Roma, dopo convertita, avea tenuta la Chiesa in dipendenza, come già soleva la religione nazionale: tal dipendenza ora cessava. Fra i popoli germanici antichi però i diritti e le funzioni ecclesiastiche erano mescolati col potere civile; sicchè, dopo fatti cristiani, ammettevano i vescovi ne' consigli del regno, come duchi e conti e re assistevano ai sinodi ecclesiastici, intrecciandosi lo Stato e la Chiesa, il cristianesimo e la nazionalità. I regni che formavansi di nuovo cercavano una sanzione col fare omaggio al pontefice e dichiararsene vassalli. Quando sol dalla scimitarra d'un soldato o dalla tracotanza d'un feudatario erano decise le controversie, la Chiesa conservava forme legali, esame di testimonj, scritture, contratti; sicchè fu un grande acquisto di libertà pei popoli e un gran ritegno ai principi l'estendersi del diritto canonico, complesso di ordinanze emanate dall'autorità più disinteressata.
I vescovi, in nome di questo diritto e pel carattere che rivestivano, come anche per la potenza cui erano saliti come grandi baroni ed elettori dei re, ammonivano i potenti qualora sviassero dalla giustizia; proteggeano la donna dagli arbitrj brutali; colla tregua di Dio e coll'asilo ne' luoghi sacri rimediavano alle guerre, incessanti ove vigeva il diritto del pugno, cioè della vendetta privata.
Qual meraviglia se il capo de' vescovi crebbe tanto di potenza? Questa non è nell'essenza della sua missione, ma non vi ripugna, e diveniva occasione di svolgere ed ampliare l'incivilimento. Roma provedeva anche ai più lontani popoli, ricevendo reclami, scrivendo, citando, mandando nunzj e istituendo tribunali di nunziatura ove nessun altro ve n'avea[50]; ponendosi arbitra nelle contese dei principi, o di questi coi popoli; dettando leggi comuni, fondate sulla giustizia eterna, e delle quali, anche in circostanze sì mutate, possono alcune trovarsi inopportune, nessuna ingiusta.
Se dunque l'autorità pontifizia giganteggiò, non fu un'ambizione, tramandata per mille anni da un all'altro de' papi, così diversi di origine, di patria, di regola, di costumi, di scienza, di partito, di umori, di passioni, eppure consenzienti infallibilmente nell'ordine delle cose superne; non un palmo di terra s'aggiunsero essi per via di conquista, durante il medioevo; variarono di politica nelle vicende terrene, or cacciati, or prigionieri, ora schiaffeggiati da que' potenti, sui quali imperavano assolutamente nelle materie religiose, e ai quali impedivano di rendersi tiranni.
Da questa mescolanza di diritti e d'interessi nascevano frequenti cozzi, che costituiscono una gran parte della storia del medioevo, e diedero origine alle eresie politiche, delle quali dovremo occuparci. E per ciò giova chiarire la natura di questo sacro romano impero, che col titolo stesso mostrava aspirare ad un primato morale, a modellare il consorzio laico sulla gerarchia ecclesiastica, introdurre ordine legale fra i popoli scomunati; lo che era pure l'intento de' pontefici. Quel primato non vuolsi confondere colla monarchia universale; bensì unificava la podestà laica per disciplinarla sotto la podestà di Dio: rendendosi venerabile non per soldati e forza muscolare, ma pel diritto e per l'idea del dovere, costituiva una gran federazione, dove, sotto un capo elettivo, poteva sussistere qualunque forma di governo; superiorità, non dominio, che rispettava le individualità delle nazioni, pur mettendole d'accordo nello sviluppare ciascuna la propria, e tutte la generale civiltà.
DISCORSO III.
ETÀ FERREA DEL PONTIFICATO. I CONCUBINARJ. LE INVESTITURE. GUERRA FRA IL PASTORALE E LA SPADA.
La nostra religione è inalterabile nella essenza; ma nella sua attuazione esterna toccando alle cose umane, trovasi esposta alla contaminazione degli interessi e delle passioni terrene. Nuove irruzioni di Saraceni ed Ungheri, e orrida sequela di sventure aveano colpito l'Italia; lo stesso rinnovamento che i papi aveano sperato ricostruendo l'impero d'Occidente riuscì a nuovi disastri, causati dal disordine feudale, che annetteva la giurisdizione al possesso, cioè tramutava ogni possidente in principe, con diritto di giustizia e di guerra. Ne seguiva uno stato di perpetui e personali conflitti, e la depravazione che accompagna la guerra permanente.
