SOMMARIO

Accidenti di Sicilia. Constituzione data dal re Ferdinando ai Siciliani ai tempi di Bentinck. La regina Carolina, costretta dagl'Inglesi, si ritira dalla Sicilia, e muore a Vienna. Guerra tra Francia e Russia. Sono giunti i tempi fatali per Napoleone. Perisce la sua potenza in Russia. Fa un nuovo sforzo, e comparisce sui campi di Germania. È prostrato a Lipsia: tutta la Germania sdegnata insorge contro di lui. Concordato di Fontainebleau. Pratiche di Giovacchino, d'Eugenio, di Bentinck per le sorti d'Italia. Eugenio sulla Sava; l'Italia assalita da parecchie parti. S'avvicina il fine della tragedia.

Regnava in Napoli Giovacchino Napoleonide, in Sicilia Carolina d'Austria. Molto operava Napoleone nel regno di qua dal Faro per la sua potenza, molto gl'Inglesi in quello di là dal Faro per la presenza; molti, e varj furono gli effetti ed in chi regnava di nome, ed in chi regnava di fatto, ma una la cagione, cioè l'ambizione. Tanto è dolce agli uomini, ed anche alle donne il comandare! Parte degli accidenti che seguirono, già furono da noi raccontati, parte accennati: ora è ragione, che coll'ulterior narrare quelli si terminino, questi maggiormente si spieghino; poi presto verrassi al fine di questa mia troppo lagrimevole narrazione. Da più rimoto principio si ha per noi da cominciare. Era Giovacchino, siccome quegli che si nutriva facilmente con vane speranze, tutto intento a turbare le cose di Sicilia sì colle dimostrazioni guerriere, sì colle instigazioni, e colle spie. Carolina dal canto suo, in ciò ajutata dagl'Inglesi, si era in tutto dirizzata a questo disegno, che la denominazione dei Napoleonidi nel regno di terraferma mal quieta e mal sicura rendesse. Il sangue sparso a copia nelle Calabrie, i fiumi biancheggianti di umane ossa attestavano le Napolitane e le Palermitane instigazioni, e già furono da noi in queste carte vergati. Raccontammo ancora, come i tentativi armati di Giovacchino finissero: resta, che il seguito delle Siciliane mutazioni, facendo principio dall'esito delle insidie dei Napoleonidi, da noi si descriva, crudi accidenti e degni dei tempi. Tentavano principalmente i Napoleonidi Messina, per la vicinanza ed importanza del luogo. Vi avevano segrete intelligenze con alcuni uomini di umile condizione, il cui fine era operare moti contrarj al governo. I congiurati, come gente di basso stato, non avevano alcuna dipendenza d'importanza, ma si temeva ch'essi fossero gli agenti d'uomini più potenti, non potendosi restar capace come i Napoleonidi, per fare una rivoluzione in Sicilia, adoperassero gente di così piccole condizioni, come calzolari, marinari e pescatori. Per la qual cosa per iscoprire fin dove il vizio si stendesse, il governo mandava da Palermo sul luogo un marchese Artali, uomo non solo inclinato a fare quanto il governo volesse, ma capace ancora di far degenerare la giustizia in sevizia. Terribile fu il suo arrivo, terribile la dimora. Pose in carcere non solamente i rei, ma ancora i sospetti, e non che plebei e poveri, magnati e ricchi. Condotti i carcerati in sua presenza, faceva loro udire, che sarebbe meglio per loro che confessassero; quando no, avessero a sapere ch'egli era Artali marchese, che ministrerebbe giustizia alla Palermitana, che avrebbero ceppi ai piedi, manette alle mani, che gli farebbe tirare sulla colla, arroventare coi ferri, che solo che una sua parola parlasse, conoscerebbe Messina ch'egli era Artali. I fatti poi consenzienti, anzi peggiori delle parole; perchè serrati in una segreta così bassa e stretta, che nè stare in piedi nè giacere alla distesa potevano, eran lasciati per ben cinquanta giorni a dimenticanza, solo un misero panicciuolo al giorno essendo loro ministrato. Sorgeva l'acqua tutto all'intorno, il suolo aspro di acuti sassi. Non lume avevano nè aria: fra breve venne l'aria pestilente. A questi erano lacerate le carni con nerbi, a quelli scottate con ferri; a questi davansi