Per la vittoria di Campotenese tutto il corpo Napolitano guidato da Rosenheim fu fatto prigioniero. Rodìo, che aveva veduto le guerre di Ruffo, e con lui e per lui aveva combattuto, perseguitato aspramente da Lecchi, fu preso nelle montagne di Pomarico. Sperava Regnier di pigliarsi Michele Pezza, che il volgo chiamava fra Diavolo, uomo facinoroso mandato da Palermo a sollevare i popoli; ma per l'audacia propria, e per conoscere il paese, gli sfuggì di mano, tornandosene a Gaeta. Molti de' suoi seguaci, gente da strada ed efferata, come egli, presi nelle montagne di Rocca Guglielma, Monticelli, e Sant'Oliva, furono incontanente dati a morte. Da un'altra parte Duhesme, oltratosi nella Basilicata, cacciava i nemici da Bernarda e da Torre, ed entrava in Taranto, città opportuna pel suo sito ad accennare ugualmente a Corfù ed alla Sicilia. Alcuni rimasugli dei vinti si erano rannodati a Castrovillari, ma combattuti da Regnier furono dispersi. Vi andarono presi un Tchudi ed un Ricci, capitani di qualche grido, e molto affezionati al nome del re. Sbaragliati i regolari, sorgevano, parte per la mutazione del governo, parte per gl'instigamenti di Sicilia, parte per amore della vendetta, parte per cupidigia del sacco, in diverse parti della Calabria bande collettizie di soldati spicciolati, e di uomini facinorosi, che mettevano la provincia a terrore, a ruba ed a sangue. In questi orribili ravvolgimenti perdeva chi aveva, acquistava chi non aveva; i buoni solamente perivano; i scellerati trionfavano. La ferocia d'uomini quasi ancora selvaggi era stimolata da uomini feroci per consuetudine; il male s'appiccava, e dominava in ogni parte. Spargevansi voci, che la regina fomentasse questi moti; il che era vero per qualche capo e per la guerra, non per le masse dei scelerati e per gli eccessi. I Francesi ed i partigiani loro accrescevano questi romori, e davan loro più credito coll'intento di seminar viemaggiormente rancori, ed odj contro quel governo, che da loro era stato cacciato. Da questi accidenti nasceva, che non solamente il desiderio di Ferdinando diminuisse continuamente nelle popolazioni quiete, e negli uomini facoltosi, ma ancora con minor avversione si vedesse il dominio dei Francesi, avvisando ciò che era vero, che, siccome potenti e speditivi, avrebbero posto freno a quella peste degli assassinj e delle ruberìe. Questi umori non ignorava Napoleone. Però giudicando, che fosse arrivato il momento propizio per mandar fuori quello che si aveva già da lungo tempo concetto, nominava Giuseppe re delle due Sicilie. Annestava la solita condizione, che le due corone di Francia e di Napoli non potessero mai essere posate sul medesimo capo. I principi consentivano, i popoli adulavano. Solo Carolina di Sicilia non si lasciava tirare alla debolezza universale, l'acerbità dell'animo con l'altezza compensando. Per questo Napoleone la chiamava Fredegonda, ed ella chiamava lui assassino di principi, e tiranno Corso. Finalmente vi cadde ancor essa, non per adulazione, nè per abiezione d'animo, ma per odio contro gl'Inglesi; perchè, come diremo a suo luogo, venne un tempo, in cui non piacendole il comandare frenato alla foggia degli ordini d'Inghilterra, desiderò, come più conforme alla sua natura, il comandare assoluto di Napoleone; per questo prese consiglio di accostarsi a lui.

