Vaubois dopo di aver combattuto infelicemente a Segonzano, andava a porsi alla bocca delle strette di Calliano, alloggiamento, intorno al quale si era persuaso, per la sua fortezza, doversi fermare l'impeto dei vincitori. Assicurava alla sinistra il fianco dei Francesi il fiume Adige, la destra custodivano due colli eminenti, sui quali sorgono i due castelli della Pietra, e di Bezeno. Dava fortezza alla fronte un rivo assai profondo, sulle sponde del quale avevano i repubblicani eretto parapetti, e cannoniere munite di artiglierìe. Tenevano in guardia questo forte luogo quattromila soldati eletti, che aspettavano confidentemente l'incontro del nemico. Marciava Davidowich enfiato dalla prosperità della fortuna, grosso, e minaccioso, dopo l'occupazione di Trento, all'ingiù dell'Adige, avendo talmente diviso i suoi che Wukassowich scendeva sulla sinistra del fiume, Ocskay sulla destra. Laudon, condottosi ancor esso sulla destra con soldati più leggieri, camminava più alla larga verso Torbole, con intenzione di dar timore al nemico per la possessione di Brescia. Arrivavano Wukassowich a fronte di Calliano, Ocskay a Nomi. Avrebbe potuto, come alcuni credono, Davidowich, in vece di assaltar di fronte quel luogo tanto munito di Calliano, girato prima alla larga per le eminenze, scendere poscia, e riuscire per la valle di Leno alle spalle del nemico. Ma, qual si fosse la cagione, amò meglio venirne alle mani in una battaglia giusta, confidando nel valore e nella grossezza delle sue genti, massimamente nei feritori Tirolesi, che pratichi dei luoghi più inaccessi, e peritissimi nel trarre di lontano; avrebbero efficacemente ajutato lo sforzo Austriaco. Combattessi il giorno sei di novembre con incredibile audacia, e vario evento da ambe le parti, sforzandosi gl'imperiali di superare il passo, ed insistendo principalmente contro i castelli della Pietra, e di Bezeno. Restarono i repubblicani superiori, fu l'assalto degli Alemanni infruttuoso. Davidowich, veduto che l'impresa si mostrava più dura di quanto aveva pensato, mandava in rinforzo di Wukassowich il generale Spork ed il principe di Reuss, ed operava di modo che per diligenza di Ocskay, si piantassero artiglierìe presso a Nomi sulla destra dell'Adige, ed anche a fronte della strada che da Trento porta a Roveredo. Al tempo medesimo i feritori Tirolesi, postisi qua e là sui vicini gioghi, si apparecchiavano a bersagliare l'inimico. Cominciavasi il giorno sette una ferocissima battaglia, in cui come fu il valore uguale da ambe le parti, così fu varia la fortuna, perchè ora prevalevano i repubblicani, ed ora gl'imperiali. Venne verso le cinque ore della sera il castello di Bezeno in poter dei Croati dopo un lungo ed ostinato combattimento, in cui i Francesi si difesero con sommo valore, e con tutte sorti di armi, perfino coll'acqua bollente, che furiosamente versavano contro gli assalitori. Fu il presidio parte preso, parte tagliato a pezzi. Poco stante cedeva anche il castello della Pietra; ma di nuovo i Francesi se ne impadronivano, e di nuovo ancora lo perdevano. Con lo stesso furore si combatteva nei luoghi più bassi verso Calliano, e fu quel forte passo preso, ripreso, perduto, e riconquistato più volte ora da questi, ora da quelli. Era tuttavìa dubbia la vittoria, quantunque le artiglierìe di Ocskay, ed i feritori Tirolesi non cessassero di fare scempio dei Francesi, quando improvvisamente udissi fra di loro, se per paura, o per tradimento non bene si sa, un gridare, salva, salva, per cui ad un tratto si scompigliava tutto il campo, e si metteva in rotta. Non si perdeva per questo d'animo Vaubois, e raccolti, meglio che potè, i suoi e calatosi vieppiù per le rive dell'Adige, andava ad alloggiare nei siti forti della Corona e di Rivoli. Roveredo intanto, e tutte le terre circostanti tornavano sotto la divozione dell'antico signore. Perdettero in questo fatto i Francesi sei pezzi d'artiglierìa, e nella ritirata per a Rivoli, essendo seguitati dai Tedeschi, altri sei. Perdettero, oltre a questo, non poche munizioni; noverarono due mila soldati uccisi, e mille prigionieri con qualche ufficiale di conto. Furono dalla parte degli Austriaci molto lodati i Croati, e principalmente i cacciatori Tirolesi, ai quali fu l'imperatore obbligato dell'acquisto dei castelli di Bezeno e della Pietra. Mancarono fra gli Austriaci circa cinquecento soldati fra morti, feriti, e prigionieri; desiderarono due cannoni. Questa fu la seconda battaglia di Calliano, non inferiore alla prima, nè a nissuna pel valore, e per l'ostinazione mostrata da ambe le parti.

