Addì dieci d'aprile la tedesca mole piombava sull'Italia. L'arciduca, varcata la sommità dei monti al passo di Tarvisio, e superato, non però senza qualche difficoltà per la resistenza dei Francesi, quello della Chiusa s'avvicinava al Tagliamento. Al tempo stesso, con abbondante corredo di artiglierìe e di cavallerìa passava l'Isonzo, e minacciava con tutto lo sforzo de' suoi la fronte dei Napoleoniani. Fuvvi un feroce incontro al ponte di Dignano, perchè quivi Broussier combattè molto valorosamente. Ma ingrossando vieppiù nelle parti più basse gli Austriaci, che avevano passato l'Isonzo, Broussier si riparò per ordine del vicerè sulla destra; che anzi, crescendo il pericolo, andò il principe a piantare il suo alloggiamento in Sacile sulla Livenza, attendendo continuamente a raccorre in questo luogo tutte le schiere, sì quelle che avevano indietreggiato, come quelle che gli pervenivano dal Trevisano e dal Padovano. Stringevano i Tedeschi d'assedio le fortezze di Osopo e di Palmanova. Eugenio, rannodati tutti i suoi, eccetto quelli che venivano dalle parti superiori del regno Italico e dalla Toscana, si deliberava ad assaltar l'inimico, innanzi che egli avesse col grosso della sua mole congiunto le altre parti che a lui si avvicinavano. Del quale consiglio, non che lodare, biasimare piuttosto si dovrebbe il principe; poichè sebbene l'arciduca non avesse ancora tutte le sue genti adunate in un sol corpo, tuttavia sopravvanzava non poco di forze, e non che fosse dubbio il cimento, era da temersi che gli Austriaci sarebbero rimasti superiori; che se conveniva all'arciduca, siccome fornito di maggior forza, il dar dentro, non conveniva al principe, che l'aveva minore: doveva Eugenio in questo caso anteporre la prudenza all'ardire.
Erano i Francesi ordinati per modo nei contorni di Sacile, che Seras e Severoli occupavano il campo a destra, Grenier e Barbou nel mezzo, Broussier a sinistra: le fanterìe e le cavallerìe del regno Italico formavano gran parte della destra. Fu quest'ala la prima ad assaltar i Tedeschi, correva il dì sedici aprile: destossi una gravissima contesa nel villaggio di Palsi, da cui e questi e quelli restarono parecchie volte cacciati e rincacciati: i soldati Italiani combatterono egregiamente. Pure restò Palsi in potestà dell'arciduca: e già i Tedeschi minacciosi colla loro sinistra fornitissima di cavallerìe, insistevano; la destra dei Francesi molto pativa; Seras e Severoli si trovavano pressati con urto grandissimo, ed in grave pericolo. Sarebbero anche stati condotti a mal partito, se Barbou dal mezzo non avesse mandato gente fresca in loro ajuto. Avuti Seras questi soldati di soccorso, preso nuovo animo, pinse avanti con tanta gagliardìa, che pigliando del campo scacciò il nemico, non solamente da Palsi, ma ancora da Porcia, dove aveva il suo principale alloggiamento. L'arciduca, veduto che il mezzo della fronte Francese era stato debilitato pel soccorso mandato a Seras, vi dava dentro per guisa che per poco stette, che non lo rompesse intieramente. Ma entrava in questo punto opportunamente nella battaglia Broussier, e riconfortava i suoi, che già manifestamente declinavano: Barbou eziandìo si difendeva con molto spirito. Spinse allora l'arciduca tutti i suoi battaglioni avanti: la battaglia divenne generale su tutta la fronte. Fu la zuffa lunga, grave e sanguinosa, superando i Tedeschi di numero e di costanza, i Francesi d'impeto e d'ardire. Intento sommo degli Austriaci era di ricuperar Porcia; ma contuttochè molto vi si sforzassero, non poterono mai venirne a capo. In quest'ostinato combattimento rifulse molto egregiamente la virtù del colonnello Giflenga, mentre guidava contro il nemico uno squadrone di cavalli