La creazione del re Giuseppe fu sentita con qualche allegrezza in Napoli, ma più dai nobili che dai popolani. Furonvi luminarie, spari, feste, teatri, canzoni, sonetti al solito; e di questi sonetti, chi ne aveva più fatto per Carolina, più ne faceva per Giuseppe. Vi furono anche non insolite, ma indecenti cose. Il marchese del Gallo, ambasciadore di Ferdinando a Parigi, rivoltatosi subitamente alla fortuna di Napoleone, divenne ambasciadore di Giuseppe, poi incontanente suo ministro degli affari esteri. Di tanto anteponevano gli uomini, anche i nobili, l'ambizione all'onore! Nè miglior natura mostrò il duca di santa Teodora, ambasciadore di Ferdinando in Ispagna, poco prima mandato da lui a mansuefare il vincitore: accettò carica nella corte di Giuseppe. Aveva certamente il duca l'animo esacerbato pel supplizio di Caraccioli, suo parente; ma sarebbe stato più onorevole il non accettar cariche da Ferdinando, che il non tenergli fede. Ruffo cardinale esultando ricevè Giuseppe sotto il baldacchino. Vide l'età Maury cardinale fare fallo ai Borboni di Francia, per profondersi a Napoleone, vide Ruffo cardinale abbandonare i Borboni di Napoli per inchinarsi a Giuseppe. Scusavansi con dire, avere amato le cose, non le persone; il che sarà loro da ognuno facilmente conceduto. Tutti errarono, pontefice, imperatori, re, cardinali, vescovi, preti, nobili, popolani. Almeno imparassero i potenti a non giudicar gli uomini a norma di una perfezione, che non è nel mondo, ed a conoscere la debolezza propria in quella d'altrui. Ma tal è la superbia umana, che chi più può, si persuade anche d'esser migliore, e tal è anche qualche volta la perversità di lei, che alcuni credono, e vogliono far dimenticare i falli proprj col punirgli in altrui. La Turchìa stessa, a cui Napoleone aveva voluto torre quel granajo dell'Egitto, adulava. Il giorno dell'assunzione di Giuseppe il suo inviato in Napoli cacciò fuori sulla fronte del suo palazzo, in mezzo a non so qual luminaria, questo motto in lingua Turca e Francese: l'Oriente riconosce l'eroe del secolo. Vero è, che quest'era piuttosto adulazione Francese e Napolitana, che Turca. Napoleone rideva a queste mostre, e vieppiù disprezzava la natura umana.

Le vittorie di Lagonero e di Campotenese, avendo rotto le forze regie in Calabria, tutto il paese era venuto, salvo alcuni moti incomposti, a divozione dei Francesi. Solo Gaeta e Civitella di Tronto resistevano. Poca speranza restava al re di far frutto, sebbene sapesse che non mancavano mali semi contro il nuovo signore, se gl'Inglesi sbarcando sulle terre Calabresi non avessero somministrato qualche forte soccorso di battaglioni ordinati. Ma grandemente ripugnava ad una spedizione in terra ferma Stuart, che essendo succeduto a Craig nel governo dei soldati Britannici in Sicilia, continuava a starsene nelle stanze di Messina. Gli pareva che il principal fine degl'Inglesi fosse la conservazione della Sicilia. Nè ignorava che la spedizione sarebbe pericolosa per l'isola, se riuscisse infelicemente, di nissun frutto per la terra ferma, a cagione dell'eccessiva forza dei Francesi, se riuscisse felicemente. Fortunato capitano non sarebbe lodato; infortunato biasimato. Ma era a questo tempo giunto in Sicilia un uomo, a cui piacevano le imprese avventurose: questi era Sidney Smith, che, arrestata la fortuna prospera di Buonaparte in Oriente, si era persuaso di poterla arrestare anche in Occidente. Stimolato dalla propria natura, dalle preghiere di Ferdinando, e dalle instigazioni della regina, che non poteva vivere se non ricuperasse ciò che le era stato tolto, continuamente esortava Stuart alla fazione. Ma la prudenza dell'uno superava l'audacia dell'altro, e niuna cosa si risolveva. Si deliberava Sidney a fare qualche sforzo da se colle forze marittime per far vedere a Stuart, che la materia era meglio disposta ch'ei non credeva. Per la qual cosa partiva dalla Sicilia con qualche nave grossa da guerra e molte annonarie, con intento di andar a visitare le coste di Napoli. Due fini principalmente il muovevano; il primo di rinfrescar Gaeta, il secondo d'incitare, e di provvedere d'armi e di munizioni le Calabrie. S'appagava del suo primo intento; anzi lasciava nelle acque della piazza un'armatetta di navi sottili, affinchè cooperasse alle difese. S'impadronì dell'isola di Capri; la qual possessione il rendeva signore del golfo di Napoli. Poscia radendo i lidi a seconda verso scirocco, ora qua ora là si mostrava, e con la presenza, colle esortazioni, colle somministrazioni vi manteneva vivo il nome di Ferdinando. Vi scoverse inclinazioni favorevoli, ma non sufficienti perchè potessero fare da se. Tornossene in Sicilia: con intente esortazioni tanto fece che il prudente Stuart si lasciò muovere a tentare qualche fatto su quella tribolata e tumultuosa terra. Sbarcava sul principiar di luglio con circa cinque mila soldati sulle coste del golfo di sant'Eufemia: chiamava, ma con poco frutto, le popolazioni a levarsi. Stava sospeso, stante la freddezza dei popoli, se dovesse tornare alle navi, o persistere sulla terra ferma, quando gli pervennero le novelle, che Regnier con un corpo di circa quattro mila soldati aveva posto il campo a Maida, terra distante dieci miglia dal mare. Udì al tempo stesso, che una nuova schiera di tre mila soldati accorreva in soccorso di Regnier, perciocchè la nuova della venuta degl'Inglesi già si era sparsa nelle vicinanze. Si deliberava pertanto di assaltare il nemico innanzi che il soccorso si fosse congiunto con esso lui. Era il generale di Francia accampato sul pendìo di una collina boscata sotto il villaggio di Maida, soprastando alla pianura di sant'Eufemia: folte selve rendevano i suoi fianchi sicuri. Scorreva alla sua fronte il fiume Amato, che sebbene in ogni luogo fosse guadoso, tuttavia per avere le sue rive ingombre di paludi, difficoltava assai il passo agli Inglesi. Forte, come si vede, e quasi inespugnabile era il sito di Regnier, e se vi avesse aspettato l'inimico, la sua vittoria sarebbe stata certa. È da notarsi, che la dimora degl'Inglesi in quei luoghi non poteva esser lunga, perchè essendo il paese paludoso, esala, massime nella stagione estiva, miasmi pestilenziali, radice di malattie molto mortali. Ma Regnier, o nel proprio valore troppo confidando, o di quello del nemico troppo debolmente giudicando, consentì al commettere all'arbitrio della fortuna un'impresa certa. Calavasi adunque dalla bene promettente collina, varcava il fatale fiume, e s'innoltrava nella pericolosa pianura. Forse, oltre la confidenza di se stesso e de' suoi, che per verità valorosi soldati erano, a questo partito il mosse l'avere con se qualche squadra di cavallerìa, della quale l'Inglese mancava. Arrivavano in questo mentre i tre mila; il quale accidente accrebbe nei Francesi l'opinione del vincere. Si fece dalla sua parte avanti l'esercito d'Inghilterra: le due emule nazioni venivano al cimento.

