CATERINA PERCOTO.
I.
Volgeva il giorno al tramonto, e Giacomo, seduto sul dinanzi del pigro carrettone, giugneva appena sotto le sbiancate rupi di Amaro; egli avrebbe voluto divorare la via, guardava al sole che già si nascondeva dietro Cavasso, guardava ai cavalli stanchi, alla strada che si faceva sempre più ripida.
— Ancora una mezz'oretta, disse il carrettaio, e poi siamo a Càneva.
— Contate di passar la notte là? chiese il povero giovinotto, cui la speranza che l'aveva mantenuto allegro e facondo tutto il viaggio, or quasi scaduta cominciava a mettere in serietà.
— Farò dare due misure alle mie bestie e poi proseguirò, disse l'altro. Passarono entrambi quella mezz'ora in perfetto silenzio: l'uno pratico del sentiero e sicuro delle sue mule, lasciavasi andare a lor discrezione, senza por mente all'orribile pericolo di quelle erte così frequenti, e saliva lento, e veloce discendeva, sempre intento a raggruppare la coda della sua frusta; l'altro cogli occhi fisi ad un punto, aveva mille volte col pensiero percorso lo spazio che ne lo divideva, e, se gli avessero offerto di guadare il torrente, di gettarsi attraverso quelle frane e que' rompicolli, avrebbe accettato, purchè avesse potuto marciare in linea retta. Giunsero a Càneva, e Giacomo, smontato dal carrettone, contò alcune monete al compagno; indi, postosi in ispalla il suo fardello, prese la via di Paluzza, contento d'essersi liberato da quella pigra vettura, e persuaso che le sue gambe dovessero servirgli assai meglio. Infatti, pareva ch'ei volasse. Lasciò la strada non ancora compiuta che passa per Terzo, e tenutosi basso tra le ghiaie del dirupato torrente, lo saliva a ritroso valendosi di tutte le scorciatoie e tendendo l'orecchio perchè il fragore delle acque gl'insegnasse il luogo dei ponticelli. In tre anni di assenza, quanti rivolgimenti! Il fiume inquieto aveva cangiato più volte di corso, ed egli era obbligato a rintracciare le seghe e i passi mutati. Era dirimpetto a Zuglio, quando le aeree campane di San Pietro suonarono l'Avemmaria. Quel suono lo commosse. Parevagli la voce conosciuta d'un amico che rivedi dopo lunga lontananza. Quante memorie gli tornarono allora nel cuore! La sua fanciullezza passata, i genitori, gli amici, la patria, il primo palpito della sua anima innamorata, tutto si legava a quella campana armoniosa, che, illuminata dall'ultimo raggio del sole, salutava la prima il suo ritorno. Bel pensiero gli parve allora quello dei suoi vecchi compatriotti, che consecrarono all'Apostolo quella sublime pendice. E la chiesa parrocchiale circondata dal cimitero, comune un tempo a tutta la vallata, e il magnifico campanile situato in modo che l'angolo della sua guglia compie la piramide della montagna, gli parvero in quell'istante opera veramente maravigliosa. Arrivò sull'imbrunire ad Arta, guardò la montagna che sorge a sinistra del villaggio, e sulla cui cima è situata Cabia. Il cuore gli batteva impetuoso. Nel dimani celebravasi la messa così detta della gioventù, ed egli avea tanto corso, ch'era giunto prima che si cominciasse a far scivolar le girelle. Tra que' monti vige un antico costume. La sera precedente a un dì solenne, alcuni giovinotti del villaggio ascendono la montagna, piantano a lor dinanzi un impalcato, e tagliate di legno resinoso delle rotelle in forma di stella, le conficcano ad un palo, indi danno lor fuoco e le girano, le girano finchè sieno bene ardenti, poi battono d'un gran colpo il palo sulla panca, e le fanno scivolar giù a salti per la montagna consecrandole al nome delle giovinette del paese. A' piedi del monte vi è un'altra turba di garzoni, che stan pronti con armi da fuoco per festeggiare a chi più può il nome della propria amorosa. Giacomo sapeva che la gioventù del suo villaggio era solita nel dì seguente far cantare una messa alla Vergine perchè ne custodisse i costumi, e che in quella sera salivano a metà dell'erboso monte di Cabia per lanciare le girelle. Erano tre anni ch'egli aveva abbandonato Arta per guadagnarsi il pane col mestiere del legnaiuolo. Era giunto a farsi benvolere dal suo padrone, aveva accumulato qualche risparmio, e