Io sono nel presente libro per raccontare il martirio del re di Sardegna. Nella quale narrazione si vedrà, quanto possa l'abuso della forza contro il debole, e come non abbia incresciuto al più potente, non solo di usare la forza soverchia, ma ancora di aggiungervi la fraude, colorandola con le dolci parole di lealtà, e di santa osservanza dei patti. Si vedrà, come uomini, per ogni altra parte di dottrina e di virtù compiti, si siano fatti, per le illusioni dei tempi, stromenti di sì condannabili eccessi. Racconterò dall'altro lato uomini ridotti all'ultimo caso mostrare più animo, e maggiore virtù, che non quelli ai quali obbedivano quasi tutte le forze d'Europa; e se qualche contentezza si pruova nello scrivere storie, questa è di poter purgare dalle calunnie di tempi perversi gli uomini eccellenti.

Il re di Sardegna serrato da ogni parte dalle armi di Francia, aveva posto l'unica speranza nella sincerità della sua fede verso il direttorio, non che nel più interno dell'animo non desiderasse altre condizioni, perchè impossibile è che l'uomo ami il suo male, ma vedeva, che era del tutto in potestà dell'oppressore il sovvertire i suoi stati, prima solo che l'Austria il sapesse. Così la repubblica di Francia voleva la distruzione del re, sebbene s'infingesse del contrario, ed il re voleva serbar fede alla repubblica, quantunque altri desiderj avesse. Reggeva il Piemonte il re Carlo Emanuele quarto, principe religiosissimo, e di pacata natura, ma che trasportando i precetti della religione nelle faccende di stato, era poco atto a destreggiarsi in un secolo tanto rotto, e sregolato.

Sedevano appresso ai potentati d'Italia, come ambasciatori o ministri della repubblica Francese, Ginguené a Torino, Trouvé a Milano, Garat a Napoli, Sottin a Genova. Erano Ginguené e Garat avversi ai governi, presso a cui erano mandati, e desideravano la mutazione, ma non la procuravano apertamente, mentre Sottin non s'infingeva contro il sovrano del Piemonte da quel suo nido di Genova. Principale secondatore di mutazioni si mostrava Brune, a questo tempo generale dei Francesi in Italia, sì per se, e sì per gli stimoli dei fuorusciti Piemontesi, che gli stavano assiduamente ai fianchi. Questi, non contraddicendo i repubblicani di Francia, padroni del paese, fulminavano senza posa sì dalla Liguria, che dalla Cisalpina contro il re Carlo Emanuele; il che giunto ai mali umori, che già erano gonfiati in Piemonte, partoriva effetti tanto più forti, quanto più parevano essere aiutati dai Francesi. Oltre a questo l'ambasciador Cisalpino Cicognara, che sedeva in Torino, giovane di singolare ingegno, e di natura generosa, vedeva molto volentieri coloro che desideravano la mutazione, e dirizzava le cose secondo le opinioni dei tempi, in pro sì della Cisalpina particolarmente, che dell'Italia universalmente; onde i novatori prendevano novelli spiriti. Consultavano coll'ambasciator Cisalpino massimamente coloro, che volevano cambiare gli ordini politici in Piemonte per unirlo alla Cisalpina, o che si volesse fare di tutta l'Italia una sola repubblica, come alcuni bramavano, o che si preferisse di farne due, dell'una delle quali sarebbe capo Milano, dell'altra Roma; imperciocchè questi pensieri appunto cadevano negli animi dei novatori Italiani.

