Era a questo tempo l'aspetto del Piemonte oltre ogni dire miserabile: una estrema carestìa, un rapir di soldati al tempo dei confederati l'avevano messo in estrema penuria. Nè erano mancate le angherìe, e le soperchierìe, e le ingordigie dei commissarj imperiali: la insolenza era stata minore, ma la rapacità uguale. I Piemontesi non sapevano più nè che cosa sperare, nè che cosa temere, nè che cosa desiderare, stantechè i cambiamenti di dominio non producevano un cambiamento di fortuna. Maledicevano il destino, che gli aveva fatti piccoli fra due grandi. Nè questa era per loro la somma delle tristi fortune; perchè i biglietti di credito, che sempre più scapitavano, lunga e luttuosa peste del paese, avevano posto in confusione tutti gli averi: ogni civile faccenda si fermava; il prezzo dei viveri eccessivo, i poveri, che non avevano biglietti, perchè i minori erano di venti lire, smoderatamente pativano. Infine, tanto sopravvanzò questo male, che fu forza venirne all'ordinare che non si spendessero più che a valor di commercio, e si pubblicarono le scale del cambio. Ma le piaghe erano fatte, rimaneva la coda dei contratti anteriori. Penò molto la consulta, quantunque in lei abbondassero gli avvocati dotti e sottili, ad assestar questa faccenda, e quando si assestò, nissuno contento, ancorchè la legge fosse giusta. Questa fu gran radice di mali umori. Nè gran momento di sventura non recava il peso gravissimo del dover mantenere i soldati di Francia, sì quelli che passavano, come quelli che stanziavano, peso da non poter esser portato dalle finanze Piemontesi. Voleva Massena, chiamato dal consolo generalissimo in Italia, che il Piemonte gli desse per sostentazione dei soldati, un milione al mese, e mantenesse i presidj. Poi successe Brune a Massena: accordossi, che col milione mensuale le casse Francesi mantenessero esse; ma ecco pagarsi il milione, ed i soldati non mantenersi: era il Piemonte obbligato a supplire; perchè se non si dava loro il necessario, e' se lo prendevano da se. Volle Jourdan, che buono era e dabbene, rimediare, ma i trappolatori ne sapevano più di lui; non se ne poteva dar pace: non vi era rimedio. S'aggiungevano i comandamenti fantastici; perchè ora si voleva che una fortezza Piemontese si demolisse a spese del Piemonte, ed ora, che la medesima si riattasse: ora s'addomandavano i piombi della cupola di Superga, il che, prima cosa, avrebbe fatto rovinar l'edifizio per le acque, ed ora si voleva che si demolissero i bastioni che sopportano il giardino del re, opera inutile, perchè la città era già tutto all'intorno smantellata. Se non era la costanza di chi governava ad opporvisi, Superga ed il giardino, gradito passeggio dei Torinesi, perivano. Chi domandava denari pel vivere dei soldati, chi pel vestito, chi per gli ospedali, chi per le artiglierìe, chi pei passi, chi per le stanze: erano le richieste capricciose, i consumi eccessivi, le finanze impotenti; ogni cosa in travaglio e confusione.
Altri tormenti, oltre i raccontati, travagliavano i Piemontesi, e rendevano impossibile ogni buon governo; questi erano la incertezza sulle sorti future del paese. Sapevansi le offerte fatte dal consolo al re: ciò faceva camminar a ritroso i partigiani regj, a rilento i repubblicani: quelli speravano, questi temevano: tra l'ordinar peritoso e l'obbedir lento nasceva l'anarchìa. Il consolo non si era voluto scoprire: interrogato, si ravviluppava nelle ambagi. Alcuni dagli stimoli da lui dati ai repubblicani Piemontesi, acciò si mostrassero, argomentavano ch'ei non volesse più dare il Piemonte al re; alcuni altri da questo stesso giudicavano, che il volesse dare. I democrati insultavano gli aristocrati, gli aristocrati si ridevano dei democrati; i primi speravano la repubblica, i secondi si tenevano sicuri del regno. Questi prevalevano, perchè non pochi fra i capi venuti di Francia per ingerirsi, non senza cagione, nelle faccende dell'amministrazione militare, e che se ne vivevano alle mense dei magnati, o per adulazione, o per certo vezzo di voler comparire dell'antico tempo, laceravano continuamente quei che servivano allo stato nuovo. Chi si dava per antico conte, chi per antico marchese, chi, per lo manco, per visconte, o per barone; nè s'accorgevano in quanto disprezzo venissero essi medesimi appresso ai nobili Piemontesi, tanto acuti ed esperti