ritornava in patria a far provvista di legnami, e nello stesso tempo a vedere se la Rosa gli era ancora fedele. Portava un paio di pistole e della polvere da schioppo, e tutto il viaggio aveva mulinato del come arrivare sconosciuto, e della grata sorpresa che preparava a lei nel farle sentire nella festa delle girelle salutato il suo nome da parecchi spari e forse più che alcun altro delle compagne. Quando guardò al monte di Cabia e vide che arrivava in tempo, sentì corrersi al cuore un tal soprassalto di gioia e sì fattamente cominciarono a tremargli le gambe, che dovè entrare nell'osteria per refocillarsi un istante. Ivi ad una tavola trincavano alcuni giovinotti suoi coetanei. Vicino alla tazza tenevano le pistole già cariche e cantavano le patrie villotte, quelle villotte, ch'egli stesso un tempo insieme con essi avea creato e che più d'una suonava nel nome della Rosa. Fu lì per correre ed abbracciarli, ma si rattenne pensando all'improvvisata che macchinava. Si ritirò in un cantuccio, visitò le sue armi; e quando vide partire i compagni, tenne lor dietro fino alle falde della montagna. Là si nascose dietro una macchia presso il fonte, e stava aspettando il grido di gioia che doveva dirgli il nome dell'amata. Era una bella notte serena, mite la stagione e tutte ancor verdi le montagne. Di dietro ai gioghi di Cabia spuntavano due candidi raggi che andavano allargandosi a guisa di ventaglio e si perdevano nell'immenso azzurro. Prima che comparisse la luna incominciò la festa. Fu accesa la prima girella e balzò pei greppi della montagna consecrata al parroco del paese; dopo questa fu lanciata la seconda nel nome della più bella ragazza del villaggio, e poi una terza, e poi una quarta, e spari di fucile e grida festose le salutavano al basso, e l'eco fragorosa le ripeteva fin'oltre Paluzza. L'un dopo l'altro furono declinati ventotto nomi, senza che mai suonasse quello di Rosa Pignarola. Era indescrivibile l'ansietà di Giacomo. Sul principio, il proprio orgoglio gli faceva sperare primo quel nome. Bionda, ricciutina, candida e rosata, dagli occhi neri e dalla svelta figura, gli pareva impossibile che tutti come lui non la vedessero per la più bella. Ma quando udì preposte altre, ch'egli aveva conosciute, e che nella sua mente non valevano un ricciolino della Rosa, cominciò a pensare che la poveretta era così trascurata perchè aveva l'amante lontano, e sentivasi crescere il cuore, e si felicitava di vendicarla e farla trionfare cogl'impensati suoi spari. Intanto suonò l'ultimo nome di fanciulla. Dopo questo furono inalberate un'altra ventina di girelle, e fra gli evviva i canti e gli scoppi balzavano a salti dalla montagna, ed altre a furia le seguivano, sicchè da lungi ti pareva una pioggia di stelle che giù volassero a tuffarsi nelle acque della Bût, o che una magica verga per illuminare la notte avesse percosso il monte e fatta scaturire questa magnifica fontana di foco. Povero Giacomo, che fu di lui, allorchè sentì svanirsi ogni speranza! Ch'era dunque stato della Rosa? Avrebbe voluto lanciarsi tra i compagni e chiederne conto, ma lo rattenne la paura d'una risposta fatale. Potevano dirgli ch'ella era morta.... o maritata.... Ah! ch'egli avrebbe dovuto prevederlo. Così bella!... Era impossibile che si fosse contentata d'aspettarlo; lui tapino che non aveva di suo che le braccia! — Questo pensiero lo riempì d'amarezza, e per un istante gli pesò sul cuore tutta l'impotenza della sua umile condizione. Si ricordò allora di sua madre.... Con quanto affetto non lo avrebbe abbracciato la povera vecchia! Erano tre anni che non la vedeva. Quando partì, ella pianse tanto! Era infermiccia e temeva di morire senza rivederlo, gli diede tutto il danaro che a forza di privazioni aveva potuto raggranellare, lo benediva con tanto amore.... ed egli aveva potuto ritardarle la consolazione di riabbracciarlo?... Aveva potuto fantasticare tutto quel giorno per far sorpresa ad una ingrata che lo aveva dimenticato, e neppure un pensiero alla povera donna che non viveva se non per lui.... Ben gli stava l'immenso dolore con che il cielo ne lo puniva! e lacrime dirotte