In mezzo a tutti questi umori era arrivato l'ambasciatore Ginguené in Torino. Era Ginguené uomo di tutte virtù, ma molto incapriccito in su quelle repubbliche, non vedendo bene alcuno se non negli stati repubblicani. La filosofia l'aveva allettato, e la forza straordinaria di quella sua repubblica gli faceva una sembianza di felicità e di libertà, come se la felicità e la libertà potessero vivere negli stati disordinati e soldateschi. Ma l'orgoglio che nasce dalla potenza, massime negl'ingegni vivi, fa di queste illusioni, ed anche delle peggiori. La paura ancora operava qualche cosa in una fantasia tanto vivace; imperciocchè, siccome Ginguené si era molto nodrito degli scrittori Italiani, e specialmente di Machiavelli, così egli si era dato a credere, che l'Italia fosse piena di Machiavelli e di Borgia, ed aveva continuamente la fantasia spaventata da immagini di tradimenti, di fraudi, di congiure, di assassinj, di stiletti, e di veleni. Stimava, che la sincerità, e la lealtà fossero solo in Francia; nè le insidie, ed i tradimenti di Buonaparte, e del direttorio in Italia, quantunque fossero tanto manifesti, l'avevano potuto guarire. Con questi spaventi in capo, veduto prima il ministro Priocca, in cui scoverse, come diceva, non so che di perfido al ridere, faceva il suo primo ingresso al re. Solito alle accademie, solito ai discorsi al direttorio, e del direttorio, poichè l'età fu ciarliera oltre ogni credere, si aveva Ginguené apparecchiato un bello e magnifico discorso, non considerando, che quello non era uso di corte in Torino, e che se gli apparati di lei sono magnifici, il re se ne vive con molta modestia. Traversate le stanze piene di soldati bene armati, e di cortigiani pomposi, entrava Ginguené in abito solenne e con una sciabola a tracollo, nella camera d'udienza, dove si trovò solo col principe. Stupì l'ambasciator repubblicano in vedendo tanta semplicità nel sovrano del Piemonte. Avrebbe dovuto, siccome pare, deporre il pensiero di recitare il discorso, perchè e le adulazioni, ed i rimproveri erano ugualmente, non che intempestivi, inconvenienti. Pure, ripreso animo, così favellava al re. «Sire, il direttorio esecutivo della repubblica Francese, desiderando nodrire la buona amicizia testè introdotta tra la Francia ed il governo Piemontese, mi manda a vostra maestà. Porto con me da parte del direttorio fede, lealtà, rispetto ai trattati, rispetto all'ordine pubblico, rispetto al diritto delle genti. Spero trovare nei ministri, ed in tutti gli agenti di vostra maestà i medesimi sentimenti. Un operare sincero ed aperto solo conviensi ai governi veri. La nazione, che per le sue vittorie acquistò il nome di grande, non ne conosce alcuno diverso da questo. Ella fa della doppiezza e dell'astuzia nei negoziati la medesima stima, che della viltà nelle battaglie. Ella lascia con disprezzo i gabbamenti, e le machiavelliane fraudi a quei vili governi corrotti, e corrompitori, che da sei anni turbano l'Europa con le loro macchinazioni, e comprano a peso d'oro l'umano sangue. Quali frutti raccolto hanno dai perfidi consigli le docili potenze? Io non sono già, o Sire, per irritar quelle ferite, che il tempo solo, la pace, e la concordia possono saldare. Solo ho intento di dire, parlando a vostra maestà, a tutti i governi, che, come ella, sonsi ricondotti a consigli pacifici, che la prosperità loro, che la loro gloria, nella costanza e nella sincerità loro verso la Francese repubblica sono massimamente ed unicamente riposte. Piacemi sperare, o Sire, che quanto io dico, sia conforme all'animo di vostra maestà. Sarà per me gran ventura, se la mia condotta, ed i miei principj conosciuti nelle tempeste che turbarono la mia patria, potranno anticipatamente darvi buon concetto di me, se la elezione del direttorio nel mandarmi a vostra maestà le parrà segno delle sue intenzioni verso di lei, e se finalmente nel corso di questa mia tanto onorevole missione, io riuscirommi a dimostrare, che bene ha il direttorio esecutivo posto la sua fede in me, e che non indarno io ho sperato meritare la stima di vostra maestà».