Questa vittoria avrebbe potuto partorire la ruina dei repubblicani, se Davidowich tanto fosse stato pronto a seguitare il corso della fortuna prospera, quanto erano stati valorosi i suoi soldati al combattere; conciossiachè, se pressato avesse, senza mai dargli posa, ed incalzato l'inimico innanzi che avesse avuto tempo di respirare, e di rannodarsi, verisimile cosa è, che avrebbe prevenuto tutti gl'impedimenti, e, superato facilmente la Corona e Rivoli, sarebbe comparso improvvisamente grosso e vittorioso sulle rive del Mincio: il che avrebbe posto in gravissimo pericolo Buonaparte, che era alle mani sulla Brenta con Alvinzi, e dato comodità al generalissimo d'Austria di farsi avanti a congiungere le due parti per correre grosso, ed intiero alla liberazione di Mantova. Ma Davidowich per una tardità o negligenza certamente inescusabile, se ne stava più di dieci giorni alle stanze di Roveredo, con lasciare quasi quiete le armi, e non si moveva per alle fazioni del Mincio, se non quando la fortuna, per la perizia e velocità di Buonaparte, aveva già fatto una grandissima variazione tra la Brenta e l'Adige.

Erasi il generalissimo Alvinzi fatto signore del passo della Brenta con occupare Bassano, Cittadella, e Fontaniva, ed avendo avuto avviso delle prime vittorie di Davidowich nel Tirolo, aveva ordinato, che i suoi varcassero il fiume. Sboccava Quosnadowich nella parte superiore da Bassano, e posava le sue stanze a Marostica, ed alle Nove. Liptay correva ad alloggiarsi più sotto tra Carmignano, e l'Ospedal di Brenta: ma siccome quegli, che solo guidava la vanguardia, fu stimato troppo debole, e però fu fatto seguitare dalla battaglia condotta da Provera, che aveva varcato il fiume a Fontaniva. Al tempo stesso Mitruski, padrone del castello della Scala, mandava guardie insino a Primolano per sopravvedere quello, che fosse per succedere nella valle della Brenta, della quale stavano le due parti in grandissima gelosìa. Buonaparte, confidando di compensare con la celerità quello, che gli mancava per la forza, aveva fatto venire a se, oltre le schiere tanto valorose di Massena e di Augereau, le guernigioni di Ferrara, Verona, Monbello e Legnago. Era suo pensiero di assaltare Alvinzi, di romperlo, e, camminando quindi con somma celerità per la valle verso le fonti della Brenta, di riuscire alle spalle di Davidowich, e di sgombrare per tal modo e al tempo stesso, l'Italia ed il Tirolo dalla presenza degli Austriaci; pensiero certamente molto audace, e da non venir in capo, che a lui, che tutto era, per la gioventù e pel vigor dell'animo, coraggio e prestezza. Urtava Augereau Quosnadowich, Massena Provera: ne nasceva il dì sei novembre una sanguinosa zuffa. Dure furono le prime Italiche battaglie, ma questa è stata molto più. Si attaccavano con grandissimo furore Augereau e Quosnadowich, ambi capitani esperti, ambi valorosi: ora cedeva l'uno, ora cedeva l'altro; Alvinzi, che conosceva l'importanza del fatto, mandava continuamente alla sua parte nuovi rinforzi. Fu preso, perduto, ripreso, e riconquistato più volte il villaggio delle Nove, e sempre con uccisione orribile delle due parti. Si combattè, prima con le artiglierìe, poi con la moschetterìa, poi con le bajonette, poi con le sciable, finalmente con le mani e con gli urti dei corpi; valore veramente degno della fama Francese ed Austriaca. Infine restarono i Francesi signori del combattuto villaggio; ma seppe tanto acconciamente Quosnadowich schierare i suoi, che grossi e minacciosi si erano ritirati dal campo di battaglia, nell'alloggiamento che dai monti dei sette comuni si distende per Marostica sino alla Punta, che quantunque urtato e riurtato da Augereau, si mantenne unito, e rendè vano ogni sforzo del suo animoso avversario. Ma dall'altro lato non si combattè tanto felicemente per Provera contro Massena; perchè, sebbene l'Austriaco non fosse rotto, sentissi non ostante tanto gravemente pressato, che stimò miglior partito il ritirarsi sulla sinistra del fiume, rompendo anche il ponte di Fontaniva, acciocchè il nemico nol potesse seguitare. Fessi notte intanto; l'oscurità e la stanchezza, poichè si era combattuto tutto il giorno, piuttosto che la volontà, pose fine al combattere che fu mortalissimo; perchè tra morti, feriti, e prigionieri desiderò ciascuna delle parti circa quattromila soldati. Il generale francese Lanusse, ferito da colpo di arma bianca, cadde in potere dei Tedeschi.

