— Non rispondi? replicò Oliva. Oh! se ti ostini, pensa che il Signore ti castigherà. Egli ha lunghe le mani, vè!

— Ma perchè ha da castigarmi? In fin dei conti, io ho comperato in pubblico, che tutti han veduto. Se questa roba era vostra, aggiunse ella colla voce tremante e tutta rossa in viso, voi foste ribelli! e il saccheggio e l'incendio, io l'ho sentito in predica le cento volte, fu una giusta punizione di cui possono approfittare i sudditi fedeli del nostro buon sovrano.

— E tu Mariuccia, tu mia cugina, tu che mi volevi tanto bene, ardisci proferire una sì orribile bestemmia?... gridò la donna indignata. Ebbene! tienti pure cotesta roba, la ti farà buon pro! Io nuda e raminga, non vorrei per certo sulla coscienza di simili acquisti. Mentre tu dormirai tranquilla sotto quella coltrice ch'è mia, io mi morirò forse di freddo; ma ogni volta che la ti toccherà la pelle, tientelo bene a mente, tu avrai sull'anima, non uno, ma sette peccati mortali! — E corse giù per le scale a precipizio, e presi i suoi figliuolini uscì da quella casa pregando Iddio che facesse giustizia.

VI. LA FRAILE.

Nella parte interna di un bel palazzo sul Traunick a Gorizia, in una stanza riccamente addobbata, sui cuscini d'una magnifica dormeuse giaceva languidamente cogli occhi semichiusi una persona di nostra conoscenza, la fraile Cati. Le doppie cortine di seta abbassate lasciavano penetrare appena tanto lume da discernere gli oggetti. Avviluppata in una candida vestaglia di mussolina, le cadevano sul collo negligentemente due grosse trecce di capelli neri; le braccia abbandonate, le mani e la faccia tanto bianche, che se non fosse stato il lieve palpito del seno a palesarla viva, l'avresti tolta per la bella donna descritta da messer Francesco nel Trionfo della Morte. A lei dappresso, in piedi, una giovane fantesca agitava un piccolo ventaglio, ma con tanto riguardo che niun rumore n'udivi, tranne il pendolo dell'orologio, che in forma di tempietto colle sue colonne d'alabastro sull'un dei tavolini laterali misurava lentamente il tempo. Quell'orologio, i candelabri d'argento, le molte porcellane, gli stipi, le sedie ad intaglio, la spalliera ed i bracciuoli della dormeuse foggiati a fiorami inargentati che venivano a cadere sul velluto dei cuscini da cui pendevano ricche frange di ciniglia colore amaranto in armonia con quelle delle tende, le tavole di tarsia, le cornici dei quadri che adornavano le pareti, gli specchi, le scansie, tutto era manifattura viennese. Il barone nel suo affetto per la capitale voleva che ogni cosa gli venisse di là, perfino la servitù; e bene te ne accorgevi guardando alla sottile cintura, alla forma delle spalle e alla tinta biancastra della cameriera che assisteva alla fraile. Peraltro in quella stanza scorgevi un oggetto che non era di Vienna. Dinanzi alla finestra, tra le frange dei ricchi cortinaggi, in forma di lampada pendeva un picciolo vasellino di ghisa e dentrovi una pianticella rampicante. Non prezioso nè per metallo nè per ricchezza di adornamenti, egli era elegantissimo per le sue svelte e semplici proporzioni che ricordavano quelle graziose lucerne funerarie, che anche qui nel Friuli escono talvolta dal seno della terra a farci fede del buon gusto artistico dei nostri antichi. In evidente contrasto con tutti quei mobili sopraccarichi di minuzioso lavorío, finitissimi se vuoi in ogni loro dettaglio, ma pesanti nell'insieme, pareva che in quella stanza ei non avesse analogia che colla sola ammalata. Pallida il viso, colle trecce disciolte, senza ornamenti e negligentemente avvolta in quella semplice mussolina che nella sua leggerezza permetteva l'apparenza delle