gli corsero per le guance. Cresciutogli affetto dal rimorso, avviossi alla sua casa ansioso di abbracciare la buona vecchia, la cognata ed i figliuolini del fratello, l'ultimo dei quali era nato dopo la sua partenza. La porta della cucina era socchiusa, due fanciullini giocavano insieme seduti dinanzi al focolare, e un terzo dormiva in grembo alla cognata, che ad ogni tratto smetteva di ninnarlo per attizzare gli stecchi sotto un paiuolo che dal fumo e dal borboglío conoscevi presso a bollire. La vecchia col dorso vôlto alla porta e china sulla madia aperta, era affaccendata a far correre lo staccio. Prima ad accorgersi del sopravvenuto fu la cognata, che mise il suo bimbo sullo spazzo e corse ad abbracciarlo. Ei le fe' cenno di starsi cheta, e pian pianino era per gittare le braccia al collo di sua madre, quando questa s'accorse, diè un grido, e, gettato lo staccio, strinse al cuore il suo povero Giacomo. Dimenticarono per buona pezza la polenta, lieti del rivedersi e curiosi di tutto che era passato in quel frattempo. Suo fratello era ito sul monte colla mandria di compare Giovanni, e doveva di giorno in giorno ritornare. Le due donne lo aspettavano pel dì della Madonna, ed erano liete che il caso avesse così per quel giorno solenne riunita tutta la famigliuola. Intanto i fanciullini, che al suo venire s'erano rincantucciati in un angolo del focolare, gli si fecero d'intorno e mescevano anch'essi la loro linguetta a quell'allegro chiacchierare; ei tenne un pezzo fra le braccia il piccino, e lo baciava con quell'affetto con cui avrebbe baciato il fratello. Chiese dei conoscenti, degli amici, del parroco; ma non nominò la Rosa, nè le donne s'attentarono di farlo. Era uno scoglio che tutti tre fuggivano per diverso motivo. Giacomo procurava di mostrarsi gaio: fu solamente durante la cena, che il cuore la vinse. Suo malgrado gli corse la memoria ai giorni precedenti la sua partenza, e impensierito teneva in mano la scodella, senza poter trangugiare il tozzo che meccanicamente aveva imboccato. Le donne si accorsero, e dopo un minuto di silenzio: — Che hai Giacomo? chiese la madre con voce affettuosa. Povero Giacomo! gli occhi gli si fecero grossi, e suo malgrado fu vista luccicare una delle tante lagrime che inghiottiva. — Hai dunque saputo della poveretta? continuò essa. Quest'anno è stato un grand'anno per lei! Noi abbiamo preveduto che doveva finire così. Si affaticava di troppo, massime sul taglio dei fieni: correre ogni giorno fin lassù nei prati di Sorassacco.... — Ma dunque?... diss'egli, e aspettava, come il condannato aspetta la fatale sentenza che deve troncargli il capo. — Dunque è morta? — Morta no! ma gravemente ammalata. Dopochè suo padre si è riammogliato, la poveretta non poteva aver pace con quel demonio della Margherita. Ne pativa d'ogni sorte, finchè finalmente risolse d'andarsene, e prese servigio qui a Cedarzis in casa di quel mandriano, che ha suo figlio muratore in Germania; te lo ricorderai, era della tua età. In quella casa ella lavorava dì e notte per farsi benvolere, e un po' forse per dar torto alla matrigna, che la predicava per una dappoco. La mattina una fornata di pane, ch'e' hanno i dazi, poi l'acqua per la cucina, talvolta un mastello di pezze: a mezzogiorno un boccone, e poi su ne' boschi a legna, e caricava più che alcun'altra; e quando si fecero i fieni, mi diceva qui la Togna, dall'alba alla sera un continuo lavorare, finchè si è buscata la malattia, per cui sono otto giorni che batte la febbre. — E che ne ha detto il medico? chiese Giacomo. — Ho paura che nessuno si sia preso la briga di consultarlo, e forse, soggiugneva la vecchia, sarà meglio; che se la è destinata.... — Oh madre mia! vi prego.... Che ora abbiamo? Non devono essere ancora le dieci, e forse s'io corro in Piano, arrivo prima che il dottore si corichi. — Il dottore? ripigliò Tonina; facilmente, se andate qui da M*** egli c'è ancora. È solito giocar la partita con quei signori che son venuti a prendere le acque, e l'altra sera batteva mezzanotte che ho sentito passare il suo carrettino. — Volo dunque là, disse Giacomo: a rivederci domanmattina.
II.
Tra i forestieri venuti a bere le acque, c'era una ricca signora di B*** sul primo fiorire dell'età, appariscente piuttosto che no; grandemente amata da' suoi, ell'era da tre anni ammalata e forse vicina al sepolcro. Dopo aver consultato indarno i primi professori dell'arte e ricorso a tutti gl'immaginabili rimedi, furono suggerite a sua madre le acque di Carnia, e la figlia accettò, non perchè le credesse efficaci, ma per compiacere a' suoi cari, e forse nel suo secreto per una trista speranza. Nata di seme italiano, in una città italiana, i suoi genitori avevano creduto di farla distinguere fra tutte le sue coetanee col procurarle un'educazione peregrina, ed a tal fine se la tolsero dal seno, e la mandarono ancor bamboletta in un convento nel cuore della Germania. Povero fiore così acerbamente trapiantato! Lungi dal suo clima e dalla sua terra natale ella crebbe a stento. Aveva sortito da natura un carattere timido, un cuore espansivo e facile all'affetto. Si trovò sola in mezzo a volti stranieri: lungo tempo incompresa suonò per essa la voce umana, e ad uno ad uno morirono sulle sue labbra tutti gli accenti del suo armonioso dialetto. Dicevano che l'uso della stufa, a lei italiana e debole, era stato cagione della malattia che soffriva. Aveva perduto la voce, e tutto faceva dubitare che fosse affetta da tisi. Ella stessa n'era persuasa, e placidamente si rassegnava a lasciare questa bassa terra di guai dove non aveva còlto che dolore; ma per una contraddizione inconcepibile nascondeva a tutti la sua malattia. Pareva che cercasse di velare agli occhi degli altri, ciò ch'era pienamente manifesto a' suoi. Giunta in Carnia, non volle che fosse chiamato per lei il dottore, e la madre fu obbligata ad informarlo in secreto ed a fare che le sue visite fossero come di semplice civiltà, o per l'occasione di altri forestieri alloggiati nello stesso albergo. Se avveniva che una notte avesse tossito più delle altre, o se la mattina guardandosi nello specchio le pareva di essere più sparuta del solito, si chiudeva nella sua camera e ricusava di lasciarsi vedere. Sul tramontare quasi ogni giorno la coglieva un po' di febbriciattola: allora i suoi occhi, per solito muti e come appannati, si animavano, e benchè brillanti di una luce sinistra, apparivano bellissimi; le sue labbra si colorivano d'un rosso vivace traente più al chermisino che al corallo, e le sue gote sempre pallide si facevano serene, e serena mostravasi la sua ampia fronte italiana, ombrata da nitidi folti capelli castagni, che, oltre le tempie lasciati liberi, si avvolgevano in due morbide spire scendenti sulle delicate ma pallide spalle. Il sussulto della febbre le rimetteva nelle vene il brio della giovinezza per lei già perduto, e in quell'ora e tutta la sera parlava volontieri, e le facevano gradita attenzione nel farle visita e giuocare la partita. La madre, poveretta, lusingata dall'affetto, vedeva con piacere queste ore d'ilarità, faceva buon viso a tutti, procurava di farla divertire, e non s'accorgeva di contribuire con ciò a consumare la vita preziosa per conservar la quale avrebbe dato la propria. Il dottore guardava con interesse questa gentile creatura già destinata al sepolcro, e nel vedere che le acque, ch'ella con gran coraggio beveva, lungi dal recarle danno, come in simili disperati casi suole avvenire, pareva anzi che l'avessero alquanto migliorata, nel suo intimo nutriva una lontana lusinga. Quanto avrebb'egli pagato nel veder consolata la povera madre! Non ardiva peraltro palesare questa sua fievole speranza, ma faceva più frequenti le visite; e tutto il tempo che gli era libero la sera, lo passava in loro compagnia, nel pensiero d'osservare più dappresso l'ammalata, di giovarle se fosse stato possibile coll'arte, od almeno colla sua presenza impedire ciò che avrebbe potuto accelerare il punto fatale. Era dunque egli spessissimo da M*** e si fermava fin tardi, come aveva osservato la Tonina; e Giacomo, che diritto corse là a vedere di lui, lo trovò infatti, che già montato in carrettino stava per andarsene. In poche parole narrò il caso della Rosa. Il dottore lo fece salire nel proprio carrettino, e invece d'avviarsi a Piano tenne a mancina verso Cedarzis. Faceva un bel chiaro di luna, ed erano magnifiche quelle montagne vedute così di notte. Tacevano entrambi. Giacomo stanco di quella troppo combattuta giornata, e presso ad un di quei momenti solenni che s'imprimono nell'anima per poi colorare gran parte della nostra futura esistenza, pensava alla Rosa; ma