Alloggiavano nel Trentino, nel paese di Feltre, e nella Marca Trivigiana, distendendo la fronte loro dai monti di Bormio insino alla foce della Piave. Ritirava sul principio di febbraio l'arciduca il grosso sulla sinistra riva del Tagliamento, e lo alloggiava nel Friuli e nella Carintia, lasciando tre schiere sulla fronte descritta. Trovavasi Liptay con una di esse a guardare lo spazio, che corre dalla frontiera dei Grigioni a Salorno, terra posta sulla sinistra dell'Adige sopra al Lavisio, e per tal modo stava a difesa del superiore Tirolo. Spiegava la seconda le sue ordinanze da Salorno a Feltre a traverso i monti che spartono le acque dell'Adige da quelle della Piave. Obbediva questa al freno di Lusignano, ed era pronta a venire al cimento con quei soldati rischievoli di Massena. Finalmente il principe di Hohenzollern con settemila soldati custodiva il paese da Feltre, scendendo per la sinistra della Piave fin dove ella mette in mare. Fermava l'arciduca il suo principal alloggiamento in Udine, capitale del Friuli, perchè sapeva, che il più forte sforzo dell'inimico si doveva indirizzare verso Gorizia.

Dipendevano gli animi degli uomini da espettazione di cose grandi nel vedere due capitani eletti, l'uno negli occhi di tutto il mondo per le guerre d'Italia, l'altro per quelle d'Alemagna, ed entrambi pari d'età, entrambi pari di valore, vicini al venire fra di loro al cimento dell'armi. Ma sebbene l'animo, e la perizia nelle cose di guerra nei due emoli si pareggiassero, non era la medesima la natura in ambidue, nè la stessa ancora la condizione dei tempi e dei luoghi, in cui si ritrovavano. Era l'uno audace ed impetuoso, l'altro temperato e prudente; guidava il primo genti vittoriose, il secondo genti quasi tutte vinte; combatteva quegli con l'armi o con le suggestioni, combatteva questi con l'armi e con l'antica fede; aveva il repubblicano l'esercito più grosso, il principe minore; andava con la vittoria di Buonaparte la conservazione dell'impero francese in Italia, andava con la vittoria di Carlo la conservazione della monarchìa d'Austria, e la messa di lui era maggiore di quella dell'avversario. Da un altro lato erano tutto all'intorno, e dietro, più fedeli i popoli al capitano Austriaco, più avversi al Francese, il che faceva le ritirate più sicure al primo che al secondo; e se il ritirarsi era più necessario a quello, era il vincere più necessario a questo. Per la qual cosa altra maniera di guerra doveva seguitare Buonaparte, ed altra Carlo; perchè la vittoria del primo consisteva nella celerità, quella del secondo nell'indugio, ed il non vincere fra breve tempo era per quella parte un perdere, sostenere per qualche tempo la guerra era per questa un vincere. La natura adunque dei tempi conveniva alla natura d'ambi i giovani emoli, e quello che per l'uno e per l'altro era necessità, era anche inclinazione. Per questo elesse Buonaparte di spignersi frettolosamente avanti per condurre alla giornata l'avversario ovunque il trovasse, mentre prese l'arciduca partito di ritirarsi, di farsi forte ai passi, di tagliare i ritorni, di non tentare senza necessità la fortuna del combattere, e di operar per modo sì coi soldati che con le popolazioni, che di altro spazio non fosse il Francese padrone, se non di quello in cui i suoi soldati insistessero. A questa deliberazione era anche costretto dal pensare, che, non essendo ancora giunti tutti, quantunque già fossero in viaggio, i rinforzi che dal Reno, dall'Ungheria, e dagli stati ereditari aspettava, il tirarsi indietro era avvicinarsi ai medesimi, e perciò diventare ogni ora più grosso, mentre a Buonaparte continuamente scemerebbono le forze in proporzione dello avanzarsi, a cagione dei presidj che doveva e nei luoghi aperti e nei chiusi lasciarsi alle spalle, per mantenere le strade sicure verso l'Italia, donde gli venivano i sussidi di soldati e di munizioni. Certamente buon modo di guerra intraprendeva Carlo, e mancò piuttosto l'animo in Vienna, che la prudenza nel difensore.

