Si turbava fortemente a queste parole l'ambasciatore, e, chiesti i passaporti, protestava di volersene partire; il che era segno di guerra. Offeriva in sì estremo frangente il governo pontificio con sommesse parole di satisfare per l'accidente occorso (protestando però di nuovo, e risolutamente affermando, non avervi colpa), alla repubblica Francese, in quel modo ch'ella stessa avrebbe potuto e chiedere e desiderare. Aggiungeva il cardinale segretario, pregare l'ambasciadore a considerare, che in mano sua era posta la conservazione di quanto il generalissimo suo fratello aveva generosamente conceduto alla Romana corte. Ma l'ambasciadore, non avuto risguardo alle offerte di satisfazione, nè alle preghiere del papa, nè deponendo il pensiero di fare una dimostrazione ostile, tutto sdegnato, o che il fosse, o che il facesse, se ne partiva pei cavalli delle poste in tutta fretta verso Toscana. Sclamava, viaggio facendo, in ogni luogo contro i tradimenti Romani, come gli chiamava, parlava di vendette terribili, incitava i popoli a ribellione. Come poi giungeva a Parigi, rapportato il fatto nel modo più conforme al suo intento, ed a quello del direttorio, stimolava la Francia alla guerra contro Roma. Ordinava il pontefice rimedi spirituali di preghiere, di digiuni, di penitenze per ovviare alla ruina imminente: apprestava il direttorio le armi. Già un nido di ribellione contro il pontefice era formato per opera dei repubblicani in Ancona, cosa, che da per se sola avrebbe potuto rendere il pontefice giustificato, se avesse, già molto prima, significato la guerra alle due repubbliche, Francese e Cisalpina, perciocchè in quell'alzata delle Anconitane bandiere contro il papa avevano posto le mani sì i presidj Francesi, che i Cisalpini. Già Pesaro si ribellava, già Sinigaglia, ed altre terre vicine tumultuavano, e già il grido della repubblica Anconitana, infelice cagione di sommosse, di ribellioni, di repubblichette loquaci e serve, spesseggiava sui fianchi dell'orientale Apennino. Se n'era il pontefice doluto col direttorio; ma le sue querele furono passate di leggieri da coloro, che perseverando nella loro pessima intenzione, volevano, non la conservazione, ma la distruzione sua. Parigi intanto veniva fulminando: il sangue di Basville e di Duphot chiamar vendetta; doversi disfare quel nido di assassini; l'ultima ora esser giunta della Romana tirannide; a quest'opera d'umanità esser serbata la Francia; vedrebbe il mondo, quanto avesse la repubblica a cura i suoi cittadini, che vivi gli proteggeva, uccisi gli vendicava. Tali erano le amplificazioni dei tempi, e le turbe seguitavano. Ma a chi vorrà bene considerare la cosa, parrà certamente, che pur troppo atroce fatto fu l'uccisione di Duphot, e da essere pianto eternamente; ma gli parrà ugualmente, che l'accagionarne il governo del papa, e farne pretesto di sua distruzione, fosse nè ragionevole nè giusto, perchè io non ho mai, nè credo che altr'uomo che sia stato o sia al mondo, abbia udito dire, che Pio Sesto, ed il cardinale Doria Pamfili, suo segretario di stato, fossero assassini, e l'accusargli di assassinio era cosa non solamente enorme, ma iniqua. Il direttorio, imputando a disegno espresso del pontefice ciò, che era l'effetto fortuito di provocazioni straordinarie, mandava comandando a Berthier, marciasse incontanente con tutto l'esercito a passi presti contro Roma.