Il non aver potuto rompere gl'imperiali in questo fatto, diede a pensare a Buonaparte. Vano era lo sperare di poter riuscire a montare per la valle di Brenta verso il Tirolo. La perdita di Segonzano e di Trento, di cui egli aveva avuto notizia, dava giustificato timore per Verona e per Mantova, e l'ostinarsi a voler combattere un nemico grosso, avvertito, ed insistente in un sito forte, non sarebbe stato senza grave danno; perchè ponendo anche il caso, che la battaglia succedesse prosperamente, il perdere ugual numero di soldati era più pernizioso ai Francesi manco numerosi, che agli Austriaci più numerosi. Dal che si vede, quanto momento avrebbe recato in tanta incertezza di fortuna Davidowich, se si fosse spinto avanti con quel medesimo vigore, col quale aveva combattuto a Galliano, e fosse andato a dirittura a ferire Corona, e Rivoli. Mosso da queste considerazioni si deliberava Buonaparte a levar il campo dalle rive della Brenta per andarlo a porre su quelle dell'Adige nel sito centrale di Verona. Per la qual cosa il dì sette novembre molto per tempo mosse l'esercito verso Vicenza, e non fece fine al ritirarsi, se non quando arrivò sotto le mura di Verona. Il seguitavano il giorno medesimo i Tedeschi, succedeva un aspro combattimento a Scaldaferro. Entravano gl'imperiali il dì otto in Vicenza, il nove alloggiavano a Montebello. Quivi pervenivano ad Alvinzi le desideratissime novelle della vittoria di Calliano; perciò spingendosi più oltre andava a porre il campo a Villanova, terra posta a mezzo cammino tra Vicenza e Verona. Intenzion sua era di aspettare in quest'alloggiamento, che cosa portassero le sorti in Tirolo, e massimamente che Davidowich, superati i forti passi della Corona e di Rivoli, si fosse fatto vedere a Campara ed a Bussolengo; perchè allora si sarebbe mosso egli medesimo verso quella parte che più sarebbe stata conveniente per congiungersi col vincitore del Tirolo. Ordinava intanto varie mosse per dare diversi riguardi al nemico, e per tenerlo sospeso del dove volesse andar a ferire. Apprestava eziandio quantità grande di scale, come se fosse per dare la scalata a Verona. Già aveva mosso la vanguardia, e fatta posare nell'alloggiamento di Caldiero più vicino alla città.

Minacciato Buonaparte a stanca ed alle spalle da un generale vittorioso, a fronte da un generale, se non vittorioso, almeno più forte di lui, aveva tutti i partiti difficili: perchè l'aspettare era dar tempo a Davidowich di assalirlo alle spalle, e di far allargare ad un tempo l'assedio di Mantova; l'assaltare era un commettersi all'ultimo cimento per la salute de' suoi, e per la conservazione della sua gloria. Ma non istette lungo tempo in pendente, perchè sapeva, che i consigli timidi fanno i Francesi meno che femmine, i generosi, più che uomini. Si risolveva adunque a voler pruovare a Caldiero, se la fortuna volesse perseverare a mostrarsi benigna verso di lui, ed a cangiarsi in contraria. Usciva da Verona; guidava Massena l'ala sinistra, Augereau la destra. Incontrati i primi corridori nemici a San Michele ed a San Martino, facilmente gli fugava: il giorno dodici novembre era destinato alla battaglia. Eransi molto acconciamente accampati i Tedeschi; perchè l'ala loro stanca s'appoggiava a Caldiero, ed alla strada maestra, che da questa terra si volge a Verona. La destra era schierata sul monte Oliveto, ed occupava il villaggio di Colognola, sito erto, e difficile ad espugnarsi. Le restanti genti di Alvinzi continuavano a stanziare a Villanova in ordine di spignersi avanti, come prima si fosse incominciato a menar le mani a Caldiero. Non così tosto il giorno appariva, che andavano i repubblicani all'assalto. Già Augereau aveva conquistato Caldiero, e preso al nemico cinque cannoni: già Massena si distendeva a sinistra, e, fatti dugento prigionieri, aveva circuito la punta dritta degli Alemanni, passando per Lavagno ed Illasi, quando il tempo, che già era freddo e piovoso, si cambiava improvvisamente in minutissima grandine, che spinta da un vento di levante assai gagliardo, percuoteva nel viso i Francesi, e gl'impediva di vedere, e di combattere con quell'ordine, e con quel valore che si richiedevano. S'aggiunse, che, secondochè era stato ordinato dall'Alvinzi, la grossa schiera Tedesca giugneva correndo da Villanova per modo che tra pel tempo avverso, e l'urto di questa gente fresca, rallentavano i Francesi l'impeto loro, ed incominciavano a declinare. Le cose erano in grave pericolo; perchè il generale Schubirtz mandato dall'Alvinzi, aveva dato addosso con cinque battaglioni, passando per Soave e per Colognola, a Massena; e Provera con quattro battaglioni instava ferocemente contro la destra di Augereau, mentre nel mezzo Alvinzi medesimo rinforzava, e rincuorava i suoi con un nuovo nervo di genti. Già pareva disperata la fortuna Francese, quando Buonaparte spingeva avanti a combattere la sessagesimaquinta, che fin allora aveva tenuta in serbo; rinfrescava ella la battaglia, e la teneva sospesa fino alla sera, instando però sempre gl'imperiali grossi, ed ordinati. Finalmente, pruovato grave danno, levandosi i repubblicani con tutto l'esercito da Caldiero, si ritraevano di nuovo a Verona. Dei morti, feriti, e prigionieri fu uguale la perdita per ambe le parti; ma più grave pei Francesi, per la ferita e prigionia del generale Launay, e per la ferita del colonnello Dupuis, uno del guerrieri più animosi di Francia. Montarono gli uccisi a ducento, i feriti a seicento, i prigionieri a cencinquanta.

Era a questo tempo caduta in grande declinazione, e molto pericolosa la condizione dei repubblicani. Poteva Davidowich prostrare improvvisamente i campi della Corona e di Rivoli, e romoreggiare alle spalle di Buonaparte, mentre Alvinzi grosso e vittorioso lo assalirebbe di fronte, ed il manco che potesse avvenire, era la liberazione di Mantova, scopo principale di tanti pensieri. Il dar mano poi al ritirarsi non si sarebbe potuto fare senza fuga, e senza correre sino alla sponda destra dell'Adda, perchè già Laudon incominciava a farsi vedere sui confini del Bresciano. Quale effetto, quale sollevazione fosse per produrre nei popoli italiani un sì grave accidente, facile cosa è il pensare: l'Emilia perduta, il papa vittorioso, Milano titubante, il re di Sardegna con nuovi pensieri, tanti odj liberi, tante ire senza freno facevano temere ai repubblicani ogni più grave estremità. L'animo stesso di Buonaparte, avvengadiochè tanto vigoroso e forte fosse, da tristi pensieri annuvolato, ed in gran malinconia venuto, incominciava a fiaccarsi, e a diffidar della vittoria. Scriveva, avere ricondotto i soldati scalzi, e consumati dalle fatiche a Verona; disperare di Mantova; i più valorosi feriti; gli ufficiali superiori, i generali migliori non poter più sostener le battaglie; quelli, che arrivavano, essere inesperti, ed in loro non aver fede i soldati; l'esercito Italico ridotto a poche genti; gli eroi di Lodi, di Millesimo, di Castiglione, di Bassano o morti, o infermi; non aver più le legioni dell'antica possanza che l'animo, ed il nome; feriti Joubert, Lannes, Lanusse, Victor, Murat, Charlot, Dupuis, Rampon, Pigeon, Menard, Chabran; vedersi il repubblicano esercito, vedersi, e sentirsi abbandonato dalla sua patria nell'estreme regioni d'Italia; la fama delle sue forze avere fin là giovato, ma oggimai pubblicarsi a Parigi, solo essere di trenta mila soldati; i più valorosi mancati di vita, i superstiti avere presto in casi tanto pericolosi a lasciarla; forse esser giunta l'ora estrema di Augereau, di Massena, di Berthier, di lui medesimo; che sarebbe allora per avvenire di tanti bravi soldati? Questo pensiero farlo più cauto, non osar più affrontar la morte, perchè la morte sua condurrebbe all'ultima rovina tanti prediletti compagni; volere fra breve far un ultimo sforzo; se la fortuna il secondasse, fora Mantova sua, e l'Italia con essa.

Tali erano le querele di Buonaparte in quell'estremo momento. Ma se si era perduto di animo, non aveva perduto la mente, e tosto trovava modo di riscuotersi: al che gli aprirono occasione le lentezze Tedesche. Ebbe egli in quest'ultimo punto un pensiero, si vede come da un solo concetto spesso pendano i destini degl'imperi, dal quale nacque inopinatamente la sua salute, e quella de' suoi; per lui ancora rincominciossi la non interrotta sequela di fatti, che tanto il fecero glorioso in armi, e tanto potente sopra la terra. Aveva Alvinzi, dopo la giornata dei dodici, in mano sua tutto il destino della guerra; perchè, se subito dopo avuta quella vittoria, usando la diminuzione d'animo, in cui per lei si trovavano i repubblicani, gli avesse acremente e celeremente perseguitati, ogni probabilità persuade o che avrebbe vinto Verona, o che almeno, distendendosi a dritta, avrebbe potuto varcar il fiume in un luogo superiore, ed in tal modo accozzarsi con Davidowich. Ma invece di correre contro il nemico declinante, e di non dargli respitto, soprastava inoperoso due giorni nelle stanze di Caldiero a deliberare con Quosnadowich, Veiroter, e Provera intorno a quello, che fosse a farsi. Voleva Quosnadowich, animoso capitano, che si desse dentro incontanente; ma a questo non voleva risolversi Alvinzi, o che credesse, per troppa confidenza, la guerra già vinta, che volesse aspettare, che Davidowich avesse superato gli alloggiamenti della Corona e di Rivoli. Fatto sta, che Buonaparte usando assai maestrevolmente la occasione, ordinava una mossa, che, convertendo del tutto le sorti, fece che siccome prima Alvinzi era padrone della guerra, dopo, fosse Buonaparte; ed il generale Tedesco, che poteva dare l'indirizzo alle fazioni militari, come conveniente gli fosse paruto, fu costretto ad obbedire a quello, che fosse per dare al generale francese. Il fiume Adige calandosi dalle scoscese montagne del Tirolo corre dirittamente da tramontana a ostro insino a Bussolengo, terra situata alle ultime radici del Montebaldo; ma da questa terra il suo corso incominciava a declinare verso il levante, per guisa che volta le sue onde a scirocco, ed in tal modo calandosi incontra rapido e profondo Verona; quindi passa, seguitando sempre la direzione medesima insino a Zevio, dove giunto essendo, la sua inclinazione diventa maggiore, e corre, non più verso scirocco schietto, ma piuttosto verso levante scirocco: il quale corso ei serba insino ad Albaredo, dove di bel nuovo si volta a scirocco. Questa inclinazione del fiume è cagione, che chi il varcasse a Ronco, luogo situato fra Zevio ed Albaredo, avrebbe Villanova più vicina che Verona. Aveva Alvinzi lasciato a Villanova le più grosse artiglierìe, i carriaggi, le bagaglie, e le munizioni: era anche questa terra sulla principale strada da Verona a Vicenza. Bene considerate tutte queste cose venne Buonaparte in isperanza di sorprendere con un subito passo quell'alloggiamento principale degl'imperiali, e di tagliargli fuori da Vicenza e dai loro sicuri ricetti del Friuli e del Cadorino. E ponendo eziandio che il disegno non sortisse tutto quel fine, ch'ei si proponeva, questo almeno era sicuro di conseguire, che Alvinzi si sarebbe, per combatterlo, necessariamente condotto verso le parti inferiori dell'Adige; il che l'avrebbe allontanato da Davidowich, ed impedito la congiunzione dei due eserciti imperiali tanto temuta, e con tanta ragione dal generale Francese. Confidava Buonaparte, che, varcando di nottetempo l'Adige a Verona, e correndo speditamente sulla sua destra sponda sino a Ronco, e quivi sulla sinistra ripassando, e tuttavia velocemente marciando, sarebbe riuscito ad arrivar addosso a Villanova innanzi che Alvinzi si fosse accorto del pericolo, ed avesse potuto farvi i provvedimenti necessari. Dava favore a questa fazione il considerare, che il Tedesco, non addandosene, non aveva guernito la sinistra del fiume sotto Verona di presidj sufficienti. Solo aveva mandato il colonnello Brigido coi pochi Croati ed Ungari, piuttosto per sopravvedere che per combattere. La notte adunque dei tredici ordinava Buonaparte, e questo fu il pensiero salutifero, a Massena e ad Augereau, varcassero con tutte le genti loro l'Adige a Verona, corressero frettolosamente la destra del fiume sino a Ronco, quivi il rivarcassero sopra un ponte estemporaneo di piatte, e passando per Arcole e per San Bonifacio sovraggiungessero improvvisamente addosso a Villanova. Questa fu veramente una mossa da gran maestro dell'arte, e fra tutte quelle ordinate dai più rinomati capitani sì degli antichi, che dei moderni tempi non vedo alcuna, che più di questa sia non che da lodarsi, da ammirarsi. Riuscirono improvvisi, e senza che gl'imperiali sentore ne avessero, a Ronco i repubblicani, e tosto, fatto un ponte, varcarono. Varcava Augereau primo, Massena secondo: la duodecima fu lasciata a guardia del ponte, la cavalleria sulla destra sponda pronta a passare, ove il bisogno ne venisse. S'incamminava Massena a Porcile per sopravveder ciò, che fosse per nascere dalle parti di Caldiero, Augereau s'addirizzava verso Arcole. L'uno e l'altro dovevano ricongiungersi per marciare unitamente contro Villanova. La natura del paese pose impedimento all'esecuzione dell'intiero intento di Buonaparte, ma però non tanto, ch'ei non conseguisse una somma e gloriosa vittoria e con essa il principal fine del suo proponimento. Ma perchè tutte queste cose s'intendano da chi ci legge, necessario è, che per noi si descriva la natura dei luoghi, che furono sedia di fatti tanto memorabili. Giace Villanova, principal mira di tutto questo moto, sulla sinistra riva di un grosso torrente chiamato Alpone, il quale scendendo impetuosamente dalle montagne dei sette comuni, s'avvicina all'Adige, in cui mette foce tra Ronco, e Albaredo. Questo torrente approssimandosi alle rive del fiume, incontra una bassa fondura, dove serpeggiando e rallentando il corso, forma paludi, o terreni coperti da acque stagnanti. In questi terreni appunto per la bassezza loro sopraffatti dalle acque, ed in mezzo a queste paludi, e pure sulla sponda sinistra dell'Alpone siede il villaggio di Arcole, che i repubblicani dovevano necessariamente attraversare per condursi a Villanova. Due argini principali danno l'adito per questa limacciosa palude, dei quali il primo porta da Ronco ad Arcole, e quindi a Villanova; il secondo partendo dal primo, quando ei si volta verso Arcole, rade più accosto l'Adige all'insu, ed accenna a Porcile, e di là a Caldiero. Biasimano alcuni, per le cose che seguirono, Buonaparte del non aver passato l'Adige più sotto verso Albaredo; il che se avesse fatto, avrebbe evitato il passo dell'Alpone. Altri ancora gli danno carico del non aver passato l'Alpone con gettar un ponte là dove mette nell'Adige; ma siccome la sua risoluzione fu improvvisa, così ei non poteva conoscere tanto al minuto la natura dei luoghi, nè prevedere, che un ignobile torrente, ed un umile ponte di piccolo villaggio fuor di mano dell'esercito Tedesco avessero ad essere un intoppo sì duro al suo intendimento. Bene da dannarsi è la sua ostinazione dello aver voluto per due giorni continui sforzare il passo al ponte d'Arcole; il che fu cagione della morte di tanti valorosi soldati, mentre ei poteva, fin dal primo, quando incontrò tanta resistenza, fare quello, che fece il terzo. Prevedendo poi, che nella depressione di fortuna in cui si trovava, e nelle battaglie che erano imminenti, avrebbe avuto bisogno di tutte le sue forze, si era deliberato, subito dopo il ributtamento di Caldiero, di far venire al campo principale tre mila soldati, di quelli che stavano sopra l'assedio di Mantova. Infatti era il giorno medesimo, in cui Massena ed Augereau avevano varcato l'Adige a Ronco, che fu il quindici del mese, arrivato a Verona Kilmaine con la schiera dei tremila. Utile pensiero, nè ultimo fu questo a conseguire la vittoria.

Intanto Augereau già era alle prese col nemico al ponte d'Arcole. Avevano gli Austriaci munito questo ponte con artiglierìe, e con barricate, ed empiuto al tempo medesimo le case vicine, che erano merlate, di eccellenti feritori. Nè questo parendo bastare al colonnello Brigido per le difese, aveva collocato sopra e sotto il ponte sulla sinistra dell'Alpone qua e là spessi feritori alla leggiera, i quali tirando contro l'argine, per cui solo i Francesi potevano aver l'adito ad Arcole, faceva loro l'accostarsi difficile, e micidiale. I primi repubblicani che si affacciarono, furono da una immensa grandine di palle, e di scaglia sfragellati; e certamente non mai guerrieri combatterono con maggior valore nelle battaglie più aspre e più difficili, con quanto i difensori di Arcole combatterono in questo fatto. Disordinati e titubanti si allontanavano i Francesi da un luogo di sì grave tempesta. Ma i capi, che sapevano di qual momento fosse, e che l'impeto in tale caso era più sicuro dell'indugio, gli ricondussero allo sbaraglio. Conoscendo però, che l'esempio era più efficace per fargli andare avanti, che le parole, si fecero essi medesimi guidatori delle colonne, ed appresentarono i primi i valorosi petti loro a quei fulmini tanto terribili. Ma nè il nobile coraggio loro, nè la pietà tanto maravigliosa verso la patria non poterono operare di modo che si superasse quel mortalissimo intoppo. Imperciocchè i Tedeschi traendo spessi e fermi, ed opponendo una costanza invincibile ad un coraggio impetuoso, assottigliavano con tante morti, ed affievolivano con tante ferite le Francesi squadre, che fu loro forza tornarsene indietro disordinate e sanguinose: i granatieri stessi, scelta ed invitta gente, cedettero. Lannes fu ferito, feriti Verdier, Bon, Verne, prodi tutti, e sperimentati capitani di guerra. Ricordavasi in questo punto Augereau del ponte di Lodi, e, dato di mano ad una insegna, si piantava in mezzo al ponte, invitando i compagni a seguitarlo. Il seguitavano laceri e sanguinosi com'erano. Ma i Tedeschi gli sfolgoravano novellamente per tal maniera, che tra morti e feriti l'abbattuta fu in poco d'istante sì grande che i superstiti spaventati, ed Augereau medesimo a tutta fretta si ritiravano. Seguitava un silenzio nelle genti Francesi, segno di scoraggiamento; già i capi temevano che succedessero grida assai peggiori del silenzio; tuonavano tuttavia gli Alemanni con l'artiglierìe, e con l'archibuseria. Così poche genti trincerate a caso in un piccolo villaggio avevano posto in grave pericolo, a cagione della difficoltà dei luoghi, tutta una oste coraggiosa per natura, e confidente per vittorie. Pressava il tempo; la fortuna di Francia in Italia inclinava ad una fatale rovina. Nè poteva dubitarsi, che Alvinzi, subito che avesse avuto avviso del fatto, non fosse per venire con tutta la sua mole in ajuto de' suoi; e come potevano sperare i repubblicani di superar tutti, quando una sola e piccola parte si mostrava insuperabile? Queste cose riandava in mente Buonaparte, nè curando la vita, nè curando la sicurezza dell'esercito in sì estremo frangente, venuto là dove i più animosi lo potevano udire, disse loro ad alta voce: Or non siete voi più i soldati di Lodi? or dov'è il vostro coraggio!