droghe da procurar loro sogni spaventevoli, da cui solamente erano svegliati con brace accesa, o con piastrelle arroventate. Fuvvi chi ebbe le membra tirate dalla colla orribilmente, e chi la pelle tagliata fino al cranio da funicelle strettissimamente avvinte. Scioglievansi, perchè le carni davano in mortificazione: temevano i carnefici, che la morte togliesse le vittime ai nuovi ed apprestati tormenti. Fora pur troppo dolorosa narrazione l'andar raccontando minutamente il lungo e moltiforme martirio. Solo dirò, che le Messinesi carceri furono come le Verrine: la Siciliana terra rispondeva alla Napolitana, furore a furore, crudeltade a crudeltà opponendo: infausto cielo, che vide quanto possa l'eccessiva natura dell'uomo. Di Manhes e di Artali parlando, mostrano le Calabresi terre, mostrano le Siciliane la terribile natura loro; ma il primo fu inesorabile, il secondo crudo; quegli pacato, questi sdegnoso; l'uno sanò un paese, l'altro fece un paese infermo e pregno di vendetta. Messina tutta piangeva, tremava, fremeva; niuna cosa più sicura a nissuno: imprecavano e chi comandava e chi tollerava; un gran vituperio ne nasceva per gl'Inglesi andati là per difendere le popolazioni, e che le vedevano straziare. Gridarono i Messinesi, venne avviso della tragedia a Giovanni Stuart, generale dei soldati Britannici. Mandò un lord Forbes a visitare le segrete dolorose: gli diede per compagno parecchi chirurghi, perchè sapeva che abbisognavano, per sanare le vestigia impresse dal furore dei carnefici. Seppesi queste cose il governo del re Giorgio: gliene fu fatta anche fede indubitata. Non so se gl'importasse dei tormentati: bene gli calse dell'odio che ne veniva contro il governo Siciliano, e contro l'Inghilterra: indebolivasene la difesa dell'isola. Di gran momento era agl'Inglesi la conservazione della Sicilia, sì per se medesima, come pel sito opportuno a difendere Malta, ed a percuotere nel cuore del regno di Napoli. Non poca molestia dava loro il vedere, che l'imperio violento della regina, perciocchè a lei massimamente attribuivano i popoli la direzione delle faccende, tendeva ad alienare gli animi da lei e dagli alleati; perciò pensarono ai rimedj. Per verità i Siciliani, che con molta allegrezza avevano veduto la corte venire in Sicilia nel novantotto, ora mutatisi intieramente, alla medesima erano avversi. Della qual mutazione, oltre i rigori eccessivi, molte e gravi furono le cagioni. Morto Acton, col quale la regina principalmente si consigliava, era stato chiamato ministro delle finanze il cavaliere Medici, uomo, come già abbiam detto altrove, di singolare destrezza d'ingegno, ma che amava il governare assoluto. Per questo aveva piaciuto alla regina, e la regina a lui. Della sua elezione si mostrarono male soddisfatti i Siciliani, sì per questa stessa sua natura molto tirata, come perchè Napolitano era. A queste male soddisfazioni se n'aggiunsero delle altre di non poco momento. La regina che sapeva, che a volta a volta tornava al re il desiderio di prendersi nel governo tutto l'imperio che gli si conveniva, aveva fatto opera, per fermare questi rigogli, che fosse eletto a primo ministro il duca d'Ascoli, nel quale Ferdinando aveva molta affezione, e che molto ancora da lei dipendeva. Confidava in questo di essere del tutto padrona dell'animo del re sì per l'imperio proprio, come per quello del duca. Ma oltre che Ascoli era uomo d'intelletto incapace a sopportare tanto peso, e neppure gli dispiacevano i piaceri di cui tanto si dilettava Ferdinando, avvenne che appresso a lui acquistò grande autorità una donna, che chiamava col nome di sua amica. Costei traendo, contro il dovere, ad utilità propria il credito del duca, fu cagione che un gran romore si levasse contro di lui con diminuzione del suo nome presso i popoli. Il mal umore si accese anche contro la corte, massimamente contro la regina, che per tenersi il duca benevolo, accarezzava l'amica di lui.