Avutisi da Berthier questi comandamenti, quantunque se ne vivesse molto di mala voglia per essergli venute a noja le rivoluzioni, si metteva in assetto per mandargli ad esecuzione. Commesso l'antiguardo a Cervoni, che, come di nazione Corso, sapeva la lingua del paese, gli comandava che si alloggiasse in Macerata: dava il governo della battaglia a Dalemagne per modo che d'un solo alloggiamento si tenesse discosto dall'antiguardo. Alloggiava il retroguardo a Tolentino con Rey, con mandato di osservare le bocche d'Ascoli, per le quali si va nel regno di Napoli, e di fare sicure le strade degli Apennini fra Tolentino e Foligno. Lasciava finalmente con grosso presidio in Ancona Dessolles con avvertimento di sopravvedere con bande sparse il paese, e tenerlo purgato dai contadini Urbinati, che portando grande affezione alla sedia apostolica, erano sempre inclinati a far moto in suo favore. Metteva alle stanze di Rimini quattromila Polacchi sotto la condotta di Dombrowski, e con questi anche le legioni Cisalpine, le quali nessuna cosa santa ed inviolata avendo, commisero atti, di cui quei popoli si erano mossi a grandissimo sdegno: le avrebbero anche condotte all'ultima uccisione, se non fosse sopraggiunto Berthier coi soldati di Francia. Così il sacco, e la rapina erano usati in Italia non solamente dai forestieri, ma ancora dagl'Italiani.
Incamminandosi alla distruzione del governo pontificio, mandava fuori Berthier da Ancona il dì ventinove gennajo un manifesto con queste parole: che già le rive del Tevere si godevano le dolcezze di una pace, che aveva concluso una crudele guerra, ma che l'implacabile ed ingannevole governo di Roma cospirava cercando di turbare la quiete delle nazioni, e per arra dei futuri mali commetteva un vilissimo delitto; che egli insultava alla moderazione ed alla generosità mostrata dalla repubblica nel trattato di Tolentino; ch'ei doveva pertanto con atto uguale alla sua perfidia satisfare alla repubblica; che un esercito Francese si muoveva ora contro Roma, ma che solo si muoveva per punire gli assassini del prode Duphot, che solo si muoveva per punire quegli assassini medesimi ancor rossi del sangue dell'infelice Basville; che solo si muoveva per castigar coloro, che si erano arditi disprezzare il carattere e la persona dell'ambasciadore di Francia; che la Francia sapeva, essere il popolo Romano innocente di tanta immanità e perfidia; che l'esercito di Francia il terrebbe indenne, e sicuro da ogni oltraggio.
Poscia Berthier, rivoltosi al soldati, solennemente gli ammoniva, che solo marciavano per vendicare i delitti commessi contro la repubblica, per punire il governo di Roma, ed i suoi vili assassini; considerassero, che come giusta, così immaculata doveva essere la vendetta; avvertissero, che il popolo Romano non si era mescolato nelle sceleraggini di chi il reggeva; l'amassero pertanto, il proteggessero; sapessero, che la repubblica comandava loro, che rispettassero le persone, le proprietà, i riti, ed i tempj di Roma; darebbersi pene asprissime a chi si desse al sacco; degni di Francia, degni di repubblica, degni di loro medesimi si dimostrassero.
