Gran maraviglia farebbe in questo caso, se non si sapessero le cagioni, lo sdegno del direttorio di Francia; perchè mentre superbamente comandava al senato Veneziano, che allontanasse da' suoi dominj il conte di Lilla, sopportava molto pazientemente, che l'ambasciador di Spagna Lascasas riconoscesse il conte come re di Francia, e con lui come col re di Francia, di affari pubblici trattasse; il che era di ben altra importanza, che il dare ricovero ad un principe infelice e perseguitato. Ma la Spagna era più potente di Venezia, nè si poteva dar in preda a nissuno in compenso di stati rapiti. Scriveva il primo marzo in nome e per ordine del direttorio il ministro degli affari esteri Carlo Delacroix al nobile Querini in Parigi, che poichè Luigi Stanislao Saverio non aveva dubitato di operare in qualità di re di Francia sul territorio della repubblica di Venezia, si era reso indegno dell'asilo concedutogli dalla umanità del senato: richiedeva pertanto, e domandava, fossene privato, e gli si desse bando da tutti i territorj Veneziani; non esser questo, aggiungeva, caso di neutralità: la neutralità potersi osservare fra potenze reali ed armate, non fra un re immaginario ed una repubblica felicemente stabilita, che può, che sa, se ho a dirla con lo stilaccio di quei tempi, spiegare una energìa, e delle forze reali per farsi rispettare. Nel che si può notare, che non si vede, che cosa importasse l'avere energìa e forze grandi, al punto della quistione, di cui quì si trattava.
Ma tornando al nostro proposito, essendo posto in senato il partito, se dovesse la repubblica adempiere la richiesta del governo Francese, ancorachè il procurator Pesaro generosamente contrastasse, ricordando con parole gravissime alla repubblica la bruttezza del fatto, e l'antica generosità di Venezia, fu vinto con centocinquanta sei voti favorevoli, e quarantasette contrarj. Orarono in questo fatto contro la opinione del Pesaro i savj del consiglio Alessandro Marcello, Niccolò Foscarini, e Pietro Zeno, rappresentando, che la pietà verso un principe forestiero non doveva più operare negli animi dei padri, che la carità verso la patria. Brutta certamente e vituperosa deliberazione del senato fu questa, nè ad alcun modo scusabile, e tanto meno quanto si vedeva chiaramente, che il vituperio non avrebbe bastato a partorir salute; nè varrebbe a diminuire la vergogna l'esempio di Luigi decimoquinto re di Francia, il quale stretto di nissuna necessità, non abborrì dal bandire, a petizione dell'Inghilterra, da' suoi stati il principe Edoardo Pretendente; perchè i re possono bene dare col loro esempio maggior forza all'onesto, ma non onestare il disonesto; imperciocchè se gli uomini non sono fiere, ma uomini, havvi fra di loro una legge del giusto e dell'onesto, anteriore e divina, cui nè la forza, nè i capricci dei potenti possono invalidare; e se i contemporanei gli adulano, i posteri gli notano d'infamia. Tanto è forte nelle umane menti la impressione di quella divina legge.
Si commise al tribunale degl'inquisitori di stato l'esecuzione del partito preso dal senato. Delegossi a far l'ufficio il segretario Giuseppe Gradenigo, ed il marchese Carlotto. Introdotti nelle stanze del conte, che per uomo a posta era stato avvisato da Venezia dal conte d'Entraigues del successo delle cose, ed al cospetto suo venuti, eseguirono quello che dalla signorìa era stato loro comandato. A tale annunzio rispose gravemente, partirebbe, ma per forza; se gli portasse intanto il libro d'Oro; cancellerebbe di sua mano il nome dei Borboni; se gli restituisse l'armatura di Enrico quarto suo glorioso avolo, data in dono alla repubblica. Nè parendogli più dignità il dimorar più lungamente in un dominio, che per debolezza obbediva ai comandamenti degli uccisori del suo fratello, se ne partiva senza dilazione, e sotto nome di conte di Grosbois si condusse all'esercito dei Francesi fuorusciti a Friburgo in Brisgovia. Innanzi però che partisse, fece mandato al ministro di Russia appresso al senato, acciocchè in vece sua cancellasse sul libro d'Oro il nome dei Borboni, e l'armatura d'Enrico in deposito ricevesse. Al tempo medesimo gli rammentava, che per la fede e l'affezione che aveva posta in lui, gli affidava quanto di più caro e di più prezioso aveva, e quest'era il ritratto del re suo fratello. Gli ricordava infine, e gli raccomandava i suoi sudditi fedeli, particolarmente il conte d'Entraigues, che nel dominio dei Veneziani rimanevano. Così partiva con tanta dignità da Verona, con quanta modestia vi era vissuto, e partendo fece un pietoso ufficio verso il re suo fratello e verso coloro, che per affezione alla sua persona ed al nome reale si erano fatti partecipi del suo esilio.