Cagione molto forte di disgusto furono i Napolitani venuti colla corte in Sicilia. Costoro, se pochi si eccettuano, o messisi a grandeggiare fra un popolo povero, od a far le spie fra un popolo sdegnato, accrescevano l'odio naturale dei Siciliani contro i Napolitani, e gli umori già mossi viemaggiormente pervertivano. Il denaro del pubblico, cavato a grande stento dai sudditi spolpati, si profondeva con grave scandalo in Napolitani o Calabresi, parte insolenti, parte viziosi, immoderati tutti nella quantità delle spese: intanto i soldati quasi nudi, e colle paghe corse da mesi ed anche da anni, attestavano colla miseria loro la pessima amministrazione del regno. Nè la corte rimetteva dal consueto lusso, come se il regno solo oltre il Faro potesse da se solo sopperire a quella voragine, alla quale appena bastarono i due regni uniti. Quindi accadeva, che sebbene alcune terre appartenenti alla corona col fine di sostenere le esorbitanti spese si vendessero, nondimeno sempre l'erario penuriava, e mentre la corte spendeva e spandeva, ogni servizio del pubblico mancava. Le strade massimamente, per le quali il parlamento aveva conceduto proventi particolari, rotte e malconce dimostravano, che ciò che per loro si era dato, in altri usi si convertisse. S'aggiunsero a sprofondar l'abisso gli enormi dispendj fatti per le fazioni della Calabria, per la difesa di Gaeta, per le spedizioni contro Castellamare, e contro le isole di Procida, d'Ischia e di Capri. Già si era dato fondo alle ricchezze portate via nella fuga di Napoli, avvegnachè fossero di non poca entità, e le cose erano ridotte a tale, che la regina per ultimo sussidio, mandò ad impiegar le gioje dotali e sopraddotali per cavarne diecimila once, che sono circa cinquemila luigi di Francia. Crescevano gli sdegni, pensando che l'Inghilterra pagava alla corte di Sicilia trecentomila sterlini all'anno di sussidio, nè potevano i popoli restar capaci come tant'oro Napolitano, Siciliano ed Inglese in una e medesima voragine senza nissuno, o con debole frutto si gettasse: ricchezza certa, dispendio enorme, povertà rea, dicevano. Gl'Inglesi stessi perdevano di riputazione appresso ai popoli e per l'uso, e per l'abuso del sussidio. Adunque, i Siciliani gridavano, fan le spese gl'Inglesi alla Sicilia, perchè ne siano pagate le Napolitane spie, i Calabresi sicari? Adunque gli sterlini di Londra vengono a Palermo, perchè l'amata d'Ascoli, ed il dispotico dominio di Medici ne siano protetti e sicuri? Adunque perchè un duro giogo sul collo dei Siciliani, miseri colla corte assente, ancor più miseri colla corte presente s'aggravi, i Britannici salari sulle Siciliane terre sono chiamati? Adunque perchè dei Napoleonidi ogni ora si tema, tanti domestici e forestieri tesori si profondono? Incominciavano gl'Inglesi ad accorgersi, che avevano a fare con un alleato, il quale dopo di aver procurato odio a se, il procurava anche a loro. Già se ne gettavano motti aperti nei giornali di Londra: il governo stesso pensava ai rimedj. Il fine era questo, che si togliesse alla regina l'autorità che si era arrogata nelle faccende, e che la parte popolare si accarezzasse, si conciliasse, si fortificasse.