conoscitori della natura altrui. Intanto questi discorsi toglievano forza al governo. Quelli stessi che più da lui domandavano, il riducevano alla condizione di poter men dare. Era in questo procedere leggerezza ed ingratitudine, ma non disamorevolezza od odio, perchè non erano capaci nè di amare nè di odiare. Io non so, se in mezzo a cose tanto gravi mi debba parlare delle pazzie dei democrati, che non vedevano in qual trappola fossero. Pure non tacerò, che era tornato in Piemonte quel Ranza. Le cose che diceva e che stampava, non son da domandare; e peggio, che queste medesime cose aveva dette, standosene carcerato in Vigevano in poter dei Russi, e le avrebbe anche stampate, se avesse potuto. Ora scriveva contro i preti, ora contro i frati, ora contro gli aristocrati, ora contro i democrati, ora contro il governo, ora contro i governati, e fece un giorno, traendo il popolo a folla, non so qual falò in piazza Castello dello scritto di un frate suo avversario. Buttava nel pubblico ogni giorno sue miracolose gazzette, ed ogni giorno ancora appiccava suoi cedoloni alle mura egli stesso, e quando si sentiva voce, che era Ranza, il popolo correva a calca per vedere. Incominciò, a dire, che vivevano troppi aristocrati in Piemonte: ripreso, venne in sul dire che tutti erano aristocrati. Il governo che non aveva penetrato l'umore, il volle frenare; ma e' furon parole, perchè tornò sul dire che tutti erano aristocrati, e quei del governo i primi. Basta, per lo men reo partito, e' fu lasciato dire. Ma le opinioni si pervertivano; la maldicenza trovava forte corrispondenza nell'invidia, e non si poteva più governare. Io ho voluto parlare, e forse il feci troppo più lungamente che si convenisse, di questo Ranza: ma il volli fare, perchè mi pare, che di questi Ranza ne siano molti in Europa, e molti più in quei paesi di lei, che sono, o si credono liberi.
Lasciata incerta la sorte del Piemonte, sorgevano e s'inviperivano le sette. Chi voleva essere Francese, chi Italiano, chi Piemontese. Gli amici si odiavano, i nemici sì accordavano, nissun nervo di opinione. Accrebbe l'incertezza ed i mali umori un atto del consolo, con cui diede il Novarese sì alto che basso alla Cisalpina. Prina, Novarese, che era allora ministro di Piemonte, fu primo suggeritore e confortatore di questo smembramento della sua patria; ciò dico per dimostrare quale sincerità, e quale lealtà fosse in quei tempi. La sinistra novella sollevò gli animi maravigliosamente in Piemonte, perchè si pensò, che Buonaparte volesse restituire il rimanente al re. Il governo protestò: il consolo, che sapeva ciò che si faceva, si maravigliava che si sperasse, che si temesse, che si protestasse. Pure non si scopriva; i timori, le sette, e le angustie del governo crescevano. Era segno il Piemonte ad ogni più fiera tempesta.
Fra sì funesta intemperie ebbe il governo, che allora, sotto nome di commissione esecutiva surrogata alla commissione di governo, era composto di Bossi, Botta, e Giulio, un consolatorio pensiero, e questo fu di stanziar beni di una valuta di cinquecento mila franchi all'anno a benefizio dell'università degli studj, dell'accademia delle scienze, del collegio, e di altre dipendenze, ordine veramente benefico e magnifico, di cui solo si trovano modelli negli stati uniti d'America per munificenza del congresso, ed in Polonia per munificenza dell'imperatore Alessandro.
Fu questo conforto piccolo pei tempi; perchè le disgrazie sormontavano. Continuossi a vivere disordinatamente, discordemente, servilmente, famelicamente in Piemonte, finchè venne il destro a Buonaparte d'incamminarlo a più certo destino.
Le sorti di Genova del pari infelici, parte pei medesimi motivi, parte per diversi. Per la capitolazione d'Alessandria abbandonava Hohenzollern Genova, non senza aver prima, per comandamento di Melas, esatto dai sessanta negozianti più ricchi un milione, come diceva, in presto ad uso dei soldati. I Francesi condotti da Suchet, entrarono nella desolata città il dì ventiquattro giugno. Quante sventure e quanti dolori abbiano in se queste frequenti mutazioni di dominio, ciascuno può giudicare. Trattaronla i Francesi duramente, come se uscendo dalle mani dei Tedeschi fosse sana ed intiera: l'avevano trattata duramente i Tedeschi, come se quando era uscita dalle mani dei Francesi fosse fiorita e ricca.