membra, anch'ella era bella più che per altro per la purezza delle forme e per quel non so che di armonico e di gentile che traspariva da tutta la sua persona. Ma un'altra somiglianza pareva ch'esistesse tra la giovinetta e quella pianticella destinata a vivere lì nella sua camera. Circondate da un'atmosfera fittizia, in mezzo ad oggetti stranieri, erano entrambe come prigioniere. La pianticella nel pallido suo verde stendeva gli esili germogli verso il raggio di luce che a traverso le griglie e le tante cortine veniva debolissimo a visitarla, e pareva con mesto desiderio anelare al suo clima originario, al sole e all'aria aperta del suo lontano paese. La fanciulla nella profumata penombra di quel magnifico boudoir pareva anch'ella languire come uccellino in gabbia dorata. Forse che nel core le batteva il desiderio d'una più libera vita; forse che dinanzi alle chiuse pupille le passavano memorie di altri tempi e di altri luoghi, e vólti di persone amate e le gioie e i sogni della infanzia; forse che mentre ella giaceva lì nel silenzio, colla persona gittata in quel suo mesto abbandono, la sua anima spaziava per le convalli della sua patria, e vedeva le cognite cime delle sue belle montagne, e respirava l'aria purissima del suo cielo nativo, e nell'orecchio le sonavano come canti le voci del dialetto che primo imparò dalla madre. Nata su quell'ultimo lembo della terra italiana, laddove due grandi nazioni si toccano e aspettano il giorno di strignersi con affetto fraterno la mano, ell'aveva nella fisonomia l'impronta d'entrambe. Quei due tipi gentilmente confusi la facevano più bella, come i torrenti e le montagne delle due diverse regioni ravvivano ivi e fan più dilettoso il paese. Indarno l'avevano da fanciulletta strappata di là per farla educare in uno dei primari istituti di Vienna: la capitale con tutti i suoi prestigi, la maestà della corte che aveva veduto dappresso, la vita elegante dell'alta società a cui il barone nel suo orgoglio la destinava, non avevano mai potuto farle uscire dal cuore l'affetto alla sua terra natale. Cresceva melanconica e straniera come il fiorellino della torrida, che a forza di stufe si vuol fare allignare in un clima agghiacciato. Oh quante volte ella, povero punto invisibile perduto nell'immensa congerie de' bianchi fabbricati che costituiscono la capitale, sospirò per amore della patria lontana! Era cotesto il sogno delle sue notti e il desiderio incessante di tutti i suoi giorni. Come se la sua anima fosse stata un'emanazione della terra italiana e del sole che vi risplende, o che ve l'avesse creata la porpora dei nostri tramonti, o l'effluvio dei tanti calici che adornano le nostre convalli, ella era legata a quei luoghi, e divisa deperiva. Continue visioni del suo paese, a guisa di grandi quadri le passavano dinanzi alla fantasia e la chiamavano potentemente all'Italia. Un dì, insieme con le compagne l'avevano condotta sulla sponda del Danubio a veder la partenza d'un piroscafo. Guardava quell'immenso volume di acque livide che a guisa di mare procede maestoso incontro all'oriente; repentinamente le parve d'essere a Cividale a contemplare dal ponte gigantesco l'azzurra corrente del Nadisone che passa inabissata sotto i due archi ineguali, e vedeva il sasso su cui l'ardito architetto non dubitò di basare la superba sua mole; e le sponde screpolate coperte di lunga erba e di cespugli; e le case antichissime che paiono imminenti al precipizio; e i comignoli dei svelti campanili che qui e colà accennano all'epoca longobarda; e udiva i canti delle lavandaie che inginocchiate sulla ghiaia dell'alveo profondo sbattono in cadenza i loro candidi panni: poi la scena le si