Il primo a dare il segnale delle nuove battaglie fu il generale di Francia: il dieci marzo si muoveva con la sua destra, e con la mezzana schiera. Era suo primario intendimento di entrar fra mezzo agli Alemanni per modo che l'ala loro destra restasse separata dalle altre. Perciò aveva ordinato, che il principale sforzo in questa prima mossa fosse fatto dalla mezzana, che raunata sulle rive della Piave obbediva a Massena; perchè era evidente, che ove egli fosse riuscito ad impadronirsi della Piave superiore, occupando il paese di Cadore, era interrotta la strada dal Tirolo al Friuli. Conseguito questo intento diveniva più facile a Joubert di cacciarsi avanti gl'imperiali fino all'ultimo varco di Germania, per quindi condursi per la valle del Puster e della Drava agli ulteriori disegni di Buonaparte. Nè mancava Massena del debito suo: perchè non così tosto si mosse, che gli Austriaci, abbandonata la fronte del Cardevolo, ed i luoghi più bassi, andavano a porsi in sito forte oltre Belluno a fine di propulsare l'inimico, se tentasse d'innoltrarsi nella valle di Cadore. Seguitavagli tostamente il Francese, e quantunque Lusignano con grandissimo valore si difendesse, prevalendo i repubblicani di numero, fu alla fine obbligato, non giovandogli nè l'avere ordinato i suoi in globo per aprirsi il passo alla salute, nè un bravo menar di baionette, a por giù le armi con tutta la sua schiera, e a darsi in potestà del vincitore. Per tal modo meglio di seicento soldati, Lusignano con loro, vennero in poter dei Francesi; ma fu maggiore il numero degli Austriaci uccisi in quell'ostinato conflitto. Al tempo medesimo Serrurier e Guyeux varcavano la Piave a Vidoro e ad Ospidaletto, ed occupato Conegliano e Sacile si avvicinavano al Tagliamento. Aveva l'arciduca munito la sponda sinistra di questo, piuttosto impetuoso torrente che giusto fiume, di trincee con averle afforzate con artiglierie. Stanziavano anche numerose torme di cavalleggieri pronte a ributtare l'inimico, ove passasse. Ma queste erano meglio dimostrazioni per ritardare, che per arrestare l'inimico, perchè le acque del Tagliamento, non ancora sciolte le nevi sui monti, si potevano guadare in molti luoghi. Per la qual cosa i Francesi, schivando i passi muniti, riuscivano facilmente sulla sinistra. Fuvvi qualche incontro di cavallerìa assai brava, ma i fanti Tedeschi fecero sperienza di poca virtù, quando la cavallerìa dei repubblicani, varcato il fiume, gli ebbe assaltati. Al contrario i primi fanti francesi che avevano passato, percossi vigorosamente dalla cavallerìa tedesca, avevano contrastato con molta forza. Fu poco notabile in questo fatto la perdita dei repubblicani. Mancarono degl'imperiali meglio di seicento soldati tra uccisi e prigionieri: s'aggiunsero alle conquiste dei vincitori sei cannoni. Venne prigione in mano loro il generale Schultz.