Il consolo, come in Cisalpina ed in Piemonte, creava una commissione di governo con tutte le potestà, salvo la giudiziale e la legislativa: creava una consulta con la potestà legislativa: creava finalmente appresso al governo Ligure un ministro straordinario, chiamandovi il generale Dejean. Diede il magistrato della commissione a Gian Battista Rossi, Agostino Maglione, Agostino Pareto, Girolamo Serra, Antonio Mongiardini, Luigi Carbonara, Luigi Lupi, uomini risplendenti per virtù, e che nelle faccende presenti camminavano con moderazione. Nè minori pregi d'animo si notavano in coloro che chiamava alla consulta, Luigi Corvetto, Emanuele Balbi, Girolamo Durazzo, Cesare Solari, Giuseppe Fravega, Niccolò Littardi, Giuseppe Deambrosis, con molti altri fino al numero di trenta. Nella presa del magistrato sorsero le solite adulazioni, maggiori però da parte del ministro straordinario, che del governo. Parlò il ministro della lealtà e generosità del consolo, impegnò la fede di Francia, che alla pace generale soliderebbe la libertà e l'independenza della Ligure repubblica. Dolci parole alle orecchie Genovesi; ma quest'altre che toccò, incominciavano a saper d'amaro. Furono, che se la guerra si riaccendesse, e' bisognerebbe pensare a trovare soldi. Molto poi lodevolmente inculcava il ministro, si dimenticassero le offese, si perdonasse ai traviati: così volere l'interesse dello stato. Rispose Rossi, presidente, non senza dignità, ma con lingua Italiana sconcia e servilissima: essere quel giorno fra i felici felicissimo per la repubblica; avrebbero cura della quiete e della libertà della patria; desiderare i Liguri, come navigatori e commercianti, la pace; del resto povera essere la repubblica, poveri i cittadini; recar conforto le promesse fatte, e le qualità del ministro. Più certo, e più chiaro era il destino di Genova, che quel del Piemonte; perciocchè la Francia prometteva independenza. Ciò fu cagione, che fosse maggior forza nel governo Ligure che nel Piemontese, e che le parti avverse meno si ardissero di contrastargli. Favellò gravemente Dejean alla consulta, quando la instituì: badassero alla sperienza, deponessero i principj astratti, le teorie pericolose, infausti semi di rivoluzioni. Dal che si vede, che Dejean aveva bene penetrato la mente del consolo, e che il consolo molto sagacemente, e molto veramente giudicava della natura umana.
Erano, come abbiam detto, quei della commissione di governo uomini pacifici e dabbene. Pure mossi dalle grida dei democrati, stanziarono una legge d'indennità, della quale il minor male che si possa dire, è, ch'era contraria ai capitoli d'Alessandria. Si risarcissero dai briganti e nemici della patria (così chiamavano i fautori dell'antico stato e dell'Austria) i danni ai danneggiati; se non avessero di che risarcire, risarcissero per loro i comuni; radice pericolosa era questa di enormi arbitrj. Ammonì gravemente Dejean i reggitori dell'errore, rammentò i patti d'Alessandria, e la volontà del consolo. Non istettero i Genovesi in capitale al passo; il ministro del re di Francia crebbe di riputazione; rallegrossi il consolo dell'occasione aperta di mostrar generosità e tutela verso i partigiani del reggimento antico.
Con questi accidenti si viveva il governo povero obbligato a sopperire allo stato, ed ai soldati forestieri: Keit dominava i mari, e serrava i porti: Genova sempre in servitù, o periva di fame, o periva per ferro: contristava vieppiù la città venuta a crudeli strette per la forza, la malattia pestilenziale, che, non che cessasse, montava al colmo. Duemila perirono in un mese. Brevemente, la condizione dei tre stati contermini era questa: in Piemonte fame, peste di carta pecuniaria, incertezza d'avvenire; in Cisalpina abbondanza di viveri, erario sufficiente, maggiore speranza, se non di stato libero, almeno di stato nuovo; in Genova fame, peste, e povertà d'erario. Nel resto in tutti tre servitù; i governi fattori di Francia.
Intanto la fortuna preparava a Buonaparte il più efficace fondamento che potesse desiderare a' suoi disegni, fondamento più potente delle armi, più potente della fama. Morto Pio sesto pontefice nella sua cattività di Francia, era stato assunto al pontificato nel conclave di Venezia il cardinal Chiaramonti, sotto nome di Pio settimo. Temeva dell'Austria, sperava in Francia, il consolo confidava di ridurlo a' suoi pensieri con accarezzar la religione. Ciò produsse effetti di grandissima importanza.