Ma prima che gl'Inglesi comandassero, si sperava in un rimedio domestico: quest'era il parlamento Siciliano. Lo aveva il re convocato nell'ottocentodieci. Aveva Medici dato molte speranze di questo parlamento, come se fosse per essere molto liberale di sussidj: donativi gli chiamano in Sicilia. Era Medici uomo molto ingegnoso ed inframmettente, nè mancava di ardimento: perciò sempre confidente in quanto imprendesse a fare, sperava di volgere a suo grado il parlamento. Fece suoi brogli appresso ai rappresentanti, questi sono il braccio demaniale, nè senza frutto. Alcuni degli eletti liberamente dalle città tirò a se colle promesse e coi doni, altri fece eleggere a sua posta; che anzi ottenne che parecchie città, bruttissimo vizio della constituzione Siciliana, dessero il mandato parlamentario ad una medesima persona. Erano moltiplici questi rappresentanti, ed al favore di Medici obbligati, e da lui dependenti. Si era anche destramente insinuato, ed aveva acquistato credito nel braccio ecclesiastico: non pochi vi erano inclinati a secondare i suoi disegni. Bene considerate erano tutte queste cose da Medici; ma errò per altra parte in due modi, perchè credendosi sicuro dei due bracci, demaniale ed ecclesiastico, omise di accarezzare il baronale più potente di tutti, ed oltre a questo usò l'opera di certe persone, le quali, avvengadiochè fossero dotate di singolare abilità, erano nondimeno venute in odio ai popoli, perchè nel parlamento dell'ottocentosei si erano adoperate con molto calore, acciocchè si aumentassero i dazj. I baroni, parte per amor di bene, parte per odio di Medici, che gli aveva o trascurati od aspreggiati, fecero tra di loro un'intelligenza per isturbare i disegni al ministro. Fra gli avversarj, per essere stato offeso ed allontanato dalla corte per opera di lui, risplendeva il principe di Belmonte, uomo assai ricco, di famiglia nobilissima, e di molta dipendenza in Sicilia: nè l'ingegno mancava in lui, nè la liberalità; perchè amico ai letterati, cortese ai forestieri, mostrava che di buoni frutti non era sterile la Sicilia. Quest'erano le sue virtù: i vizj, un orgoglio intollerabile. Assunse impresa di vendicarsi di Carolina e di Medici. I baroni si collegarono con Belmonte. Il ministro s'accorse, che se era stato buono il tirare a se i dipendenti, sarebbe stato meglio il tirare gl'independenti. L'esito fu, che il parlamento concedè un piccolo aumento di donativi, ma interpose tante difficoltà alla distribuzione e riscossione loro, che fu impossibile di esigergli. Maggiori segni sorsero del mal umore parlamentario, perchè, essendo solito il parlamento a domandare molte grazie al re, grazie, che si concedevano a ragguaglio della largizione dei donativi, a questa volta i baroni domandarono, come per modo d'ironia, la grazia di sua maestà: l'esempio fu efficace; anche i due altri bracci risposero nella medesima sentenza: solo gli ecclesiastici richiesero il re, facesse prigioni separate pei preti. I Siciliani, secondo la natura dei popoli che sempre pagano mal volentieri, e peggio quando sono entrati in opinione che chi maneggia il denaro loro lo sparge, alzarono voci di plauso in tutta l'isola a favor dei baroni: pel contrario con discorsi acerrimi laceravano il nome di Medici, e di coloro che nel parlamento l'avevano secondato.