Intanto per gli uffizj fatti per ordine del senato dai ministri Veneti presso le corti d'Europa, massimamente presso l'imperatrice delle Russie, che con più caldezza degli altri procedeva in favore del conte, si acquetò il negozio del libro d'Oro, e dell'armatura d'Enrico.
Oggimai si appropinquavano le calamità d'Italia. La tirannide sotto nome di libertà, la rapina sotto nome di generosità, un concitare i poveri, ed uno spogliare i ricchi, un gridare contro la nobiltà pubblicamente, ed un adularla privatamente, un far uso degli amatori della libertà, e disprezzargli, un incitargli contro i re, ed un perseguitargli per piacere ai re, il nome di libertà usato come mezzo di potenza non come mezzo di felicità, un lodarla con parole ed un vituperarla coi fatti, le più sante cose antiche stuprate per derisione, o per ladroneccio, le più sante cose moderne fatte vili da un'orribile accompagnatura, un rubar di monti di Pietà, uno spogliar di chiese, un guastar palazzi di ricchi, un incendere casolari di poveri, ciò che la licenza militare ha di più atroce, ciò che l'inganno ha di più perfido, ciò che la prepotenza ha di più insolente, un furor Tedesco chiamato da una furia Francese, una furia Francese chiamata da un furore Tedesco conculcata hanno, e desolata in fondo la miseranda Italia tutta. Nè più si vanti ella dell'esser bella, o il giardino d'Europa, o, come la chiamavano, la terra classica delle arti; poichè tali doti, se pur vere sono, che pur troppo sono, non la fecero segno di rispetto, ma sì di preda, e di derisione. E quel che più debb'essere di rammarico, e di dolore perpetuo cagione, si è, che spiriti alti e generosi quasi innumerabili, sì d'Italia che di Francia, reputando dono inestimabile la libertà, come ella è veramente, presi alle belle parole, e dominati continuamente da una dolce illusione fantastica, ajutarono coi detti, con le scritture e coi fatti quell'inganno, che altri tendeva di proposito deliberato, col fine di soddisfare ad immense cupidità. Così la libertà, la quale altro non è che l'esecuzione puntuale di leggi civili giuste, ed uguali per tutti, diventò odiosa agli uomini Italiani a cagione delle opere ree di coloro, che si vantavano di darla, e le parole degli uomini illibati sì Francesi che Italiani, i quali la predicavano, perdettero appresso ai popoli ogni autorità; perchè eglino offesi gravemente nelle sostanze e nelle persone, e soggetti ad un'inconsueta insolenza di soldati, non sapevano purgarla da quel scelerato connubio. Certamente i governi Italiani di quei tempi non erano perfetti, ma erano almeno sopportabili per la consuetudine, e il divenivano ogni giorno di vantaggio per le riforme, che per la forza del secolo vi si andavano dai reggitori dei popoli facendo. Ma che il dominio sregolato militare sia migliore di loro, chi potrà mantenere? Dicevano alcuni, e dicono tuttavia, che da quel male doveva nascere un bene; ma io so che gli uomini non hanno tanta pazienza, e fu puranco la pazienza lunga. Così perì non solo la libertà, ma contaminossi la fama stessa di lei; e se un benigno risguardo dei cieli non ajuta l'umana generazione in Europa, temo assai, che l'esempio, e la ricordanza delle cose fatte in Italia sotto colore di libertà, siano ostacolo insuperabile alla fondazione di lei.