Passato il Tagliamento, ed assicurato Buonaparte sulla sinistra per la vittoria di Massena, che già da Cadore, valicando dai fonti della Piave a quei del Tagliamento, si accostava con presti alloggiamenti alla Ponteba, si stendeva per tutto il Friuli, cacciandosi avanti verso il Lisonzo le armi Austriache, che debolmente combattendo facilmente gli cedevano del campo. Già le fortezze di Palmanova e di Gradisca, e già Gorizia erano in poter suo venute. Quindi allargandosi a destra s'impadroniva di Trieste abbandonato da' suoi difensori, e fatta una subita correrìa sopra Idria, faceva sue quelle ricche miniere d'argento vivo, bottino ricchissimo, ma non tanto quanto portò la fama. Verso sinistra, procedendo altresì molto risolutamente, prendeva Cividale e s'incamminava a Chiavoretto, perchè voleva consuonare con Massena nel carico, che questi aveva d'impossessarsi del passo importante della Ponteba. Grande era questo suo pensiero; conciossiacchè se Massena guadagnava il passo della Ponteba, poi quello di Tarvisio, che gli succede, gli sarebbe venuto fatto di spuntare il fianco destro dell'arciduca, di separarlo da Kerpen, e da Laudon, d'impedire i rinforzi, che dal Reno gli pervenivano, e forse ancora di giungere a Clagenfurt sulla strada per a Vienna innanzi che il generalissimo Austriaco vi arrivasse. Con ciò conseguiva anche l'altro intento di assicurarsi la congiunzione delle genti di Joubert, che per la valle della Drava dovevano venire dal Tirolo. Parte di questi pensieri recava ad effetto, e parte no, perchè gli venne interrotta dalla celerità e dalla prudenza dell'avversario.

Ma prima che raccontiamo le importanti fazioni che ne seguirono, necessaria cosa è il descrivere, come le cose passassero tra Joubert da un canto, e Liptay, Kerpen e Laudon dall'altro nel Tirolo. Come prima ebbe avviso Joubert dei prosperi fatti accaduti nel Friuli, si metteva all'ordine per eseguir le imprese, che alla fede, ed al valor suo aveva Buonaparte raccomandate. Varcava il Lavisio il dì venti di marzo, non ostante che i cacciatori Tirolesi posti ai passi, con ispessi tiri ogni opera facessero per impedirlo: urtava Kerpen, che aveva un forte campo sulle alture di Cembra, tentando di accerchiarlo a sinistra per Cavriana. Al tempo stesso per la strada di Bolzano, e a destra marciavano Delmas, e Baraguey d'Hilliers. Fu valida, ma non lunga la difesa, pel timore che ebbe Kerpen di essere circuito sulla destra della sua fronte, però con celeri passi si ritirava a San Michele, donde gagliardamente anche combattuto dai Francesi viemmaggiormente indietreggiando, andava a porsi più sopra a Bolzano. Grave danno patirono in tutti questi fatti gli Austriaci, avendo perduto tra uccisi, feriti e prigioni circa tre mila soldati. Entravano successivamente, benchè non senza nuove battaglie e molto sangue, i Francesi in Salorno, in Peza, ed in Newmarket. La ritirata tanto presta di Kerpen poneva in grave pericolo Laudon, che alloggiava sulla destra dell'Adige, perciocchè le raccontate fazioni accadevano sulla sinistra. Nè i Francesi trasandavano la occasione; anzi, varcato il fiume ai ponti di Salorno e di Newmarket, assalivano Laudon nel suo campo di Tranen, e lo rompevano con uccisione di molti, e con circa novecento prigioni, e parecchie artiglierìe prese. Dopo questa rotta, che faceva impossibile a Laudon di ricongiungersi con Kerpen, non ebbe altro rimedio, che di cercar ricovero nelle parti superiori della valle di Merano. Quivi stette aspettando, che la fortuna gli offerisse nuova occasione di risorgere.

