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In tutti gli atti si vedeva aperto ch'ella voleva alcun le ragionasse, per appiccare una sciarra, un concerto di voci, che tre ore lungo andasse. Ma poich'ella ebbe il silenzio sofferto un pezzo senza che alcun le parlasse, sendo il pranzo finito, in Rugger fisse tenne le luci bieche e poi gli disse:

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—Tempo è ch'io, stanca, fracida, annoiata, me n'esca un tratto da questa famiglia, e rimanga padrona la cognata che un po' troppo il buon sposo suo consiglia. Però, signori, io mi son maritata; abbiate se il volete maraviglia: il marchese Terigi è giá mio sposo, né fia, quando a me piace, difettoso.

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Non crediate v'avvisi perch'io creda esser tenuta a dirvi i fatti miei. De' pregiudizi amichi non son reda e d'ubbidenze sciocche da plebei: le mie letture hanno fatto ch'io veda che farlo senza dirvelo potrei. Ma perché so che di Terigi ostico vi sembra il nodo, appunto ve lo dico.

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Le risa appena trattien Bradamante: se stava ferma, guastava la cosa; donde rizzossi con atto arrogante e mostrò di partirsi disdegnosa. Rugger mostrossi irato nel sembiante, e disse:—O Dio, quando averò mai posa? Non mi potete dar maggior sciagura di questa ch'ora provo né piú dura.—

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E terribil volgendosi a Marfisa, disse:—Aprite gli orecchi a quel ch'io parlo. Non sará mai la famiglia di Risa tal parentado possa sopportarlo; se tentate avvilirla in cotal guisa, e un gabellier cognato a Rugger farlo, dico che prima voi sarete appesa, sorella cieca e sorda e pazza resa.—