cangiava, ed era sull'Isonzo, e vedeva le verdi sue acque incoronate di schiume correre frettolose tra le rive ridenti seminate di pittoreschi villaggi, di villaggi che ad uno ad uno ella raffigurava e riconosceva con un palpito sempre crescente, finchè l'infinito desiderio della patria la fe dare in un dirotto di pianto. Un'altra volta, nel tempo delle vacanze estive, passeggiava di sera insieme con lo zio sull'alto dei bastioni. Dall'una parte la romorosa città co' suoi eleganti equipaggi, colle sue vie illuminate a gas, frequenti di popolo infinito; dall'altra il silenzio delle fosse deserte e qualche raro lume perduto nel verde dei glacis; più lungi le linee di fanali degl'immensi sobborghi che fuggivano dinanzi alla vista, e taluni si specchiavano nell'onda quieta del fiume. Una nebbia leggiera, a guisa di velo trasparente gittato su d'una bella che dorma, avvolgeva tutta la vasta capitale e lasciava trapelare sovr'essa muti e bianchi i raggi della pallida luna. Ella affisò quel disco sparuto e vaporoso, e un istante le parve di vederlo brillare nello schietto argento che illumina le nostre notti; ma non era Vienna ch'ei rischiarava: un'altra città le si andava dispiegando dinanzi all'innamorata fantasia, una città di provincia ch'ella aveva più volte visitato da fanciulletta, Udine colla sua bella piazza contarena, e in quel vivace chiaro di luna gli svelti colonnami del corpo di guardia, in grazioso contrasto colla fontana e col gotico palazzo del Comune, e sovr'essi eminente in iscorcio il castello che si perdeva nell'ampio stellato immensurabile allo sguardo. Oh ella aveva coll'anima varcato le Alpi! La pianura del Friuli le stava dinanzi, e rammemorò i gentili venticelli che in quella stagione e in quella dolce ora vengono dal mare ad accarezzarla, la freschezza e la pace diffuse nella limpida atmosfera, gli effluvi della terra inumidita dalle rugiade, i canti armoniosi degli usignoli; e un impeto di affetto la riempì di cordoglio, e in quella sera si coricò tanto melanconica che la credettero ammalata. E lo era difatto: quell'interno desiderio, ch'ella nutriva in segreto, convertito in passione agía potentemente sul suo fisico, di modo che il barone credette che ne fosse colpa la vita troppo occupata ch'ella menava, e la levò dall'istituto. La speranza di ritornare in patria le sorrise allora con tutta la sua forza, ed ella rianimata cominciò subito a guarire, lo sguardo le si aperse alla gioia e le brillò di una luce inconsueta, le rifiorì il colorito, e divenuta vispa ed allegra, si faceva ammirare per la sua non comune bellezza che parve in quei giorni aver raggiunto il suo massimo splendore. Chi può descrivere la contentezza che le raggiava dalla faccia, allorchè vestita da viaggio insieme collo zio montò sulla strada ferrata? Il volo del vapore era assai men rapido del suo ardente desiderio, e guardava con ansia al sole che le pareva non volesse mai tramontare. La notte, mentre la maggior parte dei viaggiatori dormivano, ella, aperta la finestrella, contemplava la colonna di ardenti scintille della locomotiva che il vento arrovesciava all'indietro come la chioma del serafino che attraversa il deserto, ed era da lei benedetta più della nube che guidò gli Ebrei alla terra promessa. Quando apparve l'alba, le si dispiegò dinanzi la bella vallata di Gratz, e il sole nascente si specchiava nelle acque del fiume che là corre. A Lubiana udì i primi accenti del suo caro dialetto, e sull'alto del Prevalt le parve di sentir l'aura che veniva dal suo paese.... Oh la patria! la patria!.... e il cuore le batteva rapido, le tremavano le ginocchia, e commossa dall'infinito affetto lacrimava.

