini; doversi finalmente por fine a tanto scandalo; però ei ricercava espressamente la repubblica o accettasse l'amicizia dell'Inghilterra, cacciasse Tilly ed i suoi aderenti, desse ricovero alle armate del re nel porto di Genova, ed in tutto si risolvesse ad ajutare la lega, o altrimenti l'Inghilterra avrebbe trattato, come nemica, la repubblica.
A queste minacciose ed inconvenienti parole s'aggiunsero fatti più minacciosi, e più inconvenienti ancora; imperciocchè trovandosi la fregata Francese la Modesta a stanziare nel porto di Genova, fu improvvisamente assalita da due navi Inglesi, che le si erano a questo fine poste a lato, e presa con uccisione di non pochi marinari, che vi si trovarono a bordo.
Parve a tutti questo fatto, com'era veramente, di pessimo esempio; e se prima si temevano le insolenze Francesi in uno stato così vicino, ora vieppiù si temevano per la violata neutralità. In fatti non così tosto si ebbe a Nizza notizia di questo attentato, che i rappresentanti del popolo Robespierre giovane e Ricard, pubblicarono sdegnosamente uno scritto, dicendo, che il patto sociale di tutte le nazioni era stato in modo troppo indecente violato, che l'atroce fatto commesso nel porto di Genova verso i membri della repubblica Francese da uomini, che si qualificavano sudditi del monarca d'Inghilterra, aveva ed i diritti delle nazioni oltraggiato, e messo in pericolo l'essere dell'umana generazione; che tali fatti detestabili importavano a tutti i popoli, principalmente a quel di Genova, che aveva veduto sotto agli occhi suoi questo crimenlese contro la società; che il castigo ne doveva essere tanto pronto, quanto terribile; e però Genova si risolvesse incontanente a voler essere o amica degli amici, o nemica dei nemici della società oltraggiata nelle persone dei repubblicani Francesi; protestavano poscia al popolo Genovese, che se il senato tardasse a risolversi, ed a punire con giusto ed esemplare castigo gli autori di un delitto commesso nel suo porto, e sotto le bocche delle sue artiglierìe, sarebbe stimato ostilità, e la repubblica avrebbe di per se fatto quanto crederebbe necessario per vendicarsi di una sì orribile violenza.
Le medesime acerbe parole fece poco tempo dopo Robespierre maggiore contro Genova favellando alla tribuna del consesso nazionale.
Il governo di Genova trovandosi stretto da due necessità, non sapeva a qual partito appigliarsi. Pure siccome il non risolversi era peggio che risolversi, e considerando dall'un dei lati, che i Francesi difficilmente sarebbero venuti dalle minacce ai fatti finchè l'Inghilterra avrebbe avuto la signorìa de' mari, a cagione che le coste della Provenza non potevano trarre le vettovaglie da altri luoghi che dal Genovesato, e finchè ancora gli Austro-Sardi starebbero forti ai fianchi; dall'altro e quanto all'Inghilterra, che l'assaltar le riviere era per lei di poco momento, e l'assaltar Genova difficile, e che di più rompere la neutralità di Genova era un gettarla in grembo ai Francesi, ed un aprir loro l'adito nel cuor del Piemonte, il senato deliberò di starsene neutrale, aggiungendo in risposta, che molto gl'incresceva di non poter deliberare altrimenti, ma che la necessità dei tempi non ammetteva altra risoluzione. Quanto poi al fatto della Modesta, se ne stette sui generali. Così Genova posta in pericoloso frangente non satisfece dell'effetto nè agli uni, nè agli altri, e persistette in quello stato, che certo era di maggiore utilità alla Francia che alla lega; perciò Drake riempiva di querele tutta Italia contro i Genovesi, chiamando la prudenza loro timidità Italiana, ed infezione Francese. Ma alla deliberazione del senato diede anche favore il pensare, che forse il popolo non avrebbe tollerato senza risentirsi la rottura della pace a cagione dei profitti grandissimi, che per lui nascevano dalla neutralità.