Fu molto memorabile il parlamento Siciliano dell'ottocentodieci, di cui abbiamo fin qui toccato. Imperciocchè le terre obbligate a feudo furono ridotte all'allodio, ed aboliti molti baronaggi, consentendo volentieri e con singolar lode i baroni ad una riforma, che recava loro, quanto alle rendite, notabile pregiudizio. A ciò si aggiunse, che per la più acconcia distribuzione dei dazj, si crearono nuovi ordini di gabelle, e le terre, affinchè il terratico fosse stanziato con più equalità, si accatastarono, facendo stima dai contratti d'affitto, o dalle confessioni dei possidenti sul fruttato di dieci anni; dal che ne sorse un censo o catasto, che, sebbene imperfetto, diè non pertanto qualche utile norma in una faccenda intricatissima. Migliorò anche il parlamento gli ordini giudiziali, cosa in quei tempi di estrema necessità, per la frequenza intollerabile che era invalsa dei furti e delle rapine; perchè siccome per lo innanzi i capitani di tutte le città e villaggi erano obbligati a compensare del proprio i rubati, il che di rado aveva effetto, essendo per lo più i predetti capitani uomini poveri, che amavano meglio o fuggire o andar carcerati, che pagare, così il parlamento creò tante compagnìe di gendarmi, quanti erano i distretti, volendo, che ciascuna compagnìa purgasse il distretto proprio dai ladri, e fosse tenuta dei furti che vi succedessero. Le strade ed i casali sparsi, che prima erano molto infestati, diventarono più sicuri, i popoli lodavano il parlamento del prudente consiglio, i baroni sorgevano in maggior credito pel favor dell'opinione. La regina, che si recava a diminuzione di potenza il favore acquistato dal parlamento e dai baroni, mal volentieri sopportava questa variazione. Medici, o che il facesse da se, perchè sapeva che e come Napolitano, e come aderente alla regina, aveva perduta la grazia dei Siciliani, o che Carolina gliel comandasse, rinunziò alla carica di ministro delle finanze. Creossi in sua vece il principe di Trabia, come Siciliano, per conciliare: s'intendeva piuttosto di commercio che di stato. Piacque un tempo, dispiacque fra breve, perchè pensava a tôrre le spese inutili, ed a formare migliori ordini per la camera. Intanto le tasse a mala pena si riscuotevano, ogni cosa in ruina. Per ultimo rimedio si chiamava un secondo parlamento. Diè maggiore agevolezza nel riscuotere le tasse; negò più grossi donativi: ogni promessa o minaccia della corte indarno; i baroni non si lasciarono piegare nè alle lusinghe delle parole, nè alle profferte d'onori: lo stato periva, e' bisognava uscirne. Un Tommasi chiamato nelle consulte regie trovò questi due rimedj: pagassesi una tassa dell'uno per centinajo del valsente di tutti i contratti, stromenti e carte private che si facessero dai particolari, e perchè nissuno potesse far fraude, si mandò ordine ai notaj, ed ai banchi pubblici di Palermo e di Messina, che avessero cura dell'esecuzione. L'altro trovato del Tommasi fu, che si vendessero alcuni beni stabili appartenenti a luoghi pii, a possessori forestieri, ed alla religione di Malta: perchè la vendita non riuscisse vana per mancanza di avventori, si facesse per mezzo di lotto. Non fu consentaneo alle speranze l'effetto dei due decreti; perchè essendo gli umori mossi e l'opinione avversa, i rimedj si cambiavano in veleni. Primieramente la nazione recandosi a dispetto e ad oltraggio un atto, che stimava essere arbitrario e contro gli ordini della constituzione, fece risoluzione, che tutti gli atti privati, come vendite di beni sì stabili che mobili, affitti, pigioni, pagamenti, e tutt'altro contratto, dove la natura del negozio il permettesse, di buona fede e senza rogito di notajo si facessero. Quanto al lotto, malgrado del guadagno ingordo che vi si poteva fare, nissuno accorse alle polizze, e riuscì vano il tentativo. Tanto quei popoli amarono meglio pericolare nelle sostanze e rinunziare al lucro, che sottoporsi ad una tassa, che riputavano illegale e contraria agli statuti del regno, onorata risoluzione dei Siciliani. La regina dispensò le polizze ai suoi cortigiani, magistrati, partigiani ed aderenti, debole sussidio in tanta angustia.