Questo parlare di Buonaparte a Francesi non poteva non partorire un grandissimo effetto; si rianimavano anche i più timorosi: tutti gridarono, comandasse pure gli guidasse alla battaglia. Cominciava a sperar bene, si avventava egli il primo, attorniato dai principali verso il formidabil ponte. Intanto, cosa maravigliosa in un accidente tanto spaventoso, non aveva omesso Buonaparte di ordinare quello, che avrebbe potuto, se il terzo assalto, che si preparava, avesse avuto infelice fine, ristorare la fortuna cadente, e dargli in mano Arcole, passo tanto essenziale alla vittoria. Primachè si muovesse al cimento fatale comandava a Guyeux, che se ne gisse a varcar l'Adige al passo di Albaredo, ed evitato per tal modo l'Alpone, desse dentro all'impensata al fianco sinistro di Arcole. Egl'intanto, smontato da cavallo, e dato di mano ad una insegna, e postosi in capo alla stretta fila, che sull'argine insistendo, si avviava al ponte, animava i suoi a seguitarlo. Nè furono lenti, anzi coi corpi loro serrandosi attorno a lui, pietosa cura, i granatieri massimamente, coraggiosi per indole, furibondi per la resistenza, già facevano tremare coi tiri, e col calpestìo numeroso la destra sponda del contrastato ponte. Nè già più si ricordavano della morte di tanti compagni, nè delle ferite proprie, nè del sangue sparso: solo miravano a vincere quella pruova terribile e fatale, Lannes medesimo, quantunque già fievole per due grosse ferite, udito il pericolo di Buonaparte, non se ne volle star a badare, e si mescolava anch'egli nella battaglia. Procedeva avanti quel globo formidabile; già metteva piede sul ponte, quando gli sopraggiunse addosso da fronte e dai fianchi un nugolo sì fitto di Tedesche palle, tanto grosse quanto minute, che rotto e trafitto nelle più vitali parti, fu costretto a dare frettolosamente indietro. Restava ferito Lannes di una terza ferita, restava ferito Vignolle, restava ucciso Muiron, ajutante del generalissimo, a canto a lui. Sboccavano allora gli Austriaci dal ponte, e seguitando la vittoria, menavano, con l'armi corte e bianche, strage di coloro, che scampati alla furia delle artiglierìe, e degli archibusi si ritiravano. In quella feroce mischia era Buonaparte, per esortazione de' suoi, rimontato a cavallo, e già cedeva all'impeto del nemico, quando un furioso caricare di scaglia rotti avendo, lacerati, ed uccisi tutti coloro, che gli stavano intorno, trovossi solo esposto al furore di tutte le armi Austriache. In questo punto medesimo spaventato il suo cavallo da quell'alto romore, e da quel trambusto orrendo, gittava se, ed il suo signore nella vicina palude. Gli Austriaci, perseguitatori dei Francesi, non accorgendosene, oltrepassavano il luogo, dove il guerriero fatale ad Austria si giaceva; pareva del tutto disperata la sua fortuna. Ma il generale Belliard, accortosi del fatto, tanto disse, e tanto fece coi granatieri, amatori del loro capitano supremo, che voltato subitamente il viso, e dato un forte rincalzo ai Tedeschi, gli ributtavano di nuovo fino al ponte, ed impedivano un caso ponderosissimo. Già Buonaparte, al quale fu presto in quell'estremo pericolo, con troppo infelice opera per la sua patria, un soldato Veneziano, che militava nelle schiere di Francia, rimesso a cavallo, fu ricondotto dai soldati pieni di allegrezza per la sua insperata salute, ad un sicuro alloggiamento.

Non così tosto aveva Alvinzi avuto le novelle di un fatto tanto straordinario, che costretto ad obbedire a quel nuovo corso di guerra, che con tanta audacia e perizia aveva il suo avversario aperto, abbandonato il pensiero di assaltar Verona, e di congiungersi per allora con Davidowich, ordinava in primo luogo, che tutti gl'impedimenti e le munizioni si ritraessero da Villanova a Montebello; perciocchè ebbe tosto penetrato qual fosse l'intento del capitano di Francia. Poscia dirizzava sei battaglioni di fanti sotto la condotta di Provera a Porcile, e quattordici battaglioni di fanti con sedici squadroni di cavallerìa fidati a Mitruski a San Bonifacio per alla via di Arcole. Viaggiavano queste nuove schiere con molta prestezza, mentre si combatteva al ponte, e qualunque avesse a riuscir l'effetto della presenza loro sul campo di battaglia, già si comprendeva, che Buonaparte aveva conseguito il suo intento di rompere ad Alvinzi il disegno di conquistar Verona, e di unirsi con Davidowich. Già era Provera con la sua squadra giunto a Bionda, pronto a ferire sul fianco sinistro i repubblicani, ma a un duro incontro di Massena fu risospinto fin oltre Porcile.