Il senato Veneziano fu nuovamente tentato a questi tempi. Era residente in Venezia per parte dell'Inghilterra il cavaliere Worsley, personaggio non tanto rotto quanto Harvey e Drake, ma pure intentissimo a procurare gl'interessi dei confederati. Questi, o fosse la natura sua più temperata, o comando del re, che portasse maggior rispetto a Venezia più potente, che a Toscana ed a Genova più deboli, rappresentò modestamente al senato, favellando piuttosto per modo di consiglio che di richiesta, considerasse molto bene la repubblica di quanto danno fosse l'avere i Francesi un'ambascerìa a Venezia, fonte e mezzo di trame pericolose ad ogni buon governo; che per lei passavano i corrieri e le lettere dirette a turbare l'Oriente; sapersi, che un d'Enin, già stato inviato a Venezia, ed ora condottosi a Costantinopoli, vi usava ogni sforzo con persuasioni lusinghevoli e con offerte di denaro, per concitare la Porta Ottomana contro l'Austria e la Russia, acciocchè non potessero correre con tanto apparato di forze contro la Francia; che d'Enin medesimo si proponeva, ove non riuscisse a guadagnarsi il Divano, di concitar tumulti ed ingiurie sui confini, massime per mezzo dei Ragusei corrotti per danaro, affinchè la Porta risentendosi movesse le armi contro la repubblica; che in ciò sperava d'Enin, che assaltata la repubblica da nemico sì poderoso, chiamasse, in virtù del trattati, in ajuto l'imperator di Germania, e che per questo si diminuirebbero le forze della lega contro la Francia; che quella medesima ambascerìa in Venezia intratteneva male pratiche coi Grigioni, esacerbandoli continuamente per dar loro occasione di muoversi, con ricordare l'esclusione data loro dai Veneziani, e la dissoluzione della lega nel 1766; che là passavano i corrieri portatori dei semi pestiferi, là covavano i seminatori degli scandali, là concorrevano gli scapestrati di Francia, ed ogni bandito dalla patria per opere ree, o per malvage opinioni politiche; che l'ambascerìa era un fomite continuo d'incendio per gli stati Veneti stessi: perchè là venivano a rinvergare come a centro comune le lettere, i giornali, e gli uomini perversi tanto di Francia, quanto d'Italia. Pregava pertanto, ed esortava caldamente il senato, che fosse contento di allontanare da Venezia quella occasione di scandali, quella sentina di mali, quella radice di corruttele. Concludeva, che se il senato consentisse a licenziare l'ambascerìa, e se vietasse ai Francesi le tratte d'armi e di vettovaglie dagli stati della repubblica, sarebbero gli alleati contenti, che nel resto conservasse la sua neutralità, e che in caso di guerra dalla parte di Francia, se gli assicurerebbero gli stati con tutte le forze della lega; che già fin d'allora gli si offerivano le armate d'Inghilterra e di Spagna, ordinato di modo che ne fossero preservati da ogni insulto. Queste parole, terminò dicendo, porgere lui alla repubblica da parte del re suo signore, che gliene comandò di bocca propria; porgerle per mandato del ministro Pitt; porgerle ancora per mandato espresso dell'imperatrice di tutte le Russie, dell'imperator d'Austria, e del re di Prussia. Si riscuotesse adunque, e prendesse quelle deliberazioni, che a tempi tanto pericolosi, a richieste tanto efficaci, ad offerte tanto generose, ed alla salute stessa della repubblica si convenivano.
Il senato Veneziano, non mai solito ad appigliarsi a partiti precipitosi, e credendo che la forza della Francia, quantunque disordinata per la discordia, fosse formidabile per la rabbia, e capace di fare qualche grande sbocco in Italia, volendo altresì conservar salvi i traffichi di mare, rispose gravemente, voler serbar intera la neutralità, non poter risolversi a licenziare l'incaricato d'affari di Francia Jacob, ma che solamente il chiamerebbe incaricato della nazione Francese, non della repubblica.
Worsley non fece altra dimostrazione, e continuò a starsene in Venezia; dove continuamente biasimava i discorsi superbi di Harvey e di Drake al gran duca, ed a Genova.
La cupidità del gran mastro dell'ordine di Malta alla guerra non essendo più raffrenata dal timore dei Francesi a cagione dell'intervento degl'Inglesi nel Mediterraneo, prese animo di manifestare più apertamente quello, che già da lungo tempo sentiva rispetto agli affari di Francia; imperciocchè, recandosi in ciò esortatore il re di Napoli, aveva comandato, che tutti gli agenti Francesi se ne uscissero dall'isola, e che i porti fossero chiusi a qualunque nave Francese sì pubblica che privata, finchè durasse la presente guerra. Avendo poi udito, che un d'Eymar mandato dal governo di Francia a risedere quale incaricato d'affari a Malta in iscambio del cavaliere Caumont, che continuava a starvi in nome del re Luigi, pubblicò, che non sarebbe mai per accettare nè d'Eymar, nè altra persona che a lui si mandasse da quella repubblica, ch'ei non doveva, nè poteva, nè voleva conoscere.