Mantova, perchè ancora di destino incerto, se ne stava in pendente di quello che si avesse a fare. Ma poi quando si seppe, che pel trattato di Campoformio l'Austria si spogliava della sua sovranità sopra di lei, s'incorporava con animo pronto anch'essa alla Cisalpina. I Cisalpini poi, fatto di per se stessi impeto nell'oltre Po Piacentino, consentendo facilmente i popoli, l'aggregavano alla loro società.
Ampliata la repubblica per tutte queste aggiunte, Buonaparte la divideva in venti spartimenti, che chiamava dell'Olona con Milano, città capitale, del Ticino con Pavia, del Lario con Como, del Verbano con Varese, della Montagna con Lecco, del Serio con Bergamo, dell'Adda ed Oglio con Sondrio, del Mela con Brescia, del Benaco con Desenzano, del Mincio con Mantova, dell'Adda con Lodi, del Crostolo con Reggio, del Panaro con Modena, dell'Alpi Apuane con Massa, del Reno con Bologna, dell'Alta Padusa con Cento, del Basso Po con Ferrara, del Lamone con Faenza, del Rubicone con Rimini. Per tal modo in men che non faceva cinque mesi dappoichè era stata creata, in questa larghezza si distendeva la Cisalpina, che conteneva in se la Lombardia Austriaca, i ducati di Mantova, di Modena e di Reggio, Massa e Carrara, Bergamo, Brescia, e Crema coi territorj loro, la Valtellina, e le tre legazioni di Bologna, di Ferrara e dell'Emilia, parte del Veronese, e l'oltre Po Piacentino. Poco dopo Pesaro, città della Romagna, fatta mutazione, si dava alla Cisalpina. Per questo fatto i Romani confini si restrignevano.
L'unione delle legazioni alla Cisalpina aveva in se non poca malagevolezza, perchè questi popoli, soliti a vivere sotto il dominio della Chiesa, ripugnavano alle innovazioni, che loro pareva che fossero state fatte nelle cose attinenti alla religione. Questa mala contentezza si era vieppiù dilatata, quando si domandarono i giuramenti ai magistrati. Fu loro imposto di giurare osservanza inviolabile alla constituzione, odio eterno al governo dei re, degli aristocrati, ed oligarchi, di non soffrire giammai alcun giogo straniero, e di contribuire, con tutte le forze al sostegno della libertà ed uguaglianza, ed alla conservazione e prosperità della repubblica. Per mitigare le impressioni contrarie concette dal popolo, intendevano i magistrati alle persuasioni, ma come d'uomini la maggior parte troppo dediti alle nuove opinioni, elle facevano poco frutto. Tentaronsi gli ecclesiastici, e fra gli altri il cardinale Chiaramonti, vescovo d'Imola, che poi fu papa sotto nome di Pio settimo. Il suo testimonio, e le sue esortazioni, come d'uomo di vita integerrima e religiosa, erano di molto momento. Pubblicò egli adunque il giorno del Natale del presente anno un'omelìa, in cui parlava in questa guisa ai fedeli della sua diocesi: «La libertà, cara a Dio ed agli uomini, è una facoltà che fu donata all'uomo, è un dominio di poter fare o non fare, ma sempre sotto la legge divina ed umana. Non esercita ragionevolmente la sua libertà chi si oppone alla legge baldanzoso e ribelle; non esercita ragionevolmente la sua libertà chi contraddice a Dio, ed alla temporale sovranità, chi vuol seguire il piacere e lasciare l'onestà, chi si attiene al vizio ed abbandona la virtù.... La forma di governo democratico adottata fra di noi, o dilettissimi fratelli, no, non è in opposizione colle massime fin qui esposte, nè ripugna al vangelo: esige anzi tutte quelle sublimi virtù, che non s'imparano che alla scuola di Gesù Cristo, e le quali, se saranno da voi religiosamente praticate, formeranno la vostra felicità, la gloria, e lo splendore della vostra repubblica».