Ciò detto, muoveva le schiere al destino loro. Per tal modo la potentissima repubblica si scagliava contro la religiosa Roma, e contro un papa già quasi disarmato, e cui faceva sicuro piuttosto la venerazione che la forza. Le genti repubblicane, preso Loreto, con aver fatto prigioniero il presidio pontificio, e commessovi qualche sacco, posto a taglia Osimo, che si era levato a favor del papa, varcati prestamente gli Apennini, all'appetita Roma si approssimavano. Era in questo estremo punto l'aspetto della città vario, e per ogni parte pericoloso: alcune condizioni risguardavano le passate cose, alcune le presenti; generavansi sette ed umori molto diversi. Il trattato di Tolentino con avere spogliato il papa della miglior parte de' suoi stati, e con averlo sforzato a consentire a certe moderazioni nelle discipline ecclesiastiche, gli aveva tolto gran parte della riputazione e della riverenza, che prima gli portavano, considerato massimamente che tali concessioni aveva fatte ad un governo, che con tanto ardore e pertinacia aveva perseguitato con l'armi sì spirituali che temporali. Il vedere poi la magnifica Roma spogliata, per soddisfare al vincitore, de' suoi ornamenti più preziosi, partoriva sdegno ne' suoi popoli, non solamente contro gli spogliatori, ma ancora contro il pontefice, giudicando essi sempre dagli effetti, non dalle cagioni, siccome quello, che pareva loro, che avesse o con imprudenza provocato, o non con prudenza contentato un nemico irresistibile. Oltre a tutto questo si trovava il pontefice ridotto alla necessità, per le stipulazioni del trattato, ad aggravare con nuove tasse i sudditi a fine di poter bastare alle somme esorbitanti che era tenuto di sborsare alla repubblica. Quindi ne era nato, che speso tutto il tesoro di San Pietro, si era dovuto por mano negli ori ed argenti dei privati, gittar nuove cedole con maggiore scapito così delle vecchie come delle nuove, ed ordinare una tassa del cinque per centinajo su tutti i beni. Cagione principalissima poi di mal umore, anche negli aderenti del pontefice e delle Romane opinioni fu questa, che si venne alla vendita del quinto dei beni ecclesiastici, il che parve gran attentato contro le immunità ecclesiastiche. Si lamentavano i cherici, che il pontefice avesse commesso ne' suoi stati quel medesimo, che con sì solenni parole aveva condannato, ed in Francia, ed in Cisalpina, ed in altri paesi, in cui si era posta la falce in questa messe. Fu questa risoluzione molto dannosa al pontefice, perchè gli tolse il favor di coloro, sui quali principalmente si fondava la sua potenza. La casse piene di gentilezze antiche, quelle, che contenevano i denari estorti con tanta difficoltà dal pubblico e dal privato, da Roma continuamente partendo, e la sembianza, e il fatto di uno spoglio indefesso ai Romani rappresentando, accrescevano la mala contentezza, e rendevano il papa spregiato ed odioso. Nè era nascosto, che le gioje stesse per la valuta di parecchi milioni, perchè con la pecunia numerata non si era potuto soddisfare ai patti di Tolentino, erano state poste in balìa del vincitore. Procedeva dalle angustie dell'erario, che il papa aveva molto rimesso da quelle pompe, e da quella magnificenza, con le quali era stato solito vivere, e che gli avevano conciliato l'affezione ed il rispetto delle popolazioni. Mancato questo splendore, da cui piuttosto, e molto più che dalla virtù e santità della vita misurano i Romani la eccellenza del principe, si cambiava l'affetto in disprezzo.
Meritava egli certamente il pontefice più compassione che odio; ma sogliono i popoli solamente compassionare i principi nelle estreme miserie di cacciamenti o di prigionìe, e quando la compassione è divenuta inutile: finchè regnano, quand'anche infelicemente regnano, il disprezzo o l'odio, piuttostochè la pietà pubblica, gli persegue; perciocchè il disprezzare o l'odiare i principi è stimato dai popoli compenso dell'obbedire. In tanta mutazione d'animi le antiche querele si rinnovavano. Del duca Braschi, nipote del pontefice, si motivava, arricchito oltre modo con monipolj contro il pubblico, con ispogliamenti contro i privati: memoravasi la parsimonia di Ganganelli verso i suoi nipoti, e con la prodigalità di Braschi verso i propri paragonavasi, e quello a questo di gran lunga anteponevano. Meglio fora