Questa condizione non era tale, che lungo tempo potesse durare senza variazione. La regina non rimetteva dal solito procedere, da lodarsi per costanza, da biasimarsi pei mezzi e pel fine. I baroni instavano, nè erano uomini da non usar bene il tempo. Gl'Inglesi ci mettevano la mano, perchè vedevano che gli andamenti di chi reggeva precipitavano le cose in favor dei Francesi per la mala soddisfazione dei popoli; e giacchè avevano pruovato che i consigli dati alla regina non avevano prodotto frutto, si erano risoluti a prevalersi della nuova inclinazione d'animi che era sorta. Tutti volevano comandare, regina, Inglesi, baroni, chi per superbia, chi per interesse, chi per desiderio di regolate leggi. In questo nacque un accidente, dal quale doveva avere la sua origine il cambiamento delle Siciliane sorti. Fecersi avanti i baroni, cui più muovevano il fastidio dell'imperio Caroliniano, e la voglia di veder ridotto a migliore forma il governo, e si appresentarono con una rimostranza al re, supplicandolo della rivocazione dei due decreti, come contrarj alla constituzione Siciliana fino allora inviolata nel diritto di porre le contribuzioni. Portarono la medesima rimostranza alla deputazione del regno, la quale dal parlamento eletta, sedeva secondo i Siciliani ordini, tra l'una tornata e l'altra dal parlamento. Capo di questa mossa fu il principe di Belmonte. La regina, che non era donna da lasciarsi sopraffare dai venti contrarj, non solamente non si piegò a questo assalto dei baroni, ma persuase ancora al re, che gli facesse arrestare e condurre in luogo, dove fosse loro mestiero di pensar ad altro piuttosto che a rimostrare. Furono arrestati, condotti in varie isole, serrati in prigioni diverse, e trattati con sevizia cinque dei primarj baroni del regno, che furono quest'essi: il principe di Belmonte sopraddetto, i principi d'Aci, di Villarmosa, di Villafranca, e il duca d'Angiò. Parlossi anche nelle più segrete consulte della regina, che si uccidessero: i suoi aderenti più stretti, credendo di andarle a versi, domandavano la morte loro. Ma Medici, col quale principalmente ella restringeva i suoi consigli, contraddisse, allegando, che un fatto tanto grave sarebbe certamente occasione di rivoluzione.

Queste cose davano gran sospetto agl'Inglesi, perchè nulla di certo si potevano promettere da un moto popolare, nè maggior fede avevano nella regina, dappoichè per lo sposalizio di Maria Luisa nell'imperator dei Francesi era divenuta parente di Napoleone; e siccome quelli che ottimamente conoscevano la natura di lei, sapevano che ella si sarebbe gettata a qualunque più strano partito, ed anche all'amicizia di Napoleone, purchè continuasse a comandare, nè era solita a guardare più in viso Inghilterra che Francia; tanto era l'indole sua altiera ed indomita! Adunque gl'Inglesi, non potendo più comandare con la regina, nè fidandosi del popolo, si vollero pruovare, trattando restrignimento coi baroni, di comandare per mezzo loro.

A questo fine, richiamato a Londra lord Amherst, ambasciatore d'Inghilterra alla corte di Palermo, mandarono in sua vece lord Bentink, uomo di natura molto risoluta: pretendeva parole di libertà. Ora s'ha a vedere una testa forte contro una testa forte. Non così tosto pervenne Bentink in Palermo, che si mise a negoziare strettamente con la regina, ammonendola dei pericoli che correvano, rappresentandole la necessità di cambiar di condotta, e proponendo la riforma degli abusi introdotti nell'amministrazione e nella constituzione del regno. Insisteva principalmente, amarissimo tasto a Carolina, affinchè si rivocassero i due decreti, e si richiamassero dalle carceri e dall'esilio i cinque baroni. Aggiungeva, che se ella non si uniformasse ai desiderj dell'Inghilterra, ei direbbe e farebbe gran cose. La regina, non usa a sentirsi parlare di questo suono, meno ancora a sopportarlo, non che si piegasse, viemaggiormente si ostinava, e lei essere padrona in Sicilia, non Bentink, affermava. Pure l'Inglese la stringeva; e voleva venirne alla conclusione. A cui finalmente la regina per vederne la fine e levarselo d'innanzi, gli ebbe a dire apertamente, con quale diritto s'ingerisse nelle faccende del regno, e quale audacia fosse la sua di uscire dai termini del suo mandato? Dove fosse, richieselo, e mostrasselo il mandato d'intromettersi nel governo del regno di Sicilia. Badasse bene a farla da ambasciatore, non da padrone, molto