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Gran dispute hanno fatto i partigiani di Marco e di Matteo per questo caso. Sostenevan parecchi, come cani: —Matteo non fu d'accettar persuaso.— Altri giuravan, picchiando le mani, che rifiutato al certo era rimaso. Que' di Matteo di nuovo fanno fronte, e gridan saper tutto da buon fonte.

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E se non fosse che Turpino scrisse di questo fatto il vero dell'arcano, ancora ci sarebbon delle risse a' nostri tempi fra qualche cristiano. Frattanto il Gratta, un stampator che visse quando viveva il nostro Carlo Mano, un uomo coraggioso e intraprendente, è corso a don Gualtieri prestamente.

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E gli promise venti e piú zecchini, se la raccolta stampargli facea. Ornati, foglie, uccelletti e bambini, e rami assai puliti promettea, da far maravigliar i paladini. —Io ho nuovi caratteri—dicea— e carta fine, ed incisioni albergo, e so inventar geroglifici in gergo.

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Io non voglio giá far nessun guadagno —diceva il Gratta—e sol fo per l'onore.— Non era il prete men di lui mascagno, e rispondea:—Conosco il vostro core; però mi troverete buon compagno.— Ma io non voglio dir tutto al lettore, né intorno ciò la trama fra lor fatta; basta che la raccolta impresse il Gratta.

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Rugger per il costume del paese qualche libretto anch'ei doveva fare. Dodone il santo, figliuol del danese, gli aveva detto:—Non farneticare, ché un libriccin vo' farti alle mie spese da far Marco e Matteo divincolare.— Ruggero ride e dice:—Essi hanno fame: lasciagli star, vuoi tu che mangin strame?—