Italiani. Fuvvi gravemente ferito il generale Teste, guerriero molto prode. Durava la battaglia già da più di sei ore, nè la fortuna inclinava. Pure finalmente rinfrescando sempre più l'arciduca con nuovi ajuti la fronte, costrinse i Napoleoniani a piegare, non senza aver disordinato in parte le loro schiere, e ucciso loro di molta gente. Patì molto la cavallerìa di Francia; fu anche danneggiata fortemente la schiera di Broussier, che servendo di retroguardo alle altre mezzo rotte e ritirantisi, ebbe a sostenere tutto l'impeto del nemico vincitore. Se la notte, che sopraggiunse, non avesse posto fine al perseguitare del nemico avrebbero i Francesi e gl'Italiani pruovato qualche pregiudizio molto notabile. Perdettero in questa battaglia di Sacile i Napoleoniani circa due mila cinquecento soldati tra morti, feriti e prigionieri: non mancarono dei Tedeschi più di cinquecento. Dopo l'infelice fatto non erano più le stanze di Sacile sicure al principe vicerè. Per la qual cosa si ritrasse, seguitato debolmente dai Tedeschi, sempre lenti perseguitatori dei nemici vinti, e perciò perdenti molte buone occasioni, sulle sponde dell'Adige. Quivi vennero a congiungersi con lui i soldati di Lamarque, che già stanziavano nelle terre Veronesi, e quelli che sotto Durutte dalla Toscana erano venuti. Nè piccola cagione di dare novelli spiriti ai Napoleoniani fu l'arrivo di Macdonald. Fu egli veduto con allegra fronte, ma con animo poco lieto da Eugenio, che stimava aver a passare in lui la riputazione di ogni impresa segnalata. Passò l'arciduca la Piave, passò la Brenta, tutto il Trivigiano, il Padovano e parte del Vicentino inondando. Assaltava in questo mentre Palmanova, ma con poco frutto: tentò con un grosso sforzo il sito fortificato di Malghera per aprirsi la strada alle lagune di Venezia; ma non sortì effetto. Si apprestava non ostante ad andar a trovar il nemico sulle rive dell'Adige, sperando di riuscire nella superiore Lombardìa, dominio antico dei suoi maggiori. Non trovò nelle regioni conquistate quel seguito che aspettava. Vi fu qualche moto in Padova, ma di poca importanza; si levarono anche in arme gli abitatori di Crespino, terra del Polesine; e fu per loro in mal punto; perchè Napoleone tornato superiore per le vittorie di Germania, fortemente sdegnatosi, gli soggettò all'imperio militare, ed alla pena del bastone per le trasgressioni. Supplicarono di perdono. Rispose, perdonare, ma a prezzo di sangue; gli dessero, per essere immolati, quattro di loro. Per intercessione del vicerè, che tentò di mollificare l'animo dell'imperatore, fu ridotto il numero a due; questi comperarono coll'ultimo supplizio l'indennità della patria.
Intanto l'arciduca Carlo, varcato l'Oeno, aveva occupato la Baviera; e col suo grosso esercito s'incamminava alla volta del Reno. Ogni cosa pareva su quei primi principj dar favore allo sforzo dell'imperatore Francesco. Ma parte molto principale era la sollevazione dei Tirolesi. Annidavansi negli animi di questo popolo armigero e virtuoso molte male soddisfazioni. Assuefatti da lungo tempo al mansueto dominio della casa d'Austria, molto mal volentieri sopportavano la signorìa dei Bavari, come non consueta, e come, se non per antico costume, almeno per gli esempj freschi, e fors'anche pei comandamenti Napoleonici, dura e soldatesca. S'aggiungeva, che il re di Baviera aveva abolito l'antica constituzione del Tirolo, riducendo la forma politica alla potestà assoluta, anche in materia di tasse. S'accordarono parte segretamente, parte palesemente per secondare con ogni nervo l'impresa dell'antico loro signore. L'Austria gli aveva fomentati, mandando per le montagne di Salisburgo nel Tirolo Jellacich con un corpo di regolari.
