In tale accordo il vantaggio restava tutto al poter secolare, perocchè l'imperatore non recedeva da alcuna delle sue pretensioni, vedevasi confermato l'alto dominio, e dirigeva le scelte. Ma la Chiesa sacrificava le eventualità temporali al desiderio di far indipendente lo spirituale[60]. Dappoi l'imperatore Lotario II rinunziò al diritto di assistere alle elezioni; e fu rimesso al papa il decidere delle differenze che in tal fatto si suscitassero; come poco a poco fu tolto ai principi il goder de' frutti de' benefizj vacanti, e dello spoglio de' vescovi e abbati defunti.
Duranti questi fatti, l'autorità ecclesiastica dei papi erasi viepiù ingrandita col restringere quella de' metropoliti, revocare a Roma la collazione di molti benefizj; riservarsene le annate; sottrarre ai vescovi la giurisdizione sui conventi e sui beni parrocchiali. Queste prerogative furono convalidate dalle decretali del falso Isidoro. Così chiamossi una raccolta di leggi, che non erano state realmente pubblicate dai papi, ma dove l'autore, tutt'altro che ignorante e inetto, pare raccogliesse titoli antichi, trasformando in decreti alcune allusioni del pontificale romano, o relazioni storiche, o brani di lettere dei papi, dei codici di Teodosio e d'Alarico, della regola di san Benedetto, del Liber pontificalis e d'altre autorità. Qualche volta adottò titoli spurj; qualche volta alterò, pure quelle norme doveano esser conformi alle istituzioni vigenti nella Chiesa, perocchè furono accolte senza ostacolo, e sinodi e papi le citarono, e altri compilatori fondaronsi su di esse, finchè al rinascere della critica i Cattolici le posero in dubbio, ben prima dei Protestanti[61].
Un grave colpo al cristianesimo avea dato l'arabo Maometto, predicando una religione, desunta dalle credenze ebraiche e cristiane, e colla pretenzione di semplificarle; asserendo l'assoluta unità di Dio, cioè escludendo la trinità delle persone[62]; non vedendo perciò in Cristo che un profeta come Mosè, come Maometto; proibendo ogni rappresentazione della divinità; indulgendo alla poligamia e alle inclinazioni della carne, e propagando la sua religione colla spada. Così conquistata gran parte dell'Asia e dell'Africa, la dinastia degli Aglabiti di Cairoan venne a invadere la Sicilia (827), e vi piantò lo stendardo del profeta, che ben presto passò anche sul continente d'Italia.
I Cristiani dovettero allora soffrire persecuzioni dall'intollerante apostolato musulmano, e probabilmente alcuni avranno abbracciata la religione de' vincitori. I pontefici ebbero dunque l'impresa e di salvare i dominj loro da questi nuovi invasori, che minacciavano fin Roma, e di impedire la diffusione delle loro dottrine e de' loro costumi. E poichè essi aveano occupato la Terrasanta, teatro della redenzione e meta di devoti pellegrinaggi da tutto il mondo, i papi eccitarono l'Europa a muoversi per liberarla, come fecesi nelle crociate. Queste imprese, ch'erano un indirizzo dato dalla Chiesa alla forza e al sentimento esuberanti, verso uno scopo religioso e civile, dovettero ingrandire il potere de' papi che le intimavano, le benedivano, le dirigevano, e che investivano i principi e i vescovi de' paesi recuperati.
Di rimpatto la potenza degli imperatori in Italia era stata attenuata dal costituirsi de' Comuni. Questi aveano poco a poco recuperato i diritti civili, sostenuti sempre dagli ecclesiastici, e massime dai vescovi, i quali, ottenendo che le città di loro residenza restassero immuni dalla giurisdizione dei conti, e sottoposte alla loro propria, aveano agevolato la costituzione de' municipj. Sempre più rinforzandosi, questi fondavano l'eguaglianza popolare, eleggevano magistrati proprj, rendevano giustizia secondo leggi fatte dai loro parlamenti, o ripristinavano le romane, e faceansi guerra dall'uno all'altro, deplorabile conseguenza ma pur sintomo di libertà. Gli imperatori o doveano combattere in Germania per le disputate elezioni, o campeggiavano in Terrasanta, o cozzavano coi papi per le investiture; laonde nè potevano sostenere colle loro armi i baroni, nè opprimer i Comuni, che assodavansi collo spossessare i dinasti vicini.
Quel movimento repubblicano, sebbene originato e favorito dal clero, riusciva però nulla meno che favorevole all'autorità temporale de' pontefici. In Francia Abelardo (1079-1142), noto ancor più pe' suoi malincontrati amori che per l'ardimento filosofico, accoppiando la dialettica colla teologia, avea voluto far precedere la scienza alla fede, anzichè considerar quella come uno sviluppo di questa, e la sottoponeva al giudizio individuale, quasi coll'esame e col dubbio si progredisse. Lo aveva udito un bresciano di nome Arnaldo, mutatosi dal mestier delle armi alla cocolla, e ne portò le idee in Italia. Bel parlatore, cominciò come tutti i novatori dal rimbrottare i costumi del clero; donde passò a battere la potenza ecclesiastica; repugnare al buon diritto e al vangelo che il clero possedesse beni, i vescovi regalie; ma dovrebbero restituire ai principi i possessi che ne aveano ricevuto, e ridursi all'apostolica, a viver di decime e di spontanee oblazioni. Non intendendo la libertà nuova, vagheggiava quella che apparivagli ne' libri classici, blandendo idee che sempre diedero per lo genio al popol nostro. Piaceva a questo pel dolce suono di repubblica: piaceva ai signori laici, che teneano feudi dagli ecclesiastici, e speravano emanciparsene; e formò una fazione detta de' Politici, che dal dir ingiurie al pontefice passava a negargli obbedienza.
Roma era allora circondata da baroni e da Comuni, che aspiravano del pari all'indipendenza; dentro era straziata da due fazioni, guidate dai Frangipani e da Pier di Leone, che pretendeano usurpar i beni delle chiese, ed eleggere a voglia papi e antipapi. Con costoro ebbe capiglie Innocenzo II (1130), che costretto andar fuggiasco in Germania, in Francia, in Inghilterra, ebbe sostegno l'eloquenza di san Bernardo, fondatore dell'ordine de' Cistercensi. Dall'imperator Lotario ricondotto a Roma, il papa doveva tenersi munito in Laterano, mentre l'antipapa Anacleto fortificavasi in Vaticano (1133). Ma ben presto i Normanni che, colla solita facilità, aveano acquistato le due Sicilie, fecero di queste omaggio al papa, chiedendogliene l'investitura; poi radunato in Laterano l'XI concilio ecumenico, ai 2000 prelati raccolti il papa diceva: «Sapete che Roma è metropoli del mondo; che le dignità ecclesiastiche si ricevