Infatti un trattato di tal sorte tra Francia e Sardegna già si era negoziato, quando ancora l'imperatore combatteva in Italia, e tuttavia erano gli eventi della guerra dubbj. Infine era stato concluso il dì cinque aprile da parte della Francia pel generale Clarke, da quella della Sardegna pel ministro Priocca. I primi e principali capitoli erano, fosse l'alleanza offensiva e difensiva prima della pace del continente, solamente difensiva dopo; non obbligasse il re a far guerra ad altro principe, che all'imperatore di Germania, ed il re se ne stesse neutrale con l'Inghilterra; guarentivansi reciprocamente le due parti i loro stati d'Europa, e si obbligavano a non dar soccorso ai nemici sì esterni che interni, fornisse il re nove mila fanti, mille cavalli, quaranta cannoni; obbedissero questi soldati al generalissimo di Francia; partecipassero nelle taglie poste sui paesi vinti in proporzione del numero loro: quelle poste sugli stati del re cessassero; niuna parte potesse fare accordo col nemico comune, se non comune; si stipulasse un trattato di commercio; la repubblica di Francia, come più possibil fosse, avvantaggiasse, alla pace generale, o del continente le condizioni del re di Sardegna.
Questo trattato, che prometteva giorni più lieti e più sicuri al Piemonte, ed avrebbegli anche adotti, se meno perversi fossero stati gli uomini, o meno avversi i tempi, conteneva una condizione principalissima, e di tutto momento pel re, e quest'era la guarantigia degli stati contro i nemici sì esterni che interni, gli uni e gli altri pericolosi, i primi per la forza, i secondi per quella sequela delle cose Milanesi e Genovesi. Debbono i Piemontesi averne una perpetua gratitudine a Priocca per aver saputo far sorgere di mezzo a tanta tempesta una speranza così grande di salute; perchè, se il vantaggio dello avere per ausiliari diecimila Piemontesi non era da sprezzarsi per la repubblica di Francia, bene era molto maggiore pel sovrano del Piemonte la stipulata sicurezza degli stati, e per questa parte era il trattato più glorioso al principe, che alla repubblica. Restava, che i consigli di Francia ratificassero il trattato, perchè già il direttorio l'aveva appruovato. Qui sorsero parecchie cagioni d'indugio, prima da parte del governo regio, che desiderava, che la ratificazione fosse susseguente alla pace con Roma, e che il suo ministro a Vienna ne fosse uscito e condotto in salvo, poi per parte della Francia, perchè a questo tempo stesso erano stati fermati i preliminari di Leoben; e siccome la principal condizione dell'alleanza consisteva nel far guerra di concerto contro l'Austria, pareva, che il ratificare, ed il pubblicare il trattato potesse sturbare le pratiche di fresco aperte con l'imperatore. Ma il re, sentiti i preliminari di Leoben, insisteva ostinatissimamente per la ratificazione, perchè aveva timore delle turbazioni interne, e sospettava, giacchè l'imperatore era stato costretto a chiedere i patti, che il direttorio si ritirasse da lui, e si stipulassero nei sorti negoziati cose contrarie ai suoi interessi. Temeva di restar solo esposto ai risentimenti dell'Austria, tanto più formidabili, quanto egli con maggiore sincerità e calore si era gettato alla parte Francese. Per questo Balbo usava ogni opera a Parigi, e con ragioni forti, e con mezzi più forti ancora che le ragioni, acciocchè il trattato si appresentasse per la ratificazione dal direttorio ai consigli. Secondava Buonaparte con le lettere i tentativi del conte. Badassero bene, scriveva, non essere punto sicure le cose coll'imperatore; ad ogni momento potersi rompere la guerra; se non ratificasse al trattato, per questo solo diventerebbe il re di Sardegna nemico, perchè si persuaderebbe, e con ragione, che la Francia volesse al tutto la sua rovina; per la medesima ragione, e dovendo tenere il re in grado di avverso alla Francia, sarebbe egli, Buonaparte, necessitato a mettere un presidio di due mila soldati in Cuneo, altrettanti in Tortona, altrettanti in Alessandria; avere conseguentemente l'esercito ad esser diminuito di sei mila combattenti necessari a custodire le piazze Piemontesi, e di più, di altri sei mila necessari a guernire le Milanesi: quest'erano i castelli di Milano e di Pavia, e la fortezza di Pizzighettone. Per tal modo, se non si ratificasse per parte della Francia il trattato, si perderebbero dieci mila Piemontesi, ottimi soldati, e dieci mila Francesi, destinati a tener sicure le spalle dell'esercito Italico, e ad allontanare accidenti sinistri in caso di sconfitta. Perchè non voler mandare ad effetto quello, che si era stipulato? Forse per lo scrupolo di collegarsi con un re? Essersi bene la Francia collegata coi re di Spagna e di Prussia. Forse il desiderio di sovvertire il Piemonte? Ma perciò fare senza strepito, senza mancar di fede al trattato, anche senza offendere la buona creanza, miglior mezzo essere (quest'era veramente pensiero Buonapartiano) il mescolare ai soldati di Francia diecimila soldati Piemontesi, fiore e parte eletta della nazione, e fargli partecipi delle vittorie Francesi; sei mesi dopo sarebbe il re di Piemonte detruso dal trono. Stringere la Francia con le sue forti braccia, qual gigante, e serrare, e soffocare un pigmeo: tal essere la necessità delle condizioni Piemontesi. Se ciò non s'intendesse, soggiungeva, non saper che farci, e se alla politica savia e vera, che si conveniva ad una grande nazione chiamata a gran destino, e che ha a fronte nemici potentissimi, si sostituissero le ciarle democratiche, non saper che farci, e niuna cosa potersi fare, che buona fosse.
A queste cose vere, e con sincerità fraudolenta dette da Buonaparte, rispondeva dal canto suo cose vere, e con sincerità apparente dette, Carlo Maurizio di Talleyrand: non volere il direttorio ratificare il trattato concluso col re di Sardegna; implicar contraddizione il far patti solenni con una monarchia, la di cui prossima distruzione potrebbe esser l'effetto di quanto la Francia aveva operato in Italia: sarebbene il direttorio accusato dello stesso procedere machiavellico, col quale aveva proceduto il re di Prussia verso la Polonia. Di più, il capitolo del trattato, che più stava a cuore al re di Sardegna, quello essere, per cui se gli faceva sicurtà del suo regno; ma non potere la Francia dare ai re questa sicurtà contro i popoli; un tale patto condurrebbe la Francia a far la guerra a quelli stessi principj pei quali aveva essa combattuto sino allora, ed ai quali era della maggior parte delle sue vittorie obbligata; diventerebbe il Piemonte posto tra la Francia e l'Italia, ambedue libere, quello che il suo destino volesse: ma non poter altro in ciò fare la Francia, che lasciare andar le cose al loro naturale corso. Conseguitarne da tutto questo, che l'esercito Italico non avrebbe i diecimila Piemontesi; ma niuna cosa poter impedire, che Buonaparte avesse dal Piemonte quanti soldati volesse; non mancarvi uomini disposti a combattere per la libertà sotto le insegne Buonapartiane; tutti i novatori, tutti i sovvertitori accorrerebbero, solo che Buonaparte muovesse la Cisalpina ad arruolargli, a soldargli, a fornirgli: avrebbesi a questo modo, continuava a dire Talleyrand, il piccolo esercito, che il re dovrebbe dare in virtù del trattato, e nissun obbligo si avrebbe ad un principe di casa Borbone (scrivo Borbone, perchè così trovo scritto). Forse il re medesimo si compiacerebbe di queste chiamate, siccome di quelle, che lo libererebbero da gente inquieta e pericolosa: questo consiglio utile alla Francia ritarderebbe la rivoluzione Piemontese: ma non importare, sì veramente che la Cisalpina pagasse: pagar già molto la Cisalpina, ma all'ultimo non esser che denaro: aver bene la Francia comprato la libertà più caro prezzo.
Ma o che Balbo avesse trovato modo di ammollire queste durezze, forse mostrate appunto, perchè ei trovasse modo di ammollirle, o che le cose di guerra pressassero, e prevedesse il direttorio una nuova rottura coll'Austria, il trattato d'alleanza con la Sardegna era mandato dal direttorio ai consigli, e questi il ratificarono. Così, rescriveva un quinqueviro di Parigi a Buonaparte, avrebbe adempiti i suoi desiderj, e potrebbe stare a sicurtà sulle truppe Sarde; potrebbe mandar ad effetto i disegni, che sopra di esse aveva concetto, dar loro nuovi ufficiali, e preparare per tal mezzo quello, che in altro modo bisognerebbe effettuare, se la pace si facesse; conciossiachè in quest'ultimo caso, continuava a discorrere il quinqueviro, sarebbe forse incomodo impaccio, se il governo Francese si trovasse vincolato per una ratificazione, alla quale avrebbe acconsentito pel solo rispetto della guerra. Quest'era la lealtà del direttorio nel momento stesso, in cui stringeva, non che amicizia, alleanza col re di Sardegna. Che fede fosse questa io non lo so; questo so bene, che non era fede Italica. Da questo si vede, in quale conto si debbano tenere le protestazioni di lealtà, che in nome del direttorio andavano facendo, nelle loro allocuzioncelle accademiche, i suoi ministri in occasione degl'introiti loro ai re d'Italia, e principalmente a quel di Sardegna.
Mentre così, come abbiam raccontato, il governo repubblicano di Francia studiava modo di usare le forze del re di Sardegna durante la guerra, e di distruggerlo durante la pace, i semi venuti di Francia, e pullulati con tanto vigore in Milano ed in Genova, incominciavano a partorire i frutti loro in Piemonte. Principiavasi dalle congiure segrete, procedevasi alle ribellioni aperte. Davano incentivo a queste mosse, oltre le opinioni dei tempi, le condizioni infelici di quel paese; imposizioni gravissime, quantità esorbitante di carta moneta, che scapitava del cinquanta per cento, moneta erosomista anch'essa in copia eccessiva, e disavanzante del dieci per cento; a questo i gravami dei soldati repubblicani o di stanza nel paese, o di passo, le leve di genti, sì pei regolari che per le milizie molto onerose, l'orgoglioso procedere dei nobili, certamente intempestivo, stantechè da lui principalmente nasceva la mala contentezza dei popoli, e contro di loro specialmente si dirizzavano le opinioni. A tutto questo non portava rimedio nè la natura temperata del re, nè la santità della regina, nè i consigli prudenti dei ministri. Era la quiete di Torino raccomandata al conte di Castellengo, uomo tanto deforme di corpo, quanto svegliato d'animo. Amatore del bene solo pel buon ordine, odiatore del male solo pel mal ordine, indovinava gli uomini, e gli sapeva frenare. Cercatore di mercati assiduo, esploratore notturno di conventicoli, scopritore acutissimo di volti infinti, si vedeva che in lui più poteva la natura che l'arte, ancorachè l'arte potesse moltissimo, e se per debito spiava, spiava molto più per inclinazione. Della nobiltà non si curava, dei re poco, della libertà si rideva, della non libertà parimente, i patriotti perseguitava piuttosto per vanagloria dell'arte, che per opinione. Insomma ei fu uomo, non dirò già più tristo dei tempi, ma bene tanto astuto, quanto i tempi avviluppati, e se campo più largo alle abilità sue avesse avuto, che il Piemonte non era, avrebbe lasciato una gran pruova di quanto possa a far muover gli uomini a posta d'uomo il conoscergli. Fu accusato di sangue, di ruberìe, di ricchezze illecite. Punì qualcheduno, ma sospinto dalla rabbia altrui; fu continente da quel d'altri, morì coi beni paterni non aumentati. Un Bonino, cameriere del marchese di Cravanzana, ed un Pasio, materassajo, furono sostenuti, come di aver voluto assaltare a mano armata il re sulla strada per alla Venerìa a fine di fare una rivoluzione. Credevano trovar molta gente, trovarono nissuno. Si disse, un Santini, spia di Castellengo, avergli messi su, poi traditi; ma non fu vero, e Castellengo non era uomo da simili giuochi, non che avesse scrupolo, che veramente non aveva, ma gli parevano inezie sanguinose per niente. Intanto l'astio delle due parti vieppiù s'inacerbiva. Insolentivano i soldati regj a Novara con lacerar di forza certe nappe d'oro, che i giovani Novaresi portavano sui cappelli: fuvvi gran tumulto, e qualche ferita. Tumultuava il popolo a Fossano, pretendendo il caro dei viveri, e faceva oltraggio alle case del conte San Paolo, uomo dotto e buono, ma lo chiamavano usurajo: poi i sollevati prendevano certi cannoni; il che non era più tumulto per le vettovaglie, ma ribellione: a Torino s'incominciava a gridar il nome di libertà, preso principio dalla bottega di un panattiere, che non voleva vender pane. Questi erano cattivi segni di un peggior avvenire; ed appunto in Genova era nata la rivoluzione. Accresceva il terrore ed il livore mi caso molto lagrimevole; che un medico Boyer con un compagno Berteux si arrestavano come rei di congiure. Era Boyer giovane virtuoso, e di famiglia ornata ancor essa di tutte le virtù, che possono capire in mortali uomini. Era egli certamente amico di libertà, ma per lei, non per lui: aveva l'animo innocente, e dell'innocenza prima; il mal fare odiava più che la morte, ed il mal fare degli altri il muoveva piuttosto a compassione che a odio; tanto era la natura sua dolce e comportevole. Amici e nemici piangevano le sue disgrazie. Egli solo, come se l'animo suo albergasse in altra miglior regione che questa non è, non rimetteva dalla dolcezza e serenità consuete. Eppure tanto amore lasciava nell'estremo supplizio!
I tumulti intanto si dilatavano. Già Racconigi, Carignano, Chieri e Moretta, terre vicine a Torino, contro il dominio regio si muovevano. In Asti soprattutto succedeva un fatto terribile, perchè i novatori, prese improvvisamente le armi, combattevano i soldati regj, che in numero di mila cinquecento vi stanziavano, e gli facevano prigioni con insignorirsi intieramente, non solo della città, ma ancora del castello. Poi chiamavano a libertà le terre vicine, in aiuto i patriotti lontani: Canale ed Alba romoreggiavano da vicino, Mondovì da lontano. Poco stante si udiva di nuovi romori a Biella, che oppugnata da una banda di novatori guidati da un conte Avogadro, e venuti parte da Cambursano e da Pollone, parte dalla valle di Mosso, fu tosto ridotta in estremo pericolo; perchè mentre i soldati regj combattevano gli assalitori da una parte, gli altri sforzavano il comandante ad arrendersi con dare in mano loro armi, e vettovaglie. Al tempo medesimo nella già tentata Novara prevalevano i regj, ma fu più insidia che onorevole vittoria; conciossiachè i soldati a ciò spinti da parecchi ufficiali, andavano facendo molte grida di libertà per fare scoprir i libertini: un solo fu colto all'agguato, perchè gridò, e non così tosto ebbe gridato, che restò ucciso. Nissun altro si scopriva, perchè avevano conosciuto l'inganno. Ma il moto, come suole avvenire, non poteva terminarsi di leggieri: i soldati correndo alla scapestrata incominciavano a mettere a sacco le case di coloro, che erano in voce di desiderar le novità; poi saccheggiavano le case degli aristocrati, e stava per poco che la città non andasse tutta a ruba. Un Seminoli, che fabbricava orologi, un Martinez gioielliere ne andavano con la peggio. Ho per testimonj uomini gravi, i quali raccontano, essersi veduto il dì seguente un ufficiale portar in dito l'anello della moglie del saccheggiato Martinez. La qual cosa io nè affermo, nè nego; basta bene, che il farlo veramente, ed il dirlo falsamente erano degni ugualmente di quei tempi.
Così con varia fortuna ardeva la guerra civile in Piemonte, accesa dal popolo pel timore delle vettovaglie, dai novatori per amore di libertà, o per odio dei nobili, dai nobili per fede verso il re, o per odio contro i novatori. Si trepidava in ogni luogo, perchè in ogni luogo si faceva sangue, o si temeva che si facesse. Già si sospettava di Torino; ma ottomila fanti, e duemila cavalli chiamati in fretta per sussidio della regia sede, e posti a campo sullo spaldo della cittadella minacciosamente, erano mantenitori di quiete. Ed ecco sulle porte stesse della città regia udirsi un romor confuso d'armi e d'armati: erano i Moncalieresi, che levatisi a romore, e sovvertita in Moncalieri l'autorità regia, già si mostravano sulle rive del Sangone con animo di andar più oltre a tentar Torino. Eransi i Moncalieresi a ciò mossi principalmente dai romori di Asti e di Carignano, e dalla stretta dei viveri, parte vera, parte esagerata dagli spaventi popolari, parte con vivi colori descritta dai novatori, levati a sedizione, e corsi sulla piazza per cui si ascende al castello, creavano tumultuariamente una immagine di reggimento popolare, non conoscendo bene nè che cosa si volessero, nè qual pericolo portassero in tanta vicinanza della sede della metropoli ottimamente munita d'armi e di munizioni. Sogliono i popoli sollevati nei primi impeti loro, prima che i tristi abbiano fatto i loro maneggi per tirar le cose a se, ricorrere, e far capo a personaggi autorevoli per dottrina e per virtù; il che lascia poi la solita coda dei martirj dei buoni, non solo abbandonati, ma ancora dati in mano ai persecutori da quei popoli medesimi, che gli avevano fatti capi delle imprese loro. Viveva a questi tempi in Moncalieri un uomo dottissimo, e tanto buono quanto dotto, dico Carlo Tenivelli, autore elegante di storie Piemontesi. Questi, alieno dalle opinioni dei tempi, avverso per natura, siccome quegli che Italianissimo era, da quanto venisse d'oltre Alpi, ed oltre a ciò di costume molto indolente e non curante, non avendo attività alcuna se non per iscrivere storie, non aveva a niun modo mente a muover cose nuove, e molto meno quelle che si assomigliassero alle Francesi. Divoto alla casa di Savoja, dedito, anche con singolare compiacenza, ai nobili, non era uomo, non che a fare, a sognar rivoluzioni. Per me, quando considero la natura sua, e quella del La Fontaine, celebrato favolatore di Francia, mi pare, che non mai chi crea tutto, abbia creato due nature tanto l'una all'altra somiglianti, quanto quelle di Tenivelli e di La Fontaine, solo ed unicamente in ciò differenziandogli, che l'uno era formato per aver ad essere uno storico egregio, l'altro un favolatore eccellente. Suonavano l'armi e le grida tutto all'intorno, e dentro della mossa Moncalieri, che Tenivelli non se ne addava, tutto con la mente immerso nelle solite lucubrazioni. Ma i sollevati avvisandosi, che il buon Tenivelli tornasse in acconcio di ciò che desideravano, tanto buono egli era, ed alla mano con tutti, lo andavano a levare di casa, e per forza il portavano in piazza, senza che egli ancora si avvedesse, che cosa volesse significare tanta novità. Insomma condottolo sulla piazza, e fattolo montar sulle panche, gli dicevano: Fa, Tenivelli un discorso in lode del popolo, ed egli, che eloquentissimo era, faceva un discorso in lode del popolo: poi gli dicevano: Tenivelli tassa le grasce, che son troppo care, ed ei tassava le grasce con tanta bontà, con tanta innocenza, che mi vien le lagrime in pensando al fine, che il fato gli apprestava. Tassate le grasce, ed usatosene anche copiosamente dai sollevati, s'incamminavano, come dicemmo, verso il Sangone per alla volta di Torino. Scrivono alcuni, che Tenivelli gli guidasse, ma non fu vero; e se fosse stato, sarebbe certamente stato guida poco acconcia, siccome quegli, che mezzo cieco essendo, appena vedeva lume.