Il giorno stesso in cui l'arciduca Carlo aveva passato l'Oeno, e l'arciduca Giovanni le strette di Tarvisio, i Tirolesi mossi da una sola mente e da un solo ardore, si levarono tutti improvvisamente in armi, e diedero addosso alle truppe Bavare e Francesi, che nelle terre loro erano poste a presidio. Fecero capo al moto loro un Andrea Hofer, albergatore a Sand nella valle di Passeira. Non aveva Andrea alcuna qualità eminente, dico di quelle alle quali il secolo va preso: bensì era uomo di retta mente, e d'incorrotta virtù. Vissuto sempre nelle solitudini dei Tirolesi monti, ignorava il vizio e i suoi allettamenti. I Parigini ed i Milanesi spiriti, anche i più eminenti, correvano alle lusinghe Napoleoniche, povero albergator di montagna, perseverava Hofer nell'innocente vita. Allignano d'ordinario in questa sorte d'uomini due doti molto notabili, l'amore di Dio, e l'amore della patria: l'uno e l'altro risplendevano in Andrea. Per questo la Tirolese gente aveva in lui posto singolare benevolenza e venerazione. Non era in lui ambizione; comandò richiesto, non richiedente. Di natura temperatissima, non fu mai veduto nè nella guerra sdegnato, nè nella pace increscioso, contento al servire od al principe, od alla famiglia. Vide vincitori insolenti, vide incendj di pacifici tuguri, vide lo strazio e la strage dei suoi; nè per questo cessò dall'indole sua moderata ed uguale: terribile nelle battaglie, mite contro i vinti, non mai sofferse che chi le guerriere sorti avevano dato in sua potestà, fosse messo a morte: anzi i feriti dava in cura alle Tirolesi donne, che e per se, e per rispetto di Hofer gli accomodavano di ogni più ospitale servimento. Distruggeva Napoleone le patrie altrui, sdegnoso anche contro gli amici: difendeva Hofer la sua, dolce anche contro coloro, che la chiamavano a distruzione ed a morte. Lascio io volentieri le illustri penne della vile età nostra lodare i colpevoli fatti dei potenti; ma non mi sarà, credo, negato, ch'io col mio basso ed oscuro stile mi diletti spaziando nel raccontare le generose opere di coloro, ai quali più arrise la virtù che la fortuna.
Adunque la nazione Tirolese, al suo antico signore badando, ed avendo a schifo la signorìa nuova, uomini, donne, vecchi e fanciulli da Andrea Hofer ordinati e condotti, insorsero, e dalle più profonde valli, e dai più aspri monti uscendo, fecero un impeto improvviso contro i Bavari ed i Francesi. Assaltati in mezzo a tanto tumulto i Bavari a Sterchinga, a Inspruck, a Hall, e nel convento di San Carlo, non poterono resistere, e perduti molti soldati tra morti e cattivi, deposero le armi, erano circa diecimila, in potestà dei vincitori rimettendosi. Nè miglior fortuna incontrò un corpo di tremila Napoleoniani Francesi e Bavari, che in soccorso degli altri arrivava, sotto le mura di Vildavia. Quindi quante squadre comparivano alla sfilata o degli uni o degli altri, tante erano sottomesse dai sollevati. Nè luogo alcuno sicuro, nè ora vi erano per gli assalitori; perchè da ogni parte, e così di notte come di giorno, i Tirolesi uscendo dai loro reconditi recessi, e viaggiando per sentieri incogniti, siccome quelli che ottimamente sapevano il paese, opprimevano all'improvviso gl'incauti Napoleoniani. Fu questa una guerra singolare e spaventosa, conciossiacchè al romore delle armi si mescolava il rimbombo delle campane, che continuamente suonavano a martello, e le grida dei paesani sclamanti senza posa, in nome di Dio, in nome della santissima Trinità. Tutti questi strepiti uniti insieme, e dall'eco delle montagne ripercossi facevano un misto pieno di orrore, di terrore, e di religione.