Era risoluzione irrevocabile del governo Francese in quest'anno di tentare le cose d'Italia, di aprirvisi l'adito forzatamente, e di correrla con eserciti vittoriosi. Erano i pensieri maturi, le vie spianate, le armi pronte, gli animi dei soldati accesi, la fame stessa, che gli tormentava sugli sterili Apennini, gli stimolava a far impeto in un paese abbondante in fatto, abbondantissimo per fama. A reggere tanta mole, poichè giusta l'opinione di quel governo, dall'esito dell'armi usate in Italia dipendeva in tutto la fortuna dell'Europea guerra, mancava un generale capace di mente, invitto d'animo, e d'audacia pari alle difficoltà che si prevedevano. Pareva, che Scherer non fosse uomo da poter sostenere peso tanto forte, quantunque il suo nome fosse chiaro per la fresca vittoria di Loano, ed il primo disegno d'invadere l'Italia frutto del suo ingegno. Fecero adunque avviso di mandare la magnifica impresa al generale Buonaparte, giovane già in nome di buon guerriero per le cose fatte a Tolone, e nella riviera. Presentendo egli per la vastità e la forza dell'animo suo quello, che fosse capace di fare, quantunque di natura superbissima ed insofferente fosse, non cessava di sollecitare, e d'infestare con tenacissima perseveranza, e con preghiere continue il direttorio, affinchè gli commettesse la condotta dell'Italiana guerra. Militavano anche a suo favore alcuni motivi segreti, che si spiegheranno in progresso, i quali, se non sarebbero piaciuti a Carnot, ed a Lareveillere-Lepeaux, quinqueviri, che gl'ignoravano, piacevano a Barras, altro quinqueviro, che sotto spezie di repubblicano forte nutriva pensieri del tutto diversi. A questo si aggiunse un matrimonio, ch'ei fece, grato a Barras, sposandosi con Giuseppina, d'età maggiore di lui, e moglie che era stata di Alessandro Beauharnais.
Adunque a Buonaparte, giovane d'ingegno smisurato, e di cupidità ardentissima di dominio, fu commessa da chi reggeva la Francia, in iscambio di Scherer, l'opera di conquistar l'Italia. Nè così tosto ei giunse al governo dell'esercito Italico, che mostrò quanto fosse nato per comandare; imperciocchè, quand'erano al campo Dumorbion, Kellerman, e Scherer, molto famigliarmente vivevano, ed alla repubblicana coi generali subalterni; ma Buonaparte, quantunque fosse più giovane di tutti, si compose in maggior dignità, e non dimesticandosi con nissuno, pareva non più il primo fra gli uguali, ma bensì il superiore fra gl'inferiori. A questo si acconciarono facilmente Massena, Augereau, e gli altri capitani di maggior grido. Quindi nacque, che i nodi dell'esercito viemaggiormente si restrinsero, furono i soldati più pazienti all'ubbidire, l'ordine più stabile, il concerto più perfetto. Si presagiva, che da una mente grande e forte dovevano partorirsi effetti straordinarj, e si augurava prospero evento al mirabile conato: nè mancavano sussidj ad operar fortemente. Era l'esercito fiorito di ben cinquantamila combattenti, poveri sì d'arnese, e penuriosi di vettovaglie, ma abbondanti di coraggio, e forti di volontà: quel lusinghevole pensiero di correre come signori l'Italia, gli rendeva ancor maggiori di loro medesimi, e già abbracciavano colle speranze la possessione di lei. Mandava il direttorio al nuovo capitano Francese quanto volesse, purchè conculcasse l'Austriaco, il separasse dal Piemontese, sforzasse Genova a dar denaro, e la fortezza di Gavi; se Genova non desse Gavi per amore lo prendesse per forza; instigasse i malevoli del Piemonte, acciocchè o generalmente, o particolarmente insorgessero contro l'autorità regia: ciò per forza, o per arte subdola; quel che segue per sete di rapina; conciossiachè mandavagli, facesse una subita correrìa contro la casa di Loreto, onde ne fosse Italia atterrita, rapite le ricchezze, ed involati i voti appesi dai fedeli in tanti secoli. Tanto era smisurata in quel governo la cupidità del rapire, e del fare d'ogni erba fascio.