Incominciò la battaglia, correva il dì sei di luglio, dall'affronto incomposto e sparso dei soldati armati alla leggiera: poi si venne alla zuffa delle genti grosse. Trassero poche volte con gli archibusi: mossi dall'emolazione, ed impazienti del combattere da lontano, s'avventarono colle bajonette in canna gli uni contro gli altri. La mischia spaventosa: vivi erano i Francesi, stabili gl'Inglesi. I primi, o perchè, avendo creduto di andarne a sicura e facile vittoria, restassero stupefatti all'inopinato rincalzo, od altra cagione che sel facesse, cominciarono, dopo un breve menar di mani, massimamente sulla sinistra loro, a piegare, poi andavano in fuga. Gli seguitarono velocemente gl'Inglesi, ed aspramente gli pressavano, non poca uccisione facendone. Volle Regnier ristorare la fortuna con assaltare colla cavallerìa la sinistra del nemico, ma fecero gl'Inglesi sì immobile resistenza coi tiri e colle bajonette, che fu costretto a rimanersene. Si pruovava allora, poichè coll'assaltar di fronte non aveva fatto frutto, di girare co' suoi cavalli intorno alla punta della medesima ala degl'Inglesi, e di urtarla di fianco ed alle spalle; con che sperava d'indurre qualche scompiglio nell'ordinanza. Già i cavalli circuivano; la battaglia pericolosa per gl'Inglesi, quando un nuovo reggimento partito da Messina, e testè sbarcato a Sant'Eufemia, arrivò sul campo, e postosi dietro un po' di riparo che il terreno offeriva, fece fronte ai cavalli, e coi tiri spesseggiando, non solamente arrestò l'impeto loro, ma ancora gli costrinse alla ritirata più rotti che intieri. Dopo questo fatto i soldati di Regnier si posero in fuga scomposti e sbaragliati, cercando ciascuno salute senza ordine o norma, come meglio avvisava. Fu compiuta la vittoria degl'Inglesi. Errò Regnier nell'essere sceso al piano: errò nell'aver troppo disteso le ordinanze. Morirono dei Francesi settecento, due mila vennero in poter dei vincitori, parte sul campo della battaglia, parte a Monteleone, dove si erano ridotti. Ornò massimamente la vittoria la presa del generale Compère. Dei dispersi, che furono un grosso numero, molti venuti in mano dei Calabresi, furono crudelmente ammazzati: alcuni condotti cattivi al cospetto di Stuart restarono salvi.