Questo discorso, che ritraggo di maggior semplicità, ed è molto più purgato di quello tanto astruso, e tanto lambiccato di Garat al re di Napoli, non sarebbe, se non da lodarsi, se non fossero quelle punture date al governo del re; perchè, salve le precauzioni oratorie, esso niun'altra cosa voleva significare se non questa, che il governo Piemontese non era nè sincero, nè amico della repubblica di Francia, nè scevro dalle corruttele Inglesi. Le quali cose certamente credeva Ginguené, ed ebbele volute dire. Da un'altra parte quale sincerità fosse nelle parole di Ginguené, è facile giudicare. Portava egli opinione, e lo scrisse anche al suo governo, che un governo regio qual era quello di Piemonte, non poteva più lungamente sussistere, essendo posto fra tre repubbliche incitatrici, e che perciò era d'uopo operarvi buonamente una rivoluzione, la quale avrebbe potuto essere senza sangue; che se al contrario si aspettava ch'ella da se medesima nascesse, sarebbe violenta e sanguinosa: pareva a Ginguené, che il re dovesse restar contento della Sardegna. Ora qual fede, e qual lealtà verso il re vi fosse nel voler fare una rivoluzione ne' suoi stati, e cacciarlo dal Piemonte, ciascuno sel vede. Così chi poneva le cagioni, voleva anche gli effetti; e dalla necessità delle cagioni argomentava poi alla giustizia degli effetti. Certamente non era colpa del re di Sardegna, se si era creata una repubblica incitatrice in Francia, e simili, ed ancor peggiori repubbliche avevano i repubblicani Francesi creato in Lombardia, ed in Liguria.

Al discorso tanto squisito del repubblicano non rispose il re, non essendo accademico. Bensì venne sull'interrogare del buon viaggio, e della buona salute dell'ambasciatore: poi toccò delle infermità proprie, della consolazione che trovava nella moglie, che era sorella di Luigi decimosesto re di Francia. A questo tratto ripigliando Ginguené le parole, disse, ch'ella aveva lasciato in Francia memorie di bontà e di virtù. Si rallegrava a queste lodi della regina il Piemontese principe, e mettendosi ancor egli sul lodarla, molto affettuosamente spaziò nel favellare delle virtù e della bontà di lei, degli obblighi che le aveva, dei difetti di cui ella l'aveva corretto, massime di quelli della ostinazione e della violenza, della confidenza intiera che aveva in lei, e della pace, e del buon accordo, che, mercè le sue virtù, regnavano in tutta la famiglia. Poi seguitando, addomandava all'ambasciadore, se avesse figliuoli. Rispose del no. Al che il principe, tutto su l'orbezza propria intenerito, rispose, nè anch'io ne ho, ma mi consolo per la virtuosa donna. Queste cose io ho voluto raccontare, perchè mi parvero fare un dolce e consolatorio suono in mezzo alle stragi ed ai tradimenti del secolo. Ritirossi dalla reale udienza l'ambasciador di Francia, e sebbene fosse molto acceso sulle opinioni repubblicane di quei tempi, si sentì non pertanto assai commosso ed intenerito a tanta bontà, semplicità, e modestia del sovrano del Piemonte. Pure questo fu il principe, che divenne bersaglio di tanti oltraggi, di tanti furori, e di tante disgrazie.

Frequentavano la casa dell'ambasciator di Francia i desiderosi di novità in Piemonte, principalmente quelli, che volendo due repubbliche in Italia, portavano opinione, che il Piemonte dovesse essere unito colla Francia. Nella quale opinione concordavano alcuni nobili delle principali famiglie, o per amore di libertà, o per invidia di potenza verso la casa reale. Stando costoro continuamente ai fianchi di Ginguené, gli rapportavano le più smoderate cose del mondo, mescolando il vero col falso sulle condizioni del Piemonte, e sulla facilità di operarvi la rivoluzione; e siccome questi rapporti andavano a versi delle sue opinioni, così ei se gli credeva molto facilmente. Per la qual cosa sentiva egli sempre sinistramente del governo, e volendo tagliarvi i nervi, insisteva con istanza presso il direttorio, acciocchè sforzasse il re a licenziare i sei reggimenti Svizzeri, che tuttavia conservava a' suoi soldi.