Ma giunta a Gorizia nel palazzo dello zio, dove tutto ricordava la capitale e dove frequentavano i primi signori del paese che avevano per onore di affettare i costumi e la lingua di là, le parve d'esser tornata di nuovo straniera. Aggiugni, che in quell'epoca era scoppiata la rivoluzione in Italia, e Gorizia era piena zeppa di militari austriaci che inondavano la sua casa di visite tedesche, e la conversazione si aggirava sempre intorno a truci progetti di guerra e a tristi novità di sangue che a lei cresciuta malaticcia e dilicata di fibra facevano male. Non già ch'ella scusasse i ribelli. Semplice giovanetta, nuova nel mondo e avvezza a rispettare l'autorità di chi credeva più sapiente di lei, non le passava neanche per la mente di contrastare alle altrui opinioni, tanto più che sarebbe stato un opporsi allo zio, da cui era amata come un idolo, e al quale la legavano la più viva gratitudine e il più tenero affetto figliale. Ma il suo cuore sensibile, ad onta della sua ragione, la faceva sempre simpatizzare per quelli che pativano. Quando cominciarono le ostilità, ella vide con ispavento avviarsi alla distruzione tutte quelle orde di soldati; e i cannoni e le bombe e i razzi innumerabili che seco loro trascinavano la facevano raccapricciare. Tremante come una foglia aspettò il primo rimbombo della battaglia, e la vista dei villaggi incendiati la inorridì. Stette tutta la notte su d'una finestra a guardare il fuoco, che come tante bocche d'inferno, qui e colà, in mezzo al verde dei campi divampava sempre crescente a devastare il suo amato paese. Oh s'ella avesse potuto salvarlo! Piangeva e pregava desolata, or gittandosi inginocchioni, ora strappandosi i capelli. Nel dimani più morta che viva la strascinavano in carrozza incontro alle schiere che ritornavano vittoriose. Gorizia era tutta in trionfo, le vie piene di gente che faceva echeggiare i più lieti evviva, sulle finestre parate a festa donne eleganti coronate di fiori che sventolavano i loro bianchi fazzoletti. La musica annunziò che venivano. Ella bianca come una statua guardava agghiacciata quei soldati ancora briachi della carneficina, che i suoi concittadini accoglievano con tanto applauso. Passavano, passavano, e nel mezzo conducevano una ventina di prigionieri, mutilati, sanguinosi, che si facevano marciare coi calci del fucile e a piattonate. Oh lo sghignazzare del popolaccio! le beffe e i sarcasmi che piovevano su quegli infelici!.... Si gettavano loro addosso ogni sorta d'immondizie, e vi fu una signora che dall'alto della sua carrozza si degnò di sputare in faccia ad uno di essi.... La fraile a quell'atto orribilmente villano si coperse il volto; avrebbe voluto esser sottoterra, e stette lì in tutto quel baccano cogli occhi e colle orecchie chiuse come se fosse morta di vergogna. Tornata a casa, si serrò nella sua camera, nè potè più mai cavarsi dalla mente l'immagine di quel giovane italiano, ch'ella aveva veduto così indegnamente ingiuriato. Molto tempo dappoi ella sognava ancora il suo volto pallido, i grandi occhi neri fieramente riguardanti, e i bellissimi denti, ch'egli discoperse un cotal poco sotto la bruna basetta in quel suo ironico sorridere, con cui parve che promettesse il dì della vendetta. Indarno nel Venerdì santo alcune di quelle signore vennero ad invitarla perchè facesse parte d'una lieta comitiva di Goriziani che volevano accompagnare le truppe che marciavano sovra Udine. Quai che si fossero le colpe di quella città, ella l'amava, e fremeva alla sola idea che fosse minacciata. Così più tardi, quando quasi ogni sera una processione di fiacres conduceva al monticello di Medea il bel mondo di Gorizia che là si adunava per godere lo spettacolo di Palma bombardata, ella aborriva dalla loro compagnia. Quella curiosità le pareva esecrabile, come gli osceni tripudi della plebaglia quando accorre in folla all'esecuzione di un delinquente. Nei giorni poi in cui si festeggiavano le vittorie degli Austriaci, ella si chiudeva nella sua camera, e negava di lasciarsi vedere da chi che si fosse. Cotesta malinconia, cotesto languore dopo la visita di N*** s'erano accresciuti fuor di misura. Passava le intere giornate a letto, od abbandonata sulla sua dormeuse cogli occhi chiusi in tetro silenzio, e dovevano usare tutte le precauzioni perchè a lei giammai non si parlasse nè di guerra nè di stragi e le giugnesse il meno che fosse possibile il rimbombo dei cannoni e il baccano della città festeggiante, mentre era evidente che le raddoppiavano il soffrire. Il barone era in pena, e temeva di qualche occulta malattia che distruggesse in secreto quella per lui carissima vita. Indarno aveva consultato i più riputati medici del paese: la ritrosia di lei congiunta alle loro disparate opinioni accrescevano l'imbarazzo. Ora avvenne, che proprio in quei giorni capitasse a Gorizia un celebre professore del Giuseppino di Vienna, chiamatovi ad assistere il principe di W*** tornato dall'Italia gravemente ferito. Il barone desiderò di fargli vedere la nipote. A quell'annunzio un impercettibile senso di disgusto trapelò dalla smorta fisonomia della malata; nondimeno accondiscese alla visita, e composta nella sua consueta impassibilità lasciò che il dottore la esaminasse e discorresse lungamente nel suo dotto tedesco con lo zio, senza ch'ella mai aprisse la bocca. Suggeriva un'altra vita, una vita di moto e di svagamento, e soprattutto un viaggio a qualche stabilimento di bagni. Ma dove condurla in quel momento di terribile agitazione politica? E in Italia ardeva la guerra, e le vie presentavano poca sicurezza, particolarmente per lei che tanto aborriva ogni sorta di trambusti. Al barone si presentò subito l'idea della capitale e degli eleganti bagni di Baden, a' quali si avrebbe ogni giorno potuto trasferirsi col mezzo del vapore per le di cui corse ella aveva in altri tempi mostrato così viva simpatia. Ma la giovinetta si turbò tutta quanta, e giugnendo le mani supplicava: Oh, no a Vienna!.... fucilano a Vienna!.... — ed atterrita da feroci immagini di sangue s'impallidì come un cadavere, e tale un tremito le si diffuse per tutta la persona, che ben compresero come quel progetto sarebbe stato morte per lei. Quando partito il dottore ella fu sola con lo zio, che appoggiato sulla spalliera della sua dormeuse stava contemplandola con accorata tenerezza, si lasciò cadere colla faccia lagrimosa sulla mano di lui, e mentre gliela copriva di baci, — Oh! mio buon padre, supplicava, per pietà salvatemi voi!