Quest'erano le voci di una patria santa ed offesa. Chi con le carabine trapassava da lontano i corpi degli offenditori, chi con sassi sparsamente lanciati gli tempestava, chi con enormi massi strabalzati gli ammaccava. Hofer composto in volto, e torreggiante per l'alta e forte sua persona in mezzo a' suoi, e solo da loro conosciuto per lei, non per l'abito conforme in tutto a quello dei compagni, appariva ora incitante contro gli armati, ora raffrenante verso gl'inermi, uccisore ardentissimo di chi resisteva, difensore magnanimo di chi si arrendeva. Dovunque, e quandunque andava, era una volontà sola per combattere, una volontà sola per cessare, e più poteva l'autorità del suo nome in quegli animi bellicosi, che in soldati ordinatissimi l'uso della disciplina, ed il timore dei soldateschi castighi. I fanciulli fecero da adulti, i vecchi da giovani, le femmine da uomini, gli uomini da eroi; nè mai più onorevole e giusta causa fu difesa da più unanime e forte consenso. Camminavano i vinti, erano una moltitudine considerabile, per la strada di Salisburgo verso il cuore dell'Austria, gratissimo spettacolo a Francesco. I Tirolesi vincitori sulle terre Germaniche, passate le altezze del Brenner, vennero nelle Italiane, e mossero a romore le regioni superiori a Trento. Propagavasi il romore da valle in valle, da monte in monte, e la Trentina città stessa era in pericolo. Certo era, che quando l'arciduca Giovanni fosse comparso sulle rive dell'Adige, la massa Tirolese sarebbe calata a fargli spalla; il che avrebbe partorito un caso di grandissima importanza per tutta Italia: quest'era il disegno dei generali Austriaci. L'imperatore Francesco, sì per ajutare la caldezza di questo moto, e sì per dimostrare che non aveva mandato in dimenticanza quelle popolazioni tanto affezionate, mandava in Tirolo Chasteler, un generale per arte e per valore fra i primi dell'età nostra, acciocchè nelle cose di guerra consigliasse Hofer. Mandava altresì, come abbiam notato, un corpo di regolari usi alle guerre di montagna, sotto la condotta di Jellacich, capitano esperto e conoscitore del paese. Come prima le insegne ed i soldati dell'Austria comparirono, sentirono i Tirolesi una contentezza incredibile. Entrarono gl'imperiali a guisa di trionfo; tante erano le dimostrazioni d'allegrezza che i popoli facevano loro intorno. Le campane suonavano a gloria, le artiglierìe, e le archibuserìe tiravano a festa: i vincitori popoli applaudivano: abbracciavano, s'abbracciavano, erano pronti a ristorare i soldati d'Austria con le più gradite vivande di quei monti: giorni felicissimi per l'eroico Tirolo.
Qui finirono le allegrezze dell'Austria; poichè nel colmo più alto delle sue maggiori speranze, Napoleone fatale giunto sulle terre Germaniche, e recatosi in mano il governo della guerra, vinse in pochi giorni tre grossissime battaglie a Taun, a Abensberga, a Ecmul. Per questi accidenti, fu costretto l'arciduca Carlo a ritirarsi sulla sinistra del Danubio, e restò aperta la strada sulla destra ai Napoleoniani per Vienna. Produssero anche le rotte dell'arciduca un altro importante effetto, e questo fu, che oltrandosi Napoleone alla volta di Vienna, fu forza all'arciduca Giovanni il tirarsi indietro dall'Italia; affinchè non gli fosse impedita la facoltà di ritornarsene in Austria, e perciò non solo l'Italia si perdeva per lui, ma ancora il Tirolo. Così per le vittorie acquistate dall'imperator dei Francesi tra Augusta e Ratisbona si cambiò la condizione della guerra. Chi aveva assaltato, era costretto a difendersi; chi era stato assaltato, aveva acquistato facoltà di assaltare; l'Italia si perdeva per l'Austria. Vienna pericolava, e niuna speranza restava a chi aveva mosso la guerra, che quelle dell'Ungherìa, della Moravia e della Boemia.