manco da re; che Carolina d'Austria non era donna da divenir serva di chi era mandato a farle riverenza, non a comandarle. Sentissi Bentink toccar sul vivo, perchè veramente aveva avuto dal re Giorgio potestà di consigliare, non di comandare. Tuttavia non si tirava indietro, e con pertinacia contrastando, disse, che se non aveva mandato, lo anderebbe a cercare: e come disse, così si metteva in punto di fare. Carolina, veduto il pericolo, pensò ad essere una seconda volta con Bentink, non che volesse rimuoversi dal suo proposito, perciocchè perseverava nella medesima durezza, ma sperava di rimuovere l'avversario. Consentiva, non senza qualche difficoltà, l'Inglese all'abboccamento: all'ultimo trattandosi l'affare tra due ostinati, non si potè venire ad alcuna conclusione, per forma che l'ambasciadore disse alla regina per ultima risposta, o constituzione, o rivoluzione. Nè interponendo dilazione, partì, andò a Londra, in tre mesi tornò con mandato amplissimo. Ma i ministri d'Inghilterra, avvisandosi che le parole non basterebbero, diedero a Bentink potestà suprema sopra tutte le truppe Inglesi raccolte nell'isola, acciocchè quello che pei consigli non potesse, colla forza il potesse. Tentò Bentink di nuovo la regina colle persuasioni, di nuovo la regina nella risoluzione di voler fare da se, e non a posta d'altri o Inglesi si fossero o parlamento, persisteva. Minaccioso allora venne sul dire, arresterebbe il re, arresterebbe la regina, gli manderebbe in Inghilterra, lascerebbe in Palermo a governare il regno, il figliuolo del principe ereditario don Francesco, fanciullo di due anni, con assistenza di una reggenza, alla quale chiamerebbe, come capi, il duca d'Orleans, ed il principe di Belmonte. Perchè poi le sue parole avessero l'efficacia necessaria, dodicimila soldati Inglesi, che stanziavano sparsi in varj e lontani luoghi dell'isola, chiamò nelle vicinanze di Palermo. La regina, veduto un caso tanto estremo, nè ancora rimettendo della sua costanza, chiamati i suoi più fidi a consiglio, e con loro i ministri, sull'afflitte cose se ne stava deliberando. Disse, non esser punto per cedere ad una prepotenza forestiera. Chiamassero i soldati, volere contro la forza difendersi colla forza. Le fu tosto ridotto in considerazione, poco sicure essere le truppe per la miseria, ad esse mancare le vestimenta, ad esse i viveri, ad esse insino le armi; non potervisi far capitale; là andrebbero dove una prima mostra di pane a loro si facesse. La regina, cedendo alla fortuna, ma non vinta nell'animo, si ritirava ad un suo casino poco distante dalla città. L'evento finale si avvicinava, si rompevano le trame Napoleoniche in Sicilia, la parte Inglese trionfava, contrade infelicissime, che non potendo vivere da se, cercavano di sostentar le cose loro col patrocinio altrui. Bentink, recatosi in mano la somma dell'autorità, operò primieramente, temendo non il re per se, ma la regina per mezzo del re, che Ferdinando, sotto colore di malattia, rinunziasse alla potestà reale, ed investisse di lei pienamente il principe ereditario suo figliuolo con titolo di vicario generale del regno. Bentink fu eletto capitano generale della Sicilia, accoppiando in tal modo in se l'imperio militare e sopra i soldati del re Giorgio, e sopra quelli del re Ferdinando.

Atti primi e principali del nuovo reggimento furono il richiamare i baroni carcerati, il licenziare i ministri della regina, l'abolire il dazio dell'un per centinajo, il chiamare ministri Belmonte degli affari esteri, Villarmosa delle finanze, Aci della guerra e marina. Volevano alcuni, che si apprestassero gli esili, le carceri, i supplizj contro coloro che si erano mostrati aderenti a chi aveva sino allora retto lo stato, massimamente contro le spie, tanto più detestate, quanto la maggior parte erano forestieri venuti dall'altra parte del Faro. Ma i nuovi ministri, conoscendo che il modo di governare tanto sarebbe migliore, quanto più si discosterebbe dal precedente, prudentemente procedendo, si risolvevano ad usare mansuetudine: puniti pochi più in odio al popolo, mandavano i rimanenti in dimenticanza. Volevano cambiamento, non rivoluzione: protestavano non voler andare a forme insolite e nuove, solamente tornare alle antiche, adattandole alle condizioni presenti. Fece il popolo grandi allegrezze per la mutazione: quell'esser liberato dalle spie, gli pareva un gran fatto: dicevano rinascere le sorgenti di Sicilia.