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La bestia s'era scavezzata il collo, e si poté ben tirare e gridare, ché fu vana ogni voce ed ogni crollo; Filinoro il cocchier vuol batacchiare. Grida il cocchier scrignuto:—Io son satollo; so ben dove la cosa ha a terminare. Lei vuol le cento lire del salario dipennar per la rozza dal lunario.
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Io n'ho stupore, e non sare' dovere voler per venti camuffarne cento; oltre che non fu colpa del mestiere, ma del rozzon semivivo e del vento.— Filinor grida:—Come! a un cavaliere un servo parla con tanto ardimento?— Poi croscia in sulla gobba col bastone, e due e tre e quattro delle buone.
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Tanto che fuggí via con gli stivali colui, lasciando il padron e il guadagno. A Filinor di quattro servigiali rimase il cavalcante buon compagno, e due de' quattro valenti animali. Diceva il cavaliere:—Io son nel gagno, perdio, de' tristi;—e poi si raccomanda al cavalcante; e quel sale alla banda,
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e me' che può verso Parigi arranca. Lungi tre miglia esser poteva ancora: non era la fortuna però stanca. Ma tacerò di Filinor per ora, perocché v'ho tenuti sulla panca a ragionarvi d'esso ben un'ora, e certi accidentucci v'ho narrati che forse v'averanno addormentati.
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Dico però: dovete accontentarvi se gli accidenti non vi paion grandi, perocché voi dovreste ricordarvi, non s'usavan piú i fatti memorandi, e che a principio proposi narrarvi cambiati in tutto i Rinaldi e gli Orlandi e i paladini e la plebe e i signori, per la virtú dell'ozio e de' scrittori.