— Viva il ghiribizzo di Nardo! — E si misero ad adornare di papaveri l'oppio, intonarono una villotta, e via alla volta di Soleschiano.

Nel villaggio erano aspettati. Alcune ombre si vedevano correr via velocissime rasente i muri, qualche porta gettava per un momento uno sprazzo di luce, poi la si udiva rinserrare di nuovo con cautela, scorgevasi dalle finestre semichiuse qui e colà trapassare qualche lumicino; dall'una parte un leve bisbiglio di voci, dall'altra un fruscio di piedi, o qualche rumore improvviso; una sola casa, quella della Tina pareva affatto abbandonata e sepolta nel silenzio. Fecero le viste di non si addare, e passarono per la villa in marcia ordinata gittando ogni qual tratto una manata di erbe odorose di petali di rosa, di corimbi d'acacia. Sul piazzale dirimpetto al palazzo si fermarono a comporre alcuni canti, mentre tre o quattro deponevano dinanzi a taluna delle case qualche fiore o qualche frasca innocente. Indi ripigliata la marcia si diressero verso il villaggio di San Lorenzo.

Non avevano appena oltrepassata l'osteria, che Soleschiano come rianimato tornava al movimento e alla vita. Si spalancavano gli usci, udivi a chiamarsi per nome, ad interrogarsi; alcuni curiosi si facevano ad esaminare le foglie e le erbe sparse per la via, e avresti notato più d'una vocina gentile che dall'alto di qualche finestra scendeva ad intromettersi al cicalare della piazza. Durò il tramestio finchè arrivarono le notizie di San Lorenzo. Allora quietati, ognuno si ritirava in santa pace alla propria dimora, e pochi minuti dopo si avrebbe potuto giurare che tutto il villaggio dormiva. Una creatura peraltro faceva eccezione, la Tina. Affatto sola, ritirata nella sua cameretta ella aveva passato alcune ore di mortale angoscia. Aveva messo il fanale fuori della porta, e seduta sovra una cassa colle mani incrociate in grembo e colla testa bassa come chi si sente colpevole, continuava a star lì immota senza osare porsi a letto. La finestra aperta lasciava entrare il lume della luna che scherzava sul pavimento dipingendo in mille bizzarre forme le mobili foglie del gelso gigantesco piantato dinanzi alla casa. Era un pezzo ch'ella pensava tremando al giugnere di quella notte, ma non si sarebbe mai immaginata di doverla affrontare così sola; Giorgio le aveva fatto tante promesse, e Giorgio non era venuto! Nel villaggio, dopochè aveva lasciato l'Armellino, ella non aveva amici. Le stesse compagne d'infanzia da qualche tempo la sfuggivano, ed ella sentiva troppo bene nel cuore com'era diventata per tutti un oggetto di disapprovazione e di disprezzo. Povera Tina! così dolce di modi, così bella e serena, come mai l'era fallito l'amore? Pensando al suo passato, le pareva impossibile che l'avessero dimenticata, ma non ardiva accertarsene col farsi alla finestra. Aveva sentito i canti dei giovanotti andar via allontanandosi nella direzione di San Lorenzo, poi l'agitarsi del villaggio di Soleschiano e i passi e il rumore di chi andava su e giù per la via, e una voce che diceva: — Netta anche la porta della Tina! —

II.

Il silenzio della notte era tornato, l'aria non le portava più se non il leve mormorio della Manganizza e i canti degli usignuoli nel viale; nondimeno non poteva persuadersi che fosse finita. Una volta le parve di sentire come avvicinarsi un passo guardingo, e fatta di ghiaccio senza neanche alitare stava in orecchi: l'ombra delle foglie del gelso ch'ella vedeva a' suoi piedi nel chiaro della luna s'agitò un istante in modo assai strano. Appendevano una qualche frasca a quell'arbore, od era stato un improvviso buffo di vento? Ma non appena aveva potuto quietare il battito del cuore per queste subite e forse vane paure, che udì assai distinto alcune pedate che venivano da diverse parti; poi un bisbiglio di voci sommesse e un fruscio fra il fogliame del vicino viale, e tacere ad un tratto il canto degli usignuoli, indi cangiarsi in quel fischio lamentevole che mandano le femmine quando si vedono gente dappresso e tremano sul nido impaurite pei loro piccini. Non era più dubbio, tornavano; e di lì a pochi minuti, se l'angoscia glielo avesse permesso, ella avrebbe potuto raccogliere buona parte di questo dialogo, che s'intavolava proprio sotto alla sua finestra.

— Non sono, ti dico!

— Ma questa mattina li ho veduti io co' miei occhi: erano due bei giranei, la casselletta col garofano che le ha regalato quella bestia dell'Armellino, e un'altra tutta folta di basilico.

— Oh bella! Si sarà sentita sulla coscienza il peccato e per prevenirne almeno in parte la punizione, li avrà tirati in camera.

— La finestra è aperta; mi darebbe l'animo di scalarla e andarglieli a tòrre magari di sotto al letto. Ma vuoi scommettere ch'ella s'è cavata dai freschi coll'andarsene a dormire fuori di casa, ed ha portato via tutti i suoi fiori immaginandosi già che questa notte noi glieli avremmo devastati?

— È facile: altrimenti quel bravaccio di Giorgio si sarebbe lasciato vedere, credendo d'imporci con quei suoi baffi colore di sorcio; ma i fiori non può averli portati con sè, e neanche nella camera, adesso che ci penso, non devono essere; avrebbe chiuso le impòste; li avrà nascosti in qualche campo.