I principi e i baroni invidiando le vaste ricchezze e il conseguente potere acquistato dalla Chiesa, ne voleano almen qualche porzione. Ogni vacanza di vescovadi e del papato apriva l'arena a brogli, a corruzioni, a violenze; disputandosi la mitra e la tiara, siccome un tempo la corona imperiale. Gli imperatori, quali tutori della Chiesa, credettero rimediarvi col presedere alle elezioni e confermarle: ma ciò che prima era una protezione, un rimedio a deplorabili abusi, divenne un'arroganza e un peso quand'essi non tennero per legittima l'elezione d'un papa se non fosse approvata da loro. Secondo le norme feudali, ogni dovere veniva da un impegno personale; il possesso medesimo era una concessione, simboleggiata con atti materiali e solenni, e condizionata a patti espressi. Tale natura aveano anche i possessi, di cui gli imperanti o i baroni investivano le chiese e gli ecclesiastici, a titolo di regalie. In conseguenza essi pretendevano di godere di quei beni, duranti le vacanze (regalia utile), e conferire i benefizj mentre i vescovadi vacassero (regalia onoraria): pel qual modo l'imperatore e gli alti signori investivano i prelati non solo dei beni, ma della dignità, cioè non solo collo scettro e la spada che significavano il possesso temporale, ma anche coll'anello e il pastorale che esprimevano la podestà spirituale, e ne riceveano l'omaggio e la promessa di soggezione. Era un mettere in ceppi la Chiesa, e stornarne lo spirito; imperocchè, le fazioni portando imperatore ora un Franco, ora un Italiano, ora un Tedesco, a capriccio di questi modellavasi la scelta de' papi; la tiara acquistavasi per intrighi di donne, cabale di politicanti, violenza di bravi; papa Formoso, forse perchè mostratosi avverso alla fazione italiana, era fatto disseppellire dal suo successore, e giudicare, e condannare ad avere mozzo il capo e le tre dita con cui benediceva, poi gittato nel Tevere, disacrando quelli che da lui aveano ricevuto l'ordinazione; Teodora e Marozia portavano al supremo seggio i loro favoriti e parenti; la fazione di Albano o quella di Tusculo, l'italiana o la tedesca ergeano, deponeano, richiamavano i papi, fino a crearne uno di 18 anni (Giovanni XII). Questi disordini[51] sono raccontati colle esagerazioni consuete ai partiti, fino a dire che sedesse papa una Giovanna, la quale poi, nella solennità d'una processione, fu côlta dal travaglio del parto[52].
Quasi non trovasse in se stessa gli elementi della propria rigenerazione, la Chiesa li domandava all'autorità secolare. Ottone Magno di Sassonia, ottenuta a Roma la corona imperiale, prestò omaggio ligio a papa Giovanni XII, confermandogli le donazioni di Pepino, di Carlomagno, e di Lodovico il Pio; poi informato de' turpi portamenti del pontefice, lo depose, e fece decretare dai prelati che spetta agli imperatori dar l'istituzione ai papi e l'investitura ai vescovi (964). Così il romano impero, rinnovellato ai tempi di Carlomagno come principio d'equilibrio politico e tutela della sociale giustizia, per le mal determinate attribuzioni veniva a collidersi coll'autorità pontifizia, e tra le violenze e la vigliaccheria, capitali nemici della libertà, l'uno perdea del carattere sacro, l'altra dell'indipendenza.
Badie e parrocchie commendavansi a qualche secolare, cioè se gliene attribuivano i frutti, i pesi negligendo o affidando a qualche frate. Gli uomini di retta coscienza rifuggivano dai turpi maneggi, sicchè le sedi rimanevano a persone o basse o perverse; che entrate nel gregge o colla violenza di lupi o collo strisciar di serpenti, come poteano esserne vigili custodi? I vescovi che aveano ricevuta la dignità ed altre ne speravano dal principe, favorivano gl'interessi di questo; cercavano oro in ogni modo per poter con questo comprarsele, poi se ne rifaceano col trafficare delle cose sacre; doveano andar in guerra o mandare i loro uomini, e sostenere viaggi, e alla Corte sfoggiare di fasto profano; non di rado le dignità venivano in premio di umili e vergognosi servigi e fin del peccato; canoniche e monasteri, più che di cantici e litanie, risonavano di trombe, latrati e nitriti; anteposta la spada alla virtù e alla scienza, alla religione la superstizione che n'è la peggiore avversaria, come i prelati poteano più riprendere e correggere vizj, ne' quali essi erano tuffati?