stato, esclamavano, contenersi nella temperanza Ganganelliana, che vivere, prima profusa vita per elezione, poi misera per necessità. I servitori soprattutto, di cui tanto abbonda Roma, diminuiti i salarj, si lamentavano: e siccome quelli, che, secondo il solito, senza freno sono, facevano un parlare perniziosissimo. Tanto più essi erano di perduta speranza, quanto più le magnificenze Braschesche, le quali si erano dilatate in tutta la corte, ne avevano oltre modo accresciuto il numero, e più erano sprofondati nell'ozio, più si trovavano lontani dal far la risoluzione di guadagnarsi con onorate fatiche un'onorata vita. Si arrogavano i discorsi dei politici, e degli amatori dell'antica disciplina della chiesa. Argomentavano i primi dalla necessità di avere in tempi difficili e pericolosi un governo d'uomini prudenti, e conoscitori delle umane cose, non di preti soliti a giudicarne con le preoccupazioni, e con le astrazioni religiose. Affermavano, poichè si era giunto a tale che le armi spirituali, perduta l'efficacia loro, più non giovavano, doversi lo stato commettere al freno di coloro, che attamente delle passioni umane giudicando, sapevano per uso adoperare prudentemente i rimedj politici e temporali degli stati infermi: se Roma spirituale periva, vociferavano, doversi almeno salvare Roma temporale. I secondi dimostravano a che aveva condotto lo stato Romano la potenza spirituale eccessiva, e temerariamente usurpata, ed ambiziosamente usata dai pontefici, e l'esser loro stati esaltati alla potenza terrena. Andavano dicendo, essere tempo di usare il tempo per ridurre i costumi trascorsi della chiesa alla semplicità antica, e la potenza dei papi ai limiti primitivi, per reintegrare i vescovi in quella pienezza di potestà, che viene loro dal fondatore stesso della religione, per restituire ai principi l'independenza, che a loro s'appartiene di diritto, e che tanto è necessaria pel buon governo degli stati; questo benefizio aver a nascere da tanti sovvertimenti, nè senza un pietoso fine avere l'infinita sapienza aggravato la mano sui popoli della terra. Le dottrine Pistojesi, mostrandosi più apertamente, acquistavano maggior credito, ed i fautori loro nutrivano speranza, che lo stato della chiesa si avesse a ridurre in similitudine ai tempi che furono prossimi a quei degli Apostoli. Ma i democrati, che non amavano meglio una religione riformata, che uno stato regolato, confortati da apparenze tanto nemiche al papa, ed avendo ardente desiderio della vittoria dei Francesi, pigliavano novelli spiriti, e più vivamente operando, minacciavano prossima ruina al reggimento antico. Sentivano, e vedevano i reggitori della turbata Roma queste cose, ma meglio desideravano, che potessero porvi rimedio. Pure mandavano fuori provvisioni contro lo sparlare, ma il tempo era più forte di loro, e la proibizione accresceva la licenza. Aveva lungo tempo in Roma la maldicenza tenuto luogo di libertà, ed i Romani cuori umilmente obbedivano, purchè le Romane lingue si potesser sfogare: sicchè gridavano, esser tolta loro quella libertà, di cui avevano goduto sino ai tempi, e sin dai tempi strettissimi di Alessandro e di Sisto, crescere la tirannide con la miseria, pagare i popoli con la servitù gli errori del governo, diventata essere la condizione Romana insopportabile. A queste voci i fedeli s'intimorivano, gli avversi s'incoraggivano, gli odj s'inviperivano. Così lo stringere, e rallentare il freno era parimente esiziale al papa, crollavasi lo stato già prima che Francia gli desse l'ultima pinta. Il misero pontefice abbandonato su quei primi romori da quasi tutti i cardinali, trovava un debole conforto di parole nel cardinale Lorenzana, protettore del reame di Spagna, nel principe Belmonte Pignatelli mandato a lui dal re di Napoli, e finalmente nel cavaliere Azara, ministro di Spagna, solito a creare con efficacia nei governi di quei tempi inclinazioni verso la repubblica di Francia, poi ad intromettersi senza frutto, quando il momento era giunto della distruzione loro. Vedutasi dal papa la ruina inevitabile, ordinava ai capi de' suoi soldati, facessero nissun moto di resistenza, e si ritirassero con quel passo, con cui i Francesi si avvicinavano; pensava intanto alla quiete di Roma, ingrossando il presidio, perchè non voleva, che l'anarchìa precedesse la conquista.