Reggevano l'ala dritta, che si distendeva insino a Voltri, Laharpe con Cervoni, la battaglia Buonaparte con a dritta Massena, a sinistra Augereau, finalmente l'ala sinistra, che stava a fronte dei Piemontesi, Serrurier, congiunto con Rusca, uomo di smisurato valore, che, lasciato il queto esercizio dell'arte medica, si era molto volentieri mescolato nel fracasso dell'armi. Disegnava il generale repubblicano di far impeto contro la mezzana schiera dei confederati, acciocchè rotta che ella fosse, potesse entrar di mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi: conseguito questo intento, i primi si sarebbero ritirati nell'oltre-Po, i secondi rincacciati nell'angusta pianura loro, avrebbero, come credeva, facilmente accettato gli accordi separandosi dalla confederazione dell'imperatore. A questo fine, e sapendo che grandissima gelosìa avevano gli Austriaci della loro sinistra, perchè la larga e comoda strada della Bocchetta accennava a Milano, aveva ordinato a Cervoni, occupasse con un corpo grosso Voltri. Oltre a questo fece marciare da Savona un'altra forte squadra verso la montagna di Nostra Signora dell'Acqua santa, strada che mette direttamente alla Bocchetta. Questa squadra conduceva con se molti pezzi di artiglierìe sì grosse che minute. Assai bene considerato era questo consiglio; perchè si poteva prevedere facilmente, che Beaulieu, temendo per la Lombardìa, avrebbe assottigliato la parte di mezzo per mandar gente ad ingrossar la sinistra, acciocchè fosse in grado di star forte a preservare gli stati proprj dell'imperatore. Così più facilmente si sarebbe aperto l'adito ai repubblicani all'entrar di mezzo ai confederati. Fu certamente intenzione di Buonaparte di dar gelosìa alla sinistra di Beaulieu, perchè se fosse stata diversa, non sarebbe da commendarsi; perciocchè ed indeboliva in tale modo la sua mezzana appunto verso le strade più facili, che portano a Savona: ne' Voltri era luogo da potersi tenere, perchè e pel lido e per la montagna poteva agevolmente il nemico accostarsi ad assaltarlo. Bene non si può lodare dell'aver troppo indugiato ad occupare, ed a fortificar Montenotte, che guarda la strada per al Dego, e che domina il luogo della Madonna di Savona, principal difesa dei Francesi sul mezzo loro; che se finalmente l'occupò, e vi fece qualche riparo, che non fu prima degli otto aprile, fu più tosto consiglio di Massena, che suo. Pertanto si vede che se lo stare a Voltri era opportuno, quantunque non senza grave pericolo, il non stare a Montenotte era degno di riprensione. E tanto maggior biasimo merita questa omissione del generalissimo di Francia, ch'ei sapeva che gli alleati si erano fatti molto grossi a Sassello; il che dava manifesto indizio ch'essi volessero, passando sotto Montenotte, condursi a Savona, e per tal modo tagliare in mezzo l'esercito repubblicano. La qual cosa fu chiaramente dimostrata dal successo delle cose.