La vittoria di Maida diè nuova cagione ai Calabresi di levarsi a romore: ad uso barbaro ammazzavano quanti venivano loro alle mani. I Francesi dal canto loro irritati contro uomini, che a nissun uso civile attendevano, saccheggiavano ed ardevano tutte le terre che loro si scoprivano contrarie, uccidendo i terrazzani, e nissun rispetto avendo o al sesso, o all'età. La Calabria tutta fumava d'incendi e di sangue. Furono i Francesi obbligati a sgombrarne. I sollevati, fatti padroni delle coste, stabilmente vi si alloggiavano nei siti principali, donde comunicando con Sidney Smith, che in questa bisogna si dimostrava attivissimo, e da lui ricevendo armi e munizioni, le tramandavano nell'interno del paese, e somministravano continua esca a quel grave incendio. Amantea, Scalea, l'isola di Dina sulle coste della Calabria citeriore, erano tenute dai Calabresi: Maratea, Sapri, Camerota, Palinuro, ed altre terre del golfo di Policastro a loro parimente obbedivano. Massa di cruda ribaldaglia erano queste, nè io sarò mai per lodare quelli che le fomentavano: scelerati, la più parte, i gregari, scelerati i capi. Pane di Grano, uno dei primi, era un prete infame condannato per delitti a galera: Fra Diavolo, che imperversava più vicinamente a Napoli, uomo convinto di più latrocini, ed assassinii: ladri ed assassini a costoro si accostavano. Gl'Inglesi non gli potevano frenare, ancorchè Stuart per l'umanità sua molto vi si affaticasse. I Francesi, dove potevano, acerbamente si vendicavano, furore e crudeltà a furore ed a crudeltà opponendo.

Il trionfo di Maida poco durava. S'ingrossavano di nuovo i Napoleoniani: gli assassini erano cattivo fondamento; il capitano d'Inghilterra si ritirava in Sicilia, solo lasciando un presidio nel forte di Sicilia, di cui si era impadronito.

S'accalorava l'oppugnazione di Gaeta. Già per molti mesi l'aveva virilmente difesa il principe d'Assia: vi morirono molti buoni Francesi, fra gli altri il generale Vallelongue, uomo, in cui la dolcezza e l'integrità della vita pareggiavano la scienza ed il valor militare, l'uno e l'altro singolari. Il principe ferito gravemente fu portato in Sicilia. Gli assedianti impedivano le sortite con aver tirato una trincea dalla spiaggia di Mola sino all'altra estremità dell'istmo. Impedivano colle batterie i soccorsi di mare; una breccia molto grande era aperta nel muro della cittadella sino a piè della controscarpa: i terribili granatieri di Francia pronti all'assalto. Si diede la fortezza il dì diciotto luglio. Anche in questo fatto mostrò il generale Campredon molta perizia nell'arte d'oppugnar le piazze, ed a lui principalmente restò Napoleone obbligato dell'acquisto di Gaeta. Solo, siccome quegli che la voleva sempre fare da maestro, perchè gli altri si studiassero di fare, non che bene, meglio, si lamentò che Campredon vi avesse consumato troppa polvere.