Il dì dieci febbrajo molto per tempo si mostravano i repubblicani sui Romani colli: ammiravano una tanta città. Tagliavano trincee, piantavano cannoni. Per accordo stipulato per parte del papa da Azara, e da alcuni cardinali, entravano nella magnifica Roma il giorno medesimo, e fatto sloggiare, il che fu uno spettacolo miserando, dal castel Sant'Angelo il presidio pontificio, l'occupavano. Prendevano anche, condotti da Cervoni, i principali posti della città. Poi, accompagnato da' suoi primi uffiziali, e scortato da grosse squadre di cavallerìa, entrava il dì undici trionfando Berthier. Al tempo medesimo i manifesti promettitori di rispetto alle persone, alle sostanze, ai riti, alla religione si affiggevano su per le mura; dei quali, se più speranza o timore concepissero i Romani, è dubbio. Alloggiava Berthier nel Quirinale, mandava Cervoni al Vaticano per far riverenza al pontefice, assicurandolo della persona e dell'antica sovranità. Scriveva il dì medesimo del suo ingresso a Buonaparte, che un terrore profondissimo occupava Roma, e che lume nissuno di libertà appariva da nissun canto; che un solo democrata era venuto a trovarlo, offerendogli di dar libertà a due mila galeotti. Dava speranze, e faceva promesse d'ajuto ai novatori, piuttosto per ordine che per voglia. Queste promesse, e questi incitamenti sortivano l'effetto; il giorno quindici di febbrajo, correndo l'anniversario dell'incoronazione del pontefice, che a quel dì medesimo compiva ventitrè anni di regno, si levava subitamente per tutta Roma un moto grandissimo di gente, che chiamava la libertà, e mossa fin su quel primo principio da servile imitazione, traendo seco non so qual fusto di pino, s'incamminava a calca verso Campo Vaccino. La folla, le grida, la veemenza crescevano ad ogni passo. Molti correvano per vedere, alcuni per aiutare, nissuno per contrastare; perchè le pattuglie repubblicane che giravano, impedivano ogni moto contrario. Giunta che fu quella immensa tratta dirimpetto al Campidoglio, crescendo vieppiù le grida e lo schiamazzo, a fronte del famoso colle rizzava l'albero con una berretta in cima, e viemaggiormente infiammandosi a tale vista, gridava libertà, libertà! Nè contenti a questo, i capi givano ad alta voce interrogando gli astanti, se volessero viver liberi: risuonava tutto Campo Vaccino del sì. Seguitavano i capi a domandare, è volontà questa del popolo Romano? Di nuovo risuonava Campo Vaccino del sì. Cinque notai richiesti rogavano l'atto, siccome il popolo Romano sovrano e libero aveva rivendicato i suoi diritti, che libero e franco si dichiarava, che al governo del papa rinunziava, che in repubblica voleva libero vivere, e libero morire. Qui le grida, gli strepiti, il gittar dei cappelli, l'abbracciarsi, il confortarsi, il pianger dalla gioia, il ridere per pazzia, che sorsero, non son cose che da umana penna si possano agevolmente descrivere. Poi i motti contro i preti, contro il papa, e contro i cardinali, e le ipotiposi sui vizi, parte veri, parte anco esagerati della corte Romana, andavano all'eccesso. Gli atti e gli scherzi che si fecero, non son da raccontarsi. Solo dirò, che un padre di due bellissime fanciulle, venuto con loro sulla piazza pubblica, si toglieva primieramente, romoreggiando dalla gioia il popolo all'intorno, il proprio nome, con quello di Tesifonte chiamandosi; poscia le proprie figliuole sbattezzava. Ambiva quindi, e voleva essere chiamalo cittadino Tesifonte; disordinati segni di più disordinato avvenire.