Adunque erano giunti i tempi fatali per l'Italia. Beaulieu, precipitoso ed audace capitano, presentendo il disegno del nemico, poichè non si raffreddava, anzi cresceva ogni giorno il romore delle preparazioni Francesi, si era deliberato a prevenirlo. Aveva egli assembrato in Sassello una grossa schiera composta di diecimila Austriaci, e quattro mila Piemontesi, bella e fiorita gente, col pensiero di dar dentro nel mezzo della fronte francese, e dopo di averlo fracassato, riuscire a Savona; con che egli avrebbe separato il nemico in due parti, e presa tutta quella che stanziava a Voltri e nei luoghi circostanti. Obbedivano i soldati di Sassello ai generali Argenteau, e Roccavina. Non pertanto, per interrompere alle genti di Voltri la facoltà di accostarsi a tempo del conflitto in ajuto della mezza, si era risoluto ad assaltar questa terra. Il dì dieci aprile, circa le tre meridiane, givano i Tedeschi all'assalto di Voltri con sei mila fanti, e quattro bocche da fuoco, passando principalmente per Campovado, e per altre strade della montagna, mentre ducento cavalli con le artiglierìe, radendo il lido, si accostavano dall'altra parte al luogo della battaglia. Alcune navi da guerra Inglesi secondavano lo sforzo loro con ispessi tiri dal mare vicino. Non potendo i Francesi rispondere a tanti assalti, furono rotti, diventarono i Tedeschi padroni dei posti sopraeminenti a Voltri, e se avessero incominciato la battaglia più per tempo, tutta la forza Francese di Voltri, sarebbe stata o morta o presa. Ma sopraggiunse la notte, dell'oscurità della quale opportunamente valendosi i repubblicani, si ritiravano a Varaggio, ed alla Madonna di Savona.
In questo mezzo tempo Argenteau e Roccavina non erano stati a bada; anzi mossisi da Sassello assaltarono grossi ed impetuosi le trincee estemporanee fatte dai Francesi a Montenotte. Erano queste in numero di tre, ed al di sopra l'una dell'altra, la più eminente appunto era quella di Montenotte. Difendeva i Francesi la fortezza del luogo, favoriva i Tedeschi il maggior numero, gli uni e gli altri infiammava un indicibile valore: stava in mezzo, qual premio al vincitore, l'innocente Italia. Si combattè coi cannoni, coi fucili, con le spade, con le mani. Maravigliavansi i Francesi a sì feroce assalto; maravigliavansi i Tedeschi a sì lunga resistenza. Finalmente, dopo molto sangue, riuscirono questi, occultandosi in certe boscaglie, ad entrar per bella forza dentro le due trincee più basse, e se ne impadronirono. Rimaneva a conquistarsi la terza: contro di lei voltarono i Tedeschi tutto l'impeto dell'armi loro vittoriose. Quì sorse una battaglia tale, che poche di simil fatta per la virtù dimostrata dagli assalitori e dagli assaliti sono tramandate dalle storie. Incominciavano a sormontare gl'imperiali, trovandosi assai più grossi, e già sul ciglione medesimo della trincea si combatteva asprissimamente da vicino. Ma in questo forte punto il colonnello Rampon, sotto la custodia del quale era la trincea, a patto nessuno sbigottitosi a quell'orribile fracasso, che anzi tanto più infiammandosi nel suo coraggio, quanto più era grave il pericolo, animosissimamente rivoltossi a' suoi soldati, fece lor prestare quel bel giuramento, che fia eterno nelle storie, di non cedere se non morti. Il valore dei Francesi diventò più che sprezzo di morte, e con tanta pertinacia, con tanta ostinazione, con un menar di mani tanto tremendo combatterono, che ributtati furiosamente da ogni assalto i Tedeschi, sopravvenne la notte, senza che eglino potessero conquistare la trincea tanto contrastata, e tanto importante. Gli uni e gli altri sull'armi loro posando, aspettavano la luce del seguente giorno, che doveva in un nuovo conflitto definire la spaventevole contesa. Quì si vide manifestamente l'errore di Buonaparte dello aver occupato, ed affortificato troppo tardi, e male, Montenotte e, come accennammo, anche per conforto altrui, del non aver fatto diradare le boscaglie, dello aver tenute lontane da questo principal posto le altre soldatesche, per modo che non abbiano potuto venire in questo medesimo giorno in soccorso di quelle che pericolavano nelle trincee