La resa di Gaeta avvantaggiò le condizioni dei Francesi nel regno. La forte schiera che l'aveva oppugnata, andava a ricuperar le Calabrie; e stantechè il nome di Massena era di molto terrore, gli fu dato il governo della spedizione. Perchè un uomo terribile avesse potestà terribili, decretava Giuseppe, fossero e s'intendessero le Calabrie in istato di guerra: i magistrati civili e militari obbedissero a Massena: creasse commissioni militari pei giudizi, ed i giudizi si eseguissero senz'appello in ventiquattr'ore: i soldati vivessero a carico dei paesi sollevati: i beni degli assassini e dei capi dei ribelli si ponessero al fisco; i beni degli assenti ancor essi si confiscassero; chi non essendo scritto alla guardia provinciale, fosse trovato con armi, si desse a morte; i conventi che non dichiarassero i religiosi complici si sopprimessero. Andava Massena alla spedizione; seguitarono dalle due parti crudeltà inusitate. Lavria, Sicignano, Abetina, Strongoli incesi: i Napoleoniani trucidavano i Calabresi nelle battaglie, nelle imboscate, nei giudizi; i Calabresi ammazzavano i Napoleoniani, e gli aderenti loro nelle case, negli agguati, nelle battaglie: il furore partoriva morti, le morti furore: gli uomini civili divenivan barbari, i barbari vieppiù s'imbarbarivano. Il Crati, fiume principalmente in cui furono gettati a mucchi i cadaveri degli uccisi, portò con le acque sue al mare i rossi segni della bestiale rabbia degli uomini. Durò lunga pezza la carnificina: pure i Napoleoniani per la disciplina e per gli ordinati disegni prevalevano. Il terrore e le uccisioni frenarono, non quietarono la provincia: semi orrendi vi covavano, che ora in questo luogo, ora in quell'altro ripullulavano, e facevano segno, che più potevano l'odio e la rabbia che i supplizi: nè mai potè Giuseppe venir a capo dei sollevamenti Calabresi, ancorchè usasse rimedi asprissimi, e qualche volta anche dolcezza coi perdoni. Orrendi casi io raccontai, ma più orrendi, se mi fia dato di terminare queste storie, sarommi per raccontare, dai quali si vedrà, che se la dolcezza mescolata con la crudeltà non fece frutto per pacificare le Calabrie, una crudeltà pura il fece: feroce razza di Calabria, che non potè costringersi alla quiete, se non con lo sterminio.

Risoluzioni infedeli, atti soperchievoli, guerra barbara insanguinavano una costa dell'Adriatico: simili accidenti insanguinavano l'altra: di sì lagrimevoli frutti fu pregno il tradimento fatto a Venezia. Erano le Bocche di Cattaro, il più sicuro ricovero che si avessero i naviganti nell'Adriatico, state cedute alla Francia pel trattato di Campoformio, con tempo di sei settimane ad esserne messa in possessione. Spirato il termine, e non comparsi gli ufficiali di Francia a prenderne possessione, un agente di Russia, col quale concordavano, siccome Greci, gran parte dei Bocchesi e dei Montenegrini, selvaggi abitatori delle vicine montagne, sollevò il paese, predicando, che, poichè il tempo buono della consegnazione era trascorso, i Francesi erano scaduti, ed il paese padrone di se stesso. I comandanti Austriaci di Castelnuovo e degli altri forti, l'intendevano ad un altro modo, e volevano serbar la fede. Arrivava in questo mentre il marchese Ghisilieri commissario d'Austria, per far la consegnazione; ma non che il suo mandato eseguisse, perchè già i Francesi si approssimavano, consentì a sgombrar il paese, lasciandolo in potere dei natìi, dei Montenegrini, e dei Russi. Sgombrarono di mala voglia i comandanti Austriaci, e sdegnosamente anche protestarono della violazione dei patti. Nè meno sdegnosamente udì Vienna il fatto; fu il marchese dannato a carcere perpetua in una fortezza di Transilvania.

La fede violata in Cattaro diè occasione a fede violata in Ragusi. I Napoleoniani, non potendo più occupare Cattaro, s'impadronirono di Ragusi, nissuna ragione contro quella pacifica ed innocente repubblica allegando, ma solamente il pretesto di preservarla dalle scorrerìe dei Montenegrini. Certo i soldati Napoleonici difesero Ragusi, dico la città, perciocchè i Montenegrini orribilmente saccheggiavano il territorio; ma Napoleone spense la repubblica congiungendola all'Italico regno; singolar modo di preservazione. Sorse una guerra varia. Lauriston tenuto in assedio in Ragusi dai Montenegrini era soccorso da Molitor, che gli vinceva risospingendogli ai loro nidi delle montagne. Pure stavano ancora minacciosi, ed infestavano con spesse scorrerìe il paese, quando Marmont, con astuzia militare avendogli indotti a venir al piano, con istrage grandissima prostrava tutte le forze loro. Guerra orribile fu questa: i Montenegrini ammazzavano i prigioni, e gittavanne le teste tronche fra le file dei compagni inorriditi: i Napoleoniani perseguitavano sui monti loro i Montenegrini, e quando non gli potevano avere per essersi nascosti nelle tane, ne gli cacciavano con fuoco e fumo, come se fiere fossero, per uccidergli.