Quando pervennero all'arciduca Giovanni le novelle delle perdite del fratello, s'accorse, e n'ebbe anche comandamento da Vienna, che quello non era più tempo da starsene a badare in Italia, e che gli era mestiero accorrere in ajuto della parte più vitale della monarchìa. Ordinava adunque il suo esercito, che già era trascorso oltre Vicenza, alla ritirata, solo proponendosi di fare qualche resistenza ai luoghi forti per poter condurre in salvo le artiglierìe, le munizioni e le bagaglie; opera difficile e pericolosa, con un nemico a fronte tanto svegliato e precipitoso. Ritiravasi l'arciduca, perseguitavalo il principe. Fuvvi qualche indugio alla Brenta per la rottura dei ponti. Fermaronsi gli Austriaci sulle sponde della Piave, e si deliberarono a contendere il passo. Erano alloggiati in sito forte, distendendosi colla destra sino al ponte di Priuli, stato a bella posta arso dall'arciduca, e colla sinistra a Rocca di Strada, sulla via che porta a Conegliano. Numerose artiglierìe rinforzavano la fronte che occupava le vicine eminenze in faccia al fiume; i luoghi bassi erano assicurati da alcune torme di cavalli. S'apprestavano i Francesi al passo, sforzandosi di varcare a quello di Lovadina, che è il principale. Non ostante che i Tedeschi furiosamente tempestassero coll'artiglierìe poste nei luoghi eminenti, Dessaix venne a capo dell'intento. Poi passò il vicerè, sopra e sotto a Lovadina, con la maggior parte dell'esercito. Ordinò tostamente i soldati sotto il bersaglio stesso dei nemici, che con palle, e cariche continue di cavallerìa l'infestavano. Pareggiossi la battaglia, che continuava con grandissimo furore da ambe le parti; perchè i Francesi volevano sloggiare gli Austriaci dalle alture, gli Austriaci volevano rituffar i Francesi nel fiume. Non risparmiavano nè il principe nè l'arciduca, in questa terribile mischia, a fatica od a pericolo, ora come capitani comandando, ed ora come soldati combattendo. Era il conflitto tra la Piave e Conegliano; fossi profondi munivano la fronte Tedesca. Diedero dentro i Francesi, Abbé a destra, Broussier in mezzo, Lamarque a sinistra: secondavangli Pully, Grouchy, Giflenga. Dopo ostinato affronto i soldati dell'arciduca furono costretti a piegare: la fortuna si scopriva a favor del principe. Restava a superarsi il molino della Capanna, dove i Tedeschi ostinatamente si difendevano. Lamarque ajutato da Durutte, superati velocemente i fossi, e caricando con le bajonette, s'impadroniva finalmente di quel forte sito; il che fece del tutto sopravvanzare le sorti di Francia. Si ritirarono gli Austriaci, non senza disordine nelle ordinanze, a Conegliano. Poi pressando vieppiù il nemico, cercarono salvamento in Sacile. Fu molto grossa questa battaglia, e molto vi patirono i Tedeschi: tra morti, feriti e prigionieri, i perduti sommarono circa a diecimila. Morirono fra gli altri, o vennero in potestà del vincitore, i generali Wolskell, Risner e Hager. Perdettero quindici cannoni, trenta cassoni, molte munizioni e bagaglie. Dei Napoleoniani mancarono tra morti e feriti circa tremila. Principal onore in questo fatto riportarono dalla parte dei Francesi, oltre il principe, Dessaix e Pully: da quella dei Tedeschi, oltre l'arciduca, Wolskell, che finì poco dopo per le ferite l'ultimo dì della sua vita con molto rincrescimento de' suoi, perchè era veramente valoroso, e perito capitano di guerra.
Continuava l'arciduca a ritirarsi, il principe a seguitarlo. Passò il Francese facilmente la Livenza, difficilmente il Tagliamento. Inondando i Napoleoniani con la cavalleria il piano e le valli, scioglievano l'assedio d'Osopo e di Palmanova. Divise il vicerè i suoi in due parti, mandando la prima alla volta dei passi di Tarvisio verso la Carintia, la seconda sotto la condotta di Macdonald verso la Carniola. L'intento era di sospingere con quella, occupando la Carintia e la Stiria, il nemico sino ai recessi dell'Ungherìa, e di congiungersi in tal modo coi Napoleoniani di Germania; con questa di accennare Lubiana, e di cooperare con Marmont, che a gran passi si accostava venendo dalla Dalmazia. L'uno e l'altro disegno riuscirono a quel fine, che il capitano di Francia si era proposto; conciossiachè Dessaix e Seras prendendo continuamente dei monti, e cacciandosi avanti per le valli di Ponteba, di Pradele, della Fella, e della Dogna i Tedeschi, si avvicinavano al sommo giogo, che disparte le acque del Mediterraneo da quelle del mar Nero. Incontrarono un primo intoppo nei forti di Malborghetto e di Pradele. Tentò Seras di corrompere con danari il comandante di Malborghetto. Ricusò il Tedesco contrattazione tanto abbominevole: anzi combattendo valorosamente, e confortando con gravi e virili parole i compagni alla difesa del forte, ed alla salute della patria, vi finì una onorata vita con una gloriosa morte. Duolmi di non aver conosciuto il nome di questo virtuoso Austriaco, poichè mi sarebbe stato caro il mandarlo ai posteri in queste mie storie. Ottenevano finalmente i Napoleoniani i due forti: superava il vicerè il passo di Tarvisio, ed entrava vincitore nella Carintia, alla volta di Judenburgo di Stiria incamminandosi. Jellacich cacciato dal Tirolo per le armi del maresciallo Lefevre, mandatovi da Napoleone dopo le vittorie di Ratisbona, perdè quasi tutti i suoi a San Michele di Stiria. Seras, passati i monti di Someringa, ed arrivato a Scottvien, si congiungeva con le prime scolte dell'esercito Germanico.