del monte. Certo se non era il valore straordinario di Rampon, si perdeva la battaglia dai Francesi, e con lei si perdevano per loro le sorti d'Italia. Ma di questi valori straordinarj è avara la spezie, nè vi si può far fondamento per anticipazione dai capitani bene avvisati e prudenti. Errò adunque in questo fatto Buonaparte, riparò l'errore Rampon: la vittoria di Montenotte, che incominciò quella mole tanto gloriosa d'imprese militari, e quel maraviglioso corso d'inaudita felicità, non al suo buon consiglio, ma al valore di un capitano inferiore deesi unicamente attribuire. Ma il generalissimo nel giorno undici, anzi nella notte stessa del dieci emendò con pari celerità ed arte l'errore commesso nel precedente: mandò a tutta fretta un rinforzo da Savona a Montenotte, il quale non solamente rinfrancò gli spiriti dei difensori della trincea, ma diede agio a Rampon di empire di soldati a destra ed a sinistra le boscaglie, che ingombravano le strade per alla trincea medesima, e per le quali dovevano di necessità passare gli Austriaci per assaltarla. Al tempo stesso comandò a Laharpe, andasse avanti con tutta l'ala dritta, e mettendosi in mezzo tra la punta dritta dell'ala sinistra degli alleati, e la punta sinistra della mezzana, snodasse minutamente l'una dall'altra quelle due parti. Per rendere vieppiù la vittoria certa, ed arrivare al fine principale di tutto il disegno, marciava egli medesimo con due forti colonne, l'una lungo le montagne della Madonna del monte, per meglio sostener Montenotte, l'altra per Altare e le Carcare, ad effetto di oltrepassar la punta della mezza, che, come abbiam detto, era governata da Argenteau, come capo, e da Roccavina, come condottiero della vanguardia, sperando per tal modo disgiungere questa parte dalla destra retta da Colli. Spuntava appena l'aurora del giorno undici, che Argenteau, senza prima aver fatto esplorare le boscaglie, iva baldanzosamente all'assalto; ma non era ancora il suo antiguardo arrivato vicino alla trincea, che venne assalito ai fianchi da una tempesta di moschetti, che procedeva dai soldati imboscati, e da una impetuosa scaglia lanciata dal ridotto. A tale sanguinoso intoppo s'arrestarono, titubarono, si disordinarono, diedero indietro le sue genti: Roccavina ferito gravemente, lasciato il campo di battaglia, andava a ricoverarsi in Acqui. Pure v'era speranza con qualche rinforzo, e dopo respiro, di ricominciar la batterìa; ma ecco arrivare infuriando dall'uno canto Buonaparte, dall'altro Laharpe con far le viste di portare la tempesta a' fianchi ed alle spalle di Argenteau. Fu allora forza ai confederati ritirarsi più che di passo per non esser posti negli estremi. Andarono a posarsi a Magliani, a Dego ed a Pareto. Beaulieu per serbarsi unito ad Argenteau, obliquò con l'estremo destro della sua ala di modo che malgrado degli sforzi di Laharpe per impedirnelo, riuscì nel suo intento. Colli, non senza una valorosa difesa, fu costretto a ritirarsi ancor esso, avvicinandosi di fianco a Ceva; il che fece riuscir ad effetto il pensiero di Buonaparte dello aver voluto separare i Piemontesi dai Tedeschi. Aggiungendo poscia celerità a celerità, nè volendo dar tempo ai confederati di rannodarsi, seguitava la vittoria calando per le rive della Bormida in guisa che sempre si metteva in mezzo fra gli Austriaci ed i Piemontesi. Morirono nella battaglia di Montenotte meglio di due migliaja di buoni soldati dalla parte dei confederati; circa tre mila tra feriti e sani vennero, come prigionieri, in poter del vincitore. Dalla parte dei repubblicani pochi furono i prigionieri, molti i feriti, più di un miliajo incontrarono la morte. Ma perchè quello che avevano i repubblicani conseguito, cioè la separazione degl'imperiali dai regj, non venisse loro guasto per una nuova riunione, il che poteva venir fatto finchè i confederati stavano più su nella valle della sinistra Bormida a Millesimo, che nella valle della Bormida destra, dove stanziavano a Dego ed a Magliani, era necessario cacciargli più sotto nella prima. Quindi nacque pei Francesi la necessità di dar l'assalto al posto di Magliani, e d'impadronirsi di Millesimo.