era calma la sua fronte, e il cuore lungi dall'essere agitato batteva placido, e l'aria fresca del torrente gl'irrigava le membra d'una dolcezza tranquilla e soave. Sia che la finita nostra natura non ci permetta le agitazioni del dolore che sino a un punto oltre il quale tornano i nervi nella quiete di prima, o che l'interno dell'uomo rassomigli alla faccia esterna del globo che abita, sulla quale, prima della procella, regna sempre la calma più perfetta, fatto si è che il povero giovane, lontano pochi minuti dalla terribile catastrofe che poteva infrangere la sua anima, si lasciava andare a una soavità di pensieri e ad una pacatezza d'immagini, quasi simile al sopore d'innocente bambino. I pensieri del dottore erano quali da qualche tempo solevano essere ogni sera a quell'ora. Riandava il saluto, gli atti, il portamento, ogni parola della forestiera. Erasi fitto in mente, che la malattia di lei derivasse da più recondita fonte che non si diceva. Quell'ostinato fuggire ogni rimedio, quella sua disperazione di guarire unita alla strana cura di dissimulare e nascondere i propri patimenti, alcune espressioni a cui egli aveva dato un senso assai lontano forse dall'idea di chi le aveva proferite, la malinconia, l'abbandono e un cupo desiderio ch'egli credeva d'aver talvolta sorpreso ne' languenti suoi sguardi, qualche sospiro, qualche istante di astrazione involontaria, tutto questo ingigantito e colorato poeticamente dalla sua fantasia di giovanotto, gli faceva vedere in quella interessante creatura la vittima di qualche tremenda passione. Qual era la spina che s'era fitta in questo cuore di vergine? Amava ella colla veemenza d'un primo affetto forse contrastato, forse illecito? più facilmente, come dicevano i suoi occhi lenti e freddi, avrebb'ella così giovanetta percorso un lungo stadio, e disingannata, piegherebbe la frale esistenza oppressa dal peso dell'umana malizia? La prima volta che la vide restò colpito dal singolare contrasto che la sua educazione faceva coll'esteriore sua forma. Infatti guardando Massimina, chi mai avrebbe immaginato di ritrovare nelle sue labbra, mobilissime come quelle di tutti i meridionali, il barbaro accento e le aspirazioni del settentrione? Anche le sue maniere avevano un non so che di esotico; e v'era ne' suoi detti, nel suo vestire, in ogni suo tratto una tal quale bizzarria, che tuo malgrado ti feriva; ond'egli avvezzo a tutto notomizzare avrebbe voluto squarciar il mistero e contando ad una ad una le fibre di quel cuore, scoprire donde proveniva il veleno che così distruggeva quella macchina gentile. E non s'avvedeva, che i soli cadaveri ponno venir sottomessi a tale disamina, e che a misura che ti avanzi colla face della scienza nella mano, fugge ritrosa la vita, e che se v'ha qualche cosa per cui la sottile osservazione sia un'arte affatto vana, gli è appunto il cuore della donna! Giunsero intanto a Cedarzis, smontarono dinanzi una casetta che Giacomo additò, e picchiato, chiesero della Rosa.
La povera fanciulla giaceva in una cameruccia a pian terreno; sul meschino letticciuolo le vesti della malata facevano uffizio di coperta; da più ore niuno era stato a vedere di lei. Era nel delirio della febbre, il suo volto infocato ardeva, le carni inaridite scottavano; non conobbe il dottore, non s'accorse di Giacomo, sempre nella stessa positura cogli occhi impietriti e fisi in un punto continuava a delirare, e le parole tronche e sconnesse uscivano dalla sua bocca tutte di un tuono e senza che mai perciò movesse le labbra. Fu indarno il farle mostrare la lingua: il dottore le prese il braccio per forza, e mentre tacito contava il rapido battere dell'arteria, diede un'occhiata a Giacomo che finì di sconcertarlo. Si pose a scrivere. Prima di terminare la ricetta, si volse alla padrona di casa, e le disse di trovar tosto chi andasse in Piano a farla spedire. — Non basterebbe doman mattina? dimandò quella femmina mezzo assonnata e vogliosa di presto sbrigarsi. — No, rispose il dottore, s'è già anche di troppo ritardato.... e stava per dire alcunchè di brusco: ma guardatala, s'accorse che l'inchiesta non proveniva da cattivo cuore, bensì da quel fatale pregiudizio per cui la maggior parte dei villici riguardano la medicina come scienza inutile. — Non avete alcuno, buona donna, ripigliò egli con voce più mansueta, da mandar tosto alla spezieria? perchè, vedete, questa povera fanciulla è di molto aggravata, e un'ora perduta potrebbe forse decidere della sua vita.
— Ma.... diss'ella, son tutti a dormire.