Mentre da una parte l'ambasciator di Francia dava animo ai novatori, vedendogli volentieri, e dando facile ascolto ai rapportamenti loro e dall'altra voleva che si disarmasse il re con licenziare gli Svizzeri, i mali semi producevano in Piemonte frutti a se medesimi conformi. Sorgevano in diverse parti moti pericolosi suscitati da gente audace con intendimento di rivoltar lo stato. Il più principale pel numero e pel luogo, ed il più pericoloso si mostrava in Carrosio, terra di qualche importanza, che obbediva al Piemonte, quantunque situata dentro al dominio Genovese, e cinta da ogni parte delle terre della repubblica Ligure. Quivi erano concorsi oltre un migliaio i fuorusciti Piemontesi, sì quelli, che per iscampo loro e per essersi mescolati nelle congiure precedenti, erano stati obbligati a spatriarsi, come quelli che per opinione abborrendo la potestà regia, si erano volontariamente condotti in paesi forestieri. Avevano fatto elezione di questo luogo, parte perchè per lui potevano facilmente insinuarsi nei siti montagnosi del Tortonese e delle Langhe, parte perchè non credevano che il re s'ardisse andar ad assaltargli, stantechè era per lui necessario passare pel territorio Ligure, e parte finalmente perchè i capi loro avevano forti aderenze nel Genovesato, massimamente in Genova. Nè le speranze riuscivano senza effetto: circa due mila soldati Liguri, partitisi improvvisamente dai soldi della repubblica, ed usciti da Genova senza ostacolo, andarono ad ingrossare a Carrosio la squadra dei Piemontesi. Nè dubbio alcuno vi poteva essere sugli incitatori; perchè ed uscirono sotto condotta di un ufficiale Ligure, che poi se ne tornò sicuramente a Genova, ed erano ottimamente forniti di denaro. Al tempo stesso si recitava sulle scene Genovesi una commedia intitolata Furbo per furbo, piena di molti strazi e villanìe contro il re, e ad ogni tratto gridavano gli spettatori, viva la libertà, morte al tiranno Piemontese. L'inviato che quivi si trovava presente, per lo men reo partito elesse di ritirarsi. Le Gazzette poi di Genova, anche quelle che si pubblicavano sotto l'autorità del governo, continuamente laceravano il re, chiamandolo con ogni più obbrobrioso nome, ed innalzando fino al cielo l'impresa dei fuorusciti di Carrosio. Promettevano altresì, che quello che si tentava dalla parte della Liguria, si sarebbe anche tentato dalla parte della Cisalpina, e con parole infiammatissime pronosticavano la prossima ruina di Carlo Emanuele. Capi principali del moto di Carrosio erano uno Spinola, nobile, Pelisseri, e Trombetta popolani, gente oltre ogni modo ardita, ed intenta a novità. Un Guillaume, ed un Colignon Francesi erano con loro. Nissuno pensi, che uomini incitatissimi abbiano mai pubblicato cose più immoderate contro i re di quelle, che costoro mandarono fuori contro quel di Sardegna. Poi per dar maggior terrore, e per far credere che non si consigliassero con fondamenti falsi, spargevano ad arte voci, che la repubblica Francese loro dava favore, e che appunto coll'intento di far sorgere la rivoluzione in Piemonte, il direttorio aveva scambiato il suo legato, mandando in vece di Miot, uomo, come dicevano, di pochi pensieri e repubblicano tiepido, Ginguené, amatore vivo di repubblica, e d'animo svegliato e forte.

Intanto dalle parole passavano ai fatti, e con infinita insolenza procedendo, svaligiavano i corrieri del re con tor loro i dispacci, bruttissimo preludio di libertà. Fatti poscia più audaci dal numero loro, che ogni giorno andava crescendo, marciarono armatamano contro Serravalle, la quale combattuta vanamente, ed assaliti gagliardamente dalle genti regie, se ne tornarono con la peggio. Parecchj altri assalti diedero alla medesima fortezza con esito ora prospero, ed ora avverso. Così la guerra civile ardeva sulle frontiere del Piemonte.