Fatto poscia un vivo elogio delle virtù degli antichi Romani, il cardinale passa a dire:
«Se le morali virtù così resero cospicua la latina libertà, con quanta maggior ragione dobbiamo noi riputar necessaria la virtù nella presente democrazìa, noi, che non viviamo invescati dal lezzo, e dall'ambizione di sognar deità, noi che santificò il Verbo di Dio fatto uomo.... Le morali virtù, che non sono poi altro, che l'ordine dell'amore, ci faranno buoni democratici, ma di una democrazìa retta, e che altro non cura, che la comune felicità, lontana dagli odj, dall'infedeltà, dall'ambizione, dall'arrogarsi gli altrui diritti, e dal mancare ai propri doveri. Quindi ci conserveranno l'uguaglianza intesa nel suo retto significato, la quale dimostrando, che la legge si estende a tutti gl'individui della società e nel diriggergli, e nel proteggergli, e nel punirgli, ci dimostra ancora in faccia alla legge divina ed umana, quale proporzione debba tenere ogni individuo nella democrazìa tanto rapporto a Dio, quanto rapporto a se stesso ed ai suoi simili.
«Ma i perfetti doveri dell'uomo non si possono compire nella sola virtù morale, e l'uguaglianza, che fa l'armonia e il bene della società, desidera altre molle per la sua sussistenza, e per la sua perfezione. Il Vangelo di Gesù Cristo ci fu dato come un complesso di leggi, onde rendere gli uomini veramente perfetti anche in società, onde sistemare quell'uguaglianza che ci faccia felici nel presente giro dei giorni mortali, e più felici nell'aspettata eternità. La storia della filosofia ci dimostra la mancanza di tal progetto, la storia del Vangelo ce ne dimostra l'esecuzione e il compimento....
«Decidete quanto conferiscano i precetti del Vangelo, le tradizioni degli apostoli, e dei gran filosofi padri, e dottori cristiani a conservare la pace, a far risplendere la vera grandezza dello stato democratico, a fare di tanti uomini, dirò così, tanti eroi di umiltà, di prudenza nel governare, di carità nel fraternizzare fra loro stessi, e con Gesù Cristo.... Il luminoso oggetto della nostra democrazìa dev'essere di stabilire la massima possibile unione di sentimenti, di cuori, di forze fisiche e morali, onde ne derivi una soave fratellanza nella società....
«Eccovi, o dilettissimi fratelli, uno sparuto abbozzo degli evangelici dettami. Vedete ivi quale possanza, qual influsso risplenda per la massima virtù dell'uomo, per la civile uguaglianza, per la regolata libertà, per quell'unione insomma d'amore e di tranquillità, che fa la sussistenza, e l'onore della democrazìa. Forse per la durevole felicità degli altri governi basterà una virtù comune, ma nella democrazìa studiatevi di essere della massima possibile virtù, e sarete i veri democratici: studiate, ed eseguite il Vangelo, e sarete la gioja della repubblica;... la religione cattolica sia l'oggetto più prezioso del vostro cuore, della vostra divozione, e di ogni altro vostro sentimento. Non crediate, che ella si opponga alla forma del governo democratico. In questo stato vivendo uniti al vostro divin Salvatore, potete concepire una giusta fiducia dell'eterna salute, potete operare la felicità temporale di voi stessi, e dei vostri simili, e procurare la gloria della repubblica e delle autorità constituite.... Sì, miei cari fratelli, siate buoni cristiani, e sarete ottimi democratici».
Queste parole con tanta soavità dette da un uomo così eminente per dignità, e così venerato per la santità dei costumi, calmavano gli spiriti, raddolcivano i cuori, e preparavano radici al nuovo stato.
Ordinata la Cisalpina, restava che le potenze amiche alla Francia la riconoscessero in solenne modo, come potentato Europeo. Vi si adoperava Buonaparte cupidamente, recando a gloria propria che non solo vivesse la creazione sua, ma ancora assumesse la condizione di vero stato. In questa bisogna il mezzo più facile era anche il più efficace; quest'era che la Francia riconoscesse quella sua figliuola primogenita, come la chiamavano.