— Ma che posso io fare per te? Parla, angiolo mio! le rispondeva il barone; e chinandosi tutto sovr'essa aspettava coll'anima aperta che la gli chiedesse magari il sangue.

— Andiamo via di qua! diss'ella; andiamo a vivere nella nostra romita villetta sulle sponde del Nadisone: la pace dei campi e l'aria balsamica che vien giù colle acque del torrente mi guariranno!

— Ebbene, se lo desideri, noi partiremo anche domani; solamente, rifletteva il barone dopo un momento di pausa, io non potrò mica assentarmi per molti giorni da Gorizia, adesso che passa tanto militare.

— Oh! io non vi chiedo un tale sacrifizio, rispose la fanciulla. Voi rimarrete qui con tutta la famiglia: a me basta l'assistenza della vostra buona gastalda, che mi voleva tanto bene quand'era piccola, giacchè io voglio là mettermi a una vita semplice e affatto campagnuola. Farò con lei delle lunghe passeggiate; se me lo permetterete uscirò anche talvolta coi cavalli, e vedrete che in breve quando voi verrete a trovarmi io sarò affatto risanata. — Il barone contento di quest'ultima parola che rivelava in lei viva ancora la speranza, le promise di contentarla, ed uscì a disporre perchè nel dimani fosse tutto pronto per la partenza.