Rogato l'atto, scritto in ischifosa e servil lingua Italiana, tradotta dal Francese, si eleggevano dal popolo convocato uomini a posta, perchè l'atto medesimo portassero a Berthier, e gli raccomandassero la novella repubblica. Eravi solennità: entrava a guisa di trionfatore per la porta del Popolo il generale di Francia, con magnifico corteggio dietro ed intorno di splendidi ufficiali, e di cento cavalli eletti da ciascun reggimento. Suonavano con grandissimo strepito gli stromenti della musica militare; l'affollato popolo applaudiva. Non così tosto compariva alla porta del Popolo, che era presentato di una corona dai capi in nome del popolo Romano. L'accettava, protestando ch'ella di ragione apparteneva a Buonaparte, le cui magnanime imprese avevano preparato la libertà Romana; che per lui la riceveva, che per lui la serberebbe, e che a lui in nome del popolo Romano la manderebbe. Salito in Campidoglio bandiva la repubblica Romana solennemente, la riconosceva in nome della Francia, lodava la libertà, chiamava i Romani figliuoli di Bruto e di Scipione. Queste cose si facevano, veggendo ed udendo dalle stanze del deserto Vaticano il canuto ed infermo pontefice. Erano tutto il restante giorno, e la seguente notte canti, balli, e rallegramenti di ogni forma.
La Cisalpina repubblica a questi sovvertimenti si rallegrava. Scriveva il direttorio nella solita lingua servile per mezzo del presidente, ai legislatori Cisalpini, che la patria di Bruto era libera, che i suoi discendenti avevano solennemente proclamati i diritti dell'uomo, che il sacro albero rigeneratore dei popoli aveva messo le sue radici sul Campidoglio, che la ragione era stata vendicata de' suoi oltraggi, che Roma finalmente non aveva più tiranni; che vi si era creato un governo provvisorio composto di bravi, ed illuminati repubblicani; che il vescovo di Roma era guardato dalle truppe Francesi, e che il popolo quanto inebbriato del sentimento della sua libertà, altrettanto si manteneva dignitoso, saggio e tranquillo. Quest'erano le poesie, o per parlare con Buonaparte, i romanzi dei tempi.
Fra mezzo a tanta mina continuava a starsene nelle sue stanze del Vaticano papa Pio Sesto con qualche apparato di sovranità, tuttochè già servo fosse; conciossiachè ed usava la sua spirituale potestà, ed i ministri celebravano gli uffici divini, e gli ufficiali di casa il servivano, e le guardie Svizzere il custodivano. Ma in quella stato di Roma non poteva più un papa sussistere, nè per lui per le dignità, nè pei repubblicani per la sicurezza. Inoltre l'opera del direttorio doveva consumarsi intiera. S'incominciavano a mandar carcerati in Castel Sant'Angelo, o confinati nelle proprie case alcuni cardinali, ed altri personaggi di nome e d'autorità. Toglievasi quindi dal Vaticano la guardia Svizzera con dolore vivissimo del pontefice, che non se ne poteva dar pace; vi surrogavano la guardia Francese. Qui io vorrei tacermi: ma l'amore della verità mi sforza a dire, che il venerando Pio, ridotto in caso di sì estremo abbassamento, non andava esente, da parte di alcuni repubblicani di Francia, da scherni tali, che l'ammazzarlo sarebbe stato poco maggior mancamento. Agli scherni succedeva l'esilio: Cervoni, avutone comandamento da Berthier, introdottosi nelle stanze del pontefice, in nome della repubblica Francese gl'intimava, che si dispogliasse della sovranità temporale, si contentasse della spirituale. Rispondeva Pio, avere la sua temporale sovranità ricevuto da Dio, e per libera elezione degli uomini, non potere, nè volere rinunziarvi; alla età sua di ottant'anni potersi bene fare mali grossi, ma non lunghi; essere parato a qualunque strazio; essere stato creato papa con piena potestà; volere per quanto in lui fosse, papa morire con piena potestà; usassero la forza, poichè in mano l'avevano, ma avvertissero che se avevano in poter loro il corpo, non avevano parimente l'animo, il quale in più libera regione spaziando, di accidenti umani non temeva; esservi un'altra vita per lui oggimai vicina; in lei nulla gli empi, nulla i prepotenti potrebbero.