Seguitavano i Francesi il corso della fortuna vincitrice, ed urtato Kerpen che aveva fatto un forte alloggiamento alla Chiusa, lo avevano sloggiato e percosso di modo, che abbandonato anche Brissio, pensava a ritirarsi a Sterzing, luogo molto scosceso, stretto, rotto, difficile, e posto nelle montagne del Brenner presso al sommo giogo dell'Alpi, dove si spartono le acque dell'Adige e dell'OEno, ultima difesa d'Alemagna contro chi viene dalle terre d'Italia. I Francesi lo assaltavano audacemente in quel fortissimo alloggiamento; fu dura e sanguinosa la battaglia; furono costretti a tornarsene indietro, o che l'intoppo fosse troppo forte, o, come pare più probabile, che l'intento loro fosse solamente di assicurarsi, non di passare, perchè era pericoloso a Joubert di condursi sino ad Inspruck, e non conveniente ai disegni di Buonaparte, che voleva vicina a se, e non lontana, nè separata da alte e disagevoli montagne quella schiera. Adunque Joubert si fermava a Brissio, dove poteva a suo grado o stare osservando le cose del Tirolo, o marciare per Bruneca e Toblaco a Linzo, e di là fino a Villaco per trovarvi Buonaparte. Ma non tardava a fare la fortuna, che quello, che era elezione per lui, diventasse necessità.

Chiamava Laudon i Tirolesi all'armi, gli chiamava Kerpen: secondava con ardenti esortazioni l'opera loro il conte di Lerback, personaggio di grande autorità, e molto potente nelle cose del Tirolo. I bellicosi abitatori di quelle montagne al suono di voci tanto gradite correvano all'armi bramosamente contro i conculcatori della patria loro: nè il sesso, nè l'età si rimanevano, perchè furono veduti e vecchi, e donne, e fanciulli, dato di mano alle armi, che il caso od il furore parava loro davanti, mettersi in piè per difendere le antiche ed amate sedi loro. Nè la stagione sinistra, nè le alte nevi, nè i grossi ed impetuosi torrenti, nè ogni disagio di guerra o di vettovaglia gl'impedivano. Passava tant'oltre quest'improvviso tumulto, che sul principiar di aprile, risuonando quelle valli d'ogni intorno d'armi e di grida guerriere, meglio di venti mila combattenti erano in pronto contro quella gente venuta da lontani paesi per conquistargli. Intanto i generali Tedeschi, che sapevano, che le moltitudini disordinate sono piuttosto preda, che danno ad un nemico bene ordinato, avevano distribuito in battaglioni giusti quella massa tumultuante, e mescolatovi, per dar polso e regola, alcuni drappelli di regolari. Principale fondamento facevano nell'opera di costoro, perchè questi popoli accorsi, sapendo il paese, potevano acconciamente ferire alla leggiera, opprimere i traviati, mozzar le strade, riuscire improvvisi alle spalle, bersagliare da lungi e da luoghi erti, soprapprendere le bagaglie, impedire la vettovaglia, insomma fare ogni cosa avanti, a' fianchi, e addietro sospetta e pericolosa.

Kerpen e Laudon, fatti forti da questo accalorato stormo, ed ingrossati anche da qualche battaglione di regolari venuti dall'esercito Renano, si consigliavano di voler cacciare del tutto dal Tirolo i repubblicani. Con questo pensiero Laudon, che aveva spogliato d'abitatori la valle di Merano, ed ordinatigli sotto le insegne, calava minacciosamente da quei luoghi alti e dirupati, ed andava a battere a mezza strada tra Brissio e Bolzano, col fine di tagliar il ritorno ai Francesi alle parti disottane dell'Adige. Gli riusciva l'intento, perchè assaltate con impeto le vanguardie Francesi, le faceva piegare, e s'impadroniva di Bolzano. Fatto poscia più audace dal fortunato successo, saliva per le rive dell'Adige per congiungersi con Kerpen, e per istringere vieppiù Joubert, che tra l'una schiera e l'altra stanziava a Brissio. Occupava la Chiusa, poi Steben, tanto ritirandosi i Francesi più in