Si moltiplicava continuamente il dispiacere, che riceveva il re dalle sommosse democratiche: infatti il prenunzio di romori di verso Cisalpina non riuscì vano: un corpo assai grosso di repubblicani Piemontesi, non senza intesa del governo Cisalpino, e del generale Brune, in Pallanza sul lago Maggiore adunatosi, minacciava d'invasione l'alto Novarese, e faceva le viste di volersi calare, se trovasse l'adito facile, e la fortuna propizia, fino a Vercelli. Reggevano, come capi principali, questo moto, Seras, originario di Piemonte, ma ai soldi di Francia, ed ajutante di Brune, ed un Léotaud Francese con un Lions Francese ancor esso, ajutante di Léotaud. Noveravansi in questa schiera meglio di seicento combattenti, bene armati, e partiti assai regolarmente in compagnìe. Risplendevano fra di loro non pochi giovani ingenui, e di natali onesti. Si scopriva la fortuna favorevole ai primi loro conati; conciossiachè avendo udito, che i regj giunti prima in Arona, poi già arrivati a Stresa, si apparecchiavano a combattergli, si deliberarono di prevenire i loro assalti con impadronirsi della fortezza di Domodossola; nella quale effettualmente, fatto un impeto improvviso, entrarono, non aspettando i regj una così repentina fazione, nè la fortezza essendo all'ordine per resistere. Vi trovarono i repubblicani alcuni cannoni, opportuno sussidio per loro, e se gli menarono per servirsene contro le truppe della parte contraria. Una terza testa di repubblicani armati era discesa da Abriez nelle valli dei Valdesi, e già aveva occupato Bobbio, ed il Villard, moto molto pericoloso perchè accennava a Pinerolo, terra aperta, e poco lontana dalla città capitale di Torino. Trovavasi il governo regio travagliato da tutte le parti, e temeva che il cuore stesso del Piemonte, che tuttavìa perseverava sano, avesse a fare qualche movimento contrario. Amico nissuno aveva, se non lontano, ed inabile ad ajutarlo; i vicini, cioè la Francia, la Cisalpina e la Liguria, sotto specie di amicizia, ordivano la sua ruina. Pure intendeva all'onore, se alla salute più non poteva, e faceva elezione, giacchè si vedeva giunto al fine, di perir piuttosto per forza altrui, che per viltà propria. Pubblicava il re in mezzo a sì rovinosi accidenti un editto, in cui mostrando fermezza d'animo uguale al pericolo, diè a vedere, che maggior virtù risplende in chi serba costanza a difender se stesso nell'avversità, che in chi assalta altrui con impeto nella prosperità. Andava in primo luogo rammentando quanto aveva operato, dalla sua assunzione in poi, pel sollievo dei popoli; si lamentava, che a malgrado di tante sue cure, e di tanta sollecitudine, spiriti sediziosi e perversi avessero il precedente anno volto a ribellione una moltitudine di persone, parte ree, parte imprudenti, le quali avevano empiuto il Piemonte di confusione, di terrore e di rapina; raccontava, che mercè della divina provvidenza, e coll'ajuto dei sudditi fedeli erano stati frenati i turbatori ed interrotto il corso alle indegne opere loro; che non ostante avevano trovato ricovero in grembo alle potenze vicine, donde avendo raccolto nuovi partigiani, novellamente s'attentavano di correre le province conterminali; che egli aveva mandato contro di loro truppe a sufficienza; ma perchè meglio i sudditi fossero tutelati, voleva, che tutte le città, che tutti i comuni, di concerto coi giudici regj, e sotto guida dei governatori, e dei comandanti delle piazze ponessero le armi in mano a tutti gli uomini dabbene ed affezionati, acciocchè, ove d'uopo ne fosse, potessero congiungersi con le genti regie, e correre insieme alla difesa comune; che sapeva altresì, e di certa scienza novellamente affermava, che ogni giorno riceveva tanto da parte dei generali, quanto da quella degli agenti del governo Francese, dimostrazioni non dubbie di buona amicizia; che finalmente con la sua reale sopportazione consigliandosi, offeriva perdono a chi pentito de' suoi errori se ne volesse tornare al suo grembo paterno.