Mentre queste cose accadevano sulla sinistra del vicerè, Macdonald sulla destra aveva occupato, passando per Monfalcone e Duino, Trieste. Da questo luogo si era incamminato verso la Carniola per impadronirsi di Lubiana, città capitale, cooperare con Marmont, e quindi per la strada maestra che da Lubiana porta a Gratz, condursi in quest'ultima città col fine di essere in grado di menar nuovi soldati a Napoleone. L'arciduca Carlo teneva ancora il campo grosso e minaccioso. Trovava Macdonald un duro intoppo in Prevaldo; ma parte di fronte assaltandolo, e parte girando ai fianchi, l'acquistava. Colla medesima arte di accennare ai fianchi ed alle spalle costringeva alla dedizione quattromila Austriaci, che difendevano Lubiana, e vi entrava trionfando. Acquistata così nobile vittoria, se ne giva, lasciati in Carniola presidii sufficienti, a Gratz. Quivi fermossi aspettando, che Marmont lo venisse a trovare dalla Dalmazia. Come prima il generale dei Dalmatici ebbe avviso, che l'arciduca Giovanni, costretto dalla necessità della guerra d'Alemagna, si era mosso dal Vicentino per ritirarsi dall'Italia, si era messo in cammino per andar a congiungersi a cose maggiori col grosso dei Napoleoniani. Partitosi adunque da Zara, e superati i Tedeschi, che gli vollero contendere il passo al monte di Chitta ed a Gracazzo, si approssimava alla terra di Gospizza, forte di sito per le molte acque che la circondano, e per esservisi il nemico molto ingrossato. Erano, la più parte, Croati. Fuvvi un combattere molto fiero sì in una battaglia stabile, e sì alla campagna sparsa. Vinse, dopo molto sangue, la fortuna dei Napoleoniani. S'apersero, per la vittoria di Gospizza, facili le strade al capitano di Francia, perchè da un incontro in fuori, ch'egli ebbe col retroguardo nemico ad Ottossa, non gli fu più oltre contrastato il passo. Occupò successivamente Segra e Fiume, e trovati i compagni in Istria, s'incamminava a gran giornate a Gratz. A questo modo tutto l'antico Illirico venne in potestà di Francia. Il vicerè, raccolte tutte le squadre, e solo lasciate le guernigioni necessarie nei luoghi più opportuni, passava i monti di Someringa, e per la valle dell'Arabone, o Giavarino, che i moderni chiamano Raab, verso il Danubio calandosi, andava a farsi partecipe delle imprese del padre. L'enfasi Napoleonica quivi si spiegava: «O bene v'avvenga, diceva in uno scritto mandato fuori a posta, e siate ben venuti, o soldati miei dell'esercito Italico: sorpresi da un nemico perfido prima che le vostre colonne fossero unite, fino all'Adige ritraeste i passi; ma quando ordinaivi di marciare avanti, e quelli essere i campi d'Arcole ricordaivi, voi vinceste venti battaglie, voi conquistaste venticinque mila prigioni, voi seicento cannoni, voi dieci bandiere: nè la Sava, nè la Drava, nè la Mura, nè le strette di Tarvisio, nè gli aspri gioghi della Someringa vi arrestarono: quel Jellacich, primo autore dell'uccisione dei nostri nel Tirolo, pruovò di che sapessero le baionette vostre: voi feste pronta giustizia di quelli avanzi fuggiti dallo sdegno del grande esercito: o bene v'avvenga, e siate ben venuti, o voi soldati, che operaste, che quegli Austriaci d'Italia, che per poco d'ora ebbero contaminato con la loro presenza le mie provincie, vinti, dispersi ed annientati, servissero d'esempio della verità di questa divisa. Dio me la diede, guai a chi la tocca; sono, o soldati, contento di voi». A queste intonazioni di Napoleone si stringevano nelle spalle gli uomini savi e temperati, i quali, per amore anche della grandezza di lui, avrebbero desiderato maggior moderazione; ma Napoleone non conobbe la grandezza della modestia.