In sì pericoloso frangente, in cui quasi tutto il Piemonte romoreggiava per la guerra civile, e che il suono dell'armi contrarie si udiva per fin dalle mura della real Torino, il governo non si perdeva d'animo, scoprendosi in questo, qual differenza sia fra uno stato enervato, qual era quel di Venezia, uno stato male armato, qual era quel di Genova, ed uno stato forte e bene armato, qual era quel del Piemonte. Il giorno stesso, in cui Moncalieri si muoveva contro Torino, creava il re con un'apposita legge, giunte militari, le quali con l'assistenza dei giudici ordinari sommariamente e militarmente giudicassero i ribelli. Poi premendo che si mettesse tosto il piede su quelle prime faville di Moncalieri, il che era più facile, e più pronto per la vicinanza, e pel gagliardo presidio che alloggiava nella capitale, ordinava ai soldati, in ciò insistendo massimamente il conte di Sant'Andrea, recentemente creato governator di Torino, buon soldato, e che sapeva quanto i buoni soldati valessero contro i popoli tumultuanti, andassero contro i ribelli, e gli vincessero. Non poterono i sollevati sostenere l'impeto delle compagnìe regie, e in poco d'ora si disperdettero; tornava Moncalieri sotto la consueta divozione.
Il buon Tenivelli, non solo non pensando, ma nemmeno sospettando, che quel che aveva fatto, fosse male, non che delitto, se ne veniva quietamente in Torino, e quivi tornava sui soliti studj, come se gli accidenti di Moncalieri fossero cose dell'altro mondo, o di un altro secolo. Passava arrivando tra file di soldati minacciosi, che nol conoscevano, e grande era la sicurtà sua: tanta era in lui l'astrazione e la fissazione negli studj, tanta la bontà, tanta l'ignoranza degli affari di questo mondo. Ma gli amici gli dicevano: Tenivelli, che hai fatto? o fuggi, o ti nascondi, se no, tu sei morto. Non la sapeva capire: tornava nella solita astrazione. In fine il nascondevano in casa di un soldato Urbano, che faceva professione di libertà; il soldato per prezzo di trecento lire il tradiva. Fu arrestato, condotto a Moncalieri, e condannato a morire dalla giunta militare. Lettagli la sentenza, non cambiava nè viso, nè parole. L'innocenza della vita il confortava, non era coraggio il suo, perchè il coraggio suppone uno sforzo, ma una mansuetudine, una equalità d'animo, tali che l'aspetto della vicina morte in modo alcuno non turbava. Introdotti gli amici piangevano, ed ei gli confortava. Raccoltosi, scriveva una lettera a sua sorella, il suo unico e diletto figliuolo Carlo, ancor fanciullo, raccomandandole. Poi con la verità paragonando il fallo che gli era imputato, e che a sì cruda ed a sì acerba morte il traeva, ed in mente recandosi tutta la vita sua, e quel che aveva fatto, e quel che aveva scritto, e più ancora quello che aveva in animo di fare e di scrivere ad onore del re e dei nobili, ed a gloria di una patria, che già aveva illustrato con gli scritti ed onorato con le virtù, rimetteva alquanto, in sì estrema sventura, dalla consueta mansuetudine, e scriveva, un'ora prima che andasse a morte, un sonetto pieno di spirito poetico, di pietà verso Dio, di sdegno contro i suoi percussori. Condotto sulla piazza di Moncalieri, gli fu rotto l'intemerato petto dalle palle soldatesche.
Va, mio maestro, che conforto emmi della tua morte il poter raccontare ai posteri le tue virtù, e se nell'altra vita conservano le anime presso il pietoso Iddio memoria, siccome credo, di quanto hanno operato nella presente, non tu ti pentirai, spero, dello avermi ammaestrato, nè io mi pentirò dello aver collocato nella più intima, e più ricordevol parte dell'animo mio i tuoi puri e santi erudimenti; imperciocchè ama il cielo, e ricompensa così l'amore dei maestri, come la gratitudine dei discepoli. Tu mi desti più che i parenti miei non mi diedero, poichè non la vita del corpo, ma quella dell'anima coi civili insegnamenti mi desti; e morendo ancora per atroce caso, mi mostrasti, come si possa concludere una innocente vita con una generosa morte. Così e vivendo e morendo a me fosti di utili precetti, gli uni pur troppo amorevoli, gli altri pur troppo funesti, fonte, ond'io durante questo mortal corso apprendessi nella prospera fortuna a temperarmi, nell'avversa a confortarmi, e se chi leggerà queste mie storie, potrà giudicare, ch'io non mi sia del tutto indegno discepolo di un tanto maestro, tu ne goderai nel celeste tuo seggio, ed io mi crederò di non aver impiegato indarno il tempo e le fatiche mie.