su, quanto più s'avvicinava Laudon: già Brissio medesimo pericolava. Nè se ne stava neghittoso in questo mezzo tempo Kerpen, perchè calando con le sue genti miste di Tirolesi e di Tedeschi da Sterzing, rincacciava i repubblicani fin sotto le mura di Brissio. Per questo modo a Joubert accerchiato da tre parti, a tramontana da Kerpen, a ostro ed a ponente da Laudon, non rimaneva più altro scampo, che a levante per la valle del Puster, poscia per quella della Drava sino a Villaco. Partitosi da Brissio il dì cinque aprile, e ritardato l'impeto di Kerpen, che lo voleva seguitare, con aver rotto il ponte sull'Eisaco, arrivava il giorno otto a salvamento a Linzo, dove trovava alcuni squadroni di cavalleria, che il generalissimo, geloso di quel passo, aveva mandati ad incontrarlo. Poscia marciando sollecitamente in giù per le rive della Drava, e rotte alcune squadre collettizie all'Ospedale, che volevano serrargli il passo, conduceva ad effetto a Villaco la congiunzione dei due eserciti. Ma Laudon non si ristava; che anzi cacciando all'ingiù dall'Adige i Francesi, entrava vittorioso in Trento e Roveredo. S'allargava anche sulle sponde del lago a Torbole ed a Riva. Questa mossa, che già faceva sentir il romore delle armi Tedesche nella pianura frapposta fra l'Adige e il Mincio, partoriva effetti importanti, e ne avrebbe partorito degli estremi, se l'imperatore Francesco avesse mostrato, in quest'ultima fine, maggiore costanza, ed il senato Veneziano maggiore ardimento.

La guerra si avvicinava sugli estremi confini d'Italia per opera di Massena ad un evento terminativo, per quanto spetta alla difesa degli stati ereditari d'Austria. Già si è da noi notato, di quanta importanza fosse il passo della Ponteba. Per questo aveva comandato l'arciduca a Ocskay, che lo custodiva, ostinatamente il difendesse. Confidando nel valore de' suoi, veniva in pensiero di sopraccorrere improvvisamente con forze superiori contro Massena, e di conculcarlo prima che Buonaparte avesse tempo di soccorrerlo. Il quale intento, se avesse avuto il suo effetto, l'arciduca avrebbe fatto a Buonaparte quello, che Buonaparte voleva fare a lui, cioè separare l'ala sua destra dalle genti del Tirolo, che erano la sua sinistra. A questo fine ebbe tostamente il generale austriaco adunato alcune truppe già venute dal Reno, e comandava al tempo medesimo ai generali Gontreuil e Bajalitsch, marciassero risolutamente a Tarvisio per a Ponteba; gli seguitava di pari passo, conducendo con se le artiglierie più grosse. L'accidente era importante, il momento fortunoso. Già marciava l'arciduca quasi sicuro della vittoria; ma quando più confidava di un prospero fine, gli sopravvenivano le novelle, certamente ingratissime, che Ocskay, non facendo alla Ponteba contro Massena quella sperienza che si aspettava di lui, si era tirato indietro fino a Tarvisio; che anzi velocemente seguitato dal nemico, aveva anche abbandonato Tarvisio, ritirandosi più che di passo verso Wurtzen. Quest'accidente tanto impetuoso fece precipitar l'arciduca ai rimedi: comandava a Ocskay, che tornasse incontanente, e cacciasse i repubblicani da Tarvisio. Ma il suo intento non ebbe effetto, perchè Ocskay, troppo accelerando il cammino, già era arrivato a Wurtzen, terra troppo più lontana che abbisognasse, perché ei potesse giungere a tempo alla fazione. Non si perdeva d'animo per tanto sinistro l'arciduca, e, non lasciata indietro diligenza od opera alcuna, pensava a ricuperar col valore quello, che la timidità aveva perduto. A questo fine ordinava a Gontreuil e Bajalitsch, seguitassero a marciare, e restituissero ad ogni modo alle armi austriache il passo di Tarvisio. Tanto velocemente marciò il primo, guidatore dell'antiguardo, che, valicato il colle di Ober-Preth, urtava valorosamente in Tarvisio, cacciavane i repubblicani, e perseguitandogli, gli respingeva sin oltre al villaggio di Salfnitz, e se fosse stato presto Bajalitsch ad arrivare per fermare i suoi nella battaglia, l'impresa aveva il suo compimento. Ma egli, o fosse ritardato dai luoghi aspri, o dagl'impedimenti delle artiglierìe che voleva condurre con se, non potè arrivare a tempo alla fazione, per modo che il seguente giorno, che fu ai ventitre di marzo, Massena, raccolti ed adunati i suoi, e già prevalendo di forze contro Gontreuil rimasto solo, dava dentro, prima a Salnitz, poscia a Tarvisio, e da ambi i luoghi cacciava gl'imperiali. Nè valsero il valore di Gontreuil, che fu molto notabile, nè quello delle sue genti che combatterono virilmente, nè la presenza dell'arciduca medesimo che era accorso, e fece in questa battaglia le veci non meno di esperto capitano, che di animoso soldato, ad arrestare il corso della fortuna contraria; perchè non solamente fu rotto e ferito Gontreuil, ma fu cagione, che rotto ancora fosse poco dopo Bajalitsch che arrivava; conciossiachè Massena vittorioso, rivoltatosi contro questa seconda colonna, le dava l'assalto sui confini di Raibel. Al tempo medesimo Guyeux, che si era impossessato per una battaglia di mano del forte passo della Chiusa di Plezzo, accostatosi ancor esso, l'assaliva alla coda. La schiera, urtata da tutte le parti da un nemico vittorioso, ridotta ad un'estrema lassezza pel camminare frettoloso su per quei monti, nè avendo speranza di soccorso, deposte le armi, si arrendeva. Quattro generali, quattromila soldati, venticinque cannoni, quattrocento carri carichi di bagaglie e di munizioni furono i cospicui segni delle vittorie di Tarvisio e di Raibel. Tali furono i risultamenti della mal difesa Ponteba, e per aver il nemico preso il vantaggio dei passi, restò vana la fatica ed il desiderio dell'arciduca.

Perduta la speranza d'offendere, pensava il generale dell'Austria ad ordinar le difese in modo che fosse fermato quel precipizio, e fatto abilità alle genti stanziali del Reno di arrivare, alle leve di Croazia, di Bosnia, d'Austria e di Ungherìa di ordinarsi, ed al campo di Neustadt di fortificarsi. Schierava a questo fine il generale Seckendorf sulla strada di Lubiana, città chiamata con vocabolo tedesco Laybach, acciocchè intendesse alla difesa della Carniola, e delle rive della Sava; quest'era l'ala sua sinistra. Alloggiava il generale Mercantin sulle sponde della Drava per sicurezza di Clagenfurt; quest'era la mezza schiera. Finalmente il principe di Reuss col generale Keim con l'ala destra avevano fermato le loro genti a San Vito, e nella valle della Mura. Per tal modo si guardavano i tre principali aditi, per cui si va dall'Italia nel cuore delle possessioni austriache in Alemagna. Sperava l'arciduca, abborrendo dal lasciarsi stringere a far giornata, che questi preparamenti di difesa, le genti del Reno che giungevano, i popoli che tumultuavano tutt'all'intorno, avrebbero dato cagione di pensare a Buonaparte, e frenato la sua audacia del volersi internare negli stati ereditari. Ma il capitano di Francia, che voleva pure che le sue armi rumoreggiassero in Alemagna, parte per amore di gloria, parte per isperanza, che chi parteggiava per la pace a Vienna, si mostrerebbe tanto più vivo quanto più ei fosse vicino, non si rimaneva, che anzi spingendosi avanti, e già congiunto con lui Joubert, entrava vittorioso in Villaco, Lobiana e Clagenfurt. Così non restava a superarsi più altro ostacolo di luoghi a Buonaparte, perchè sulle sponde del Danubio vicine a Vienna facesse sentire l'impressione delle sue armi, che la falda settentrionale delle Noriche Alpi, che la Drava dalla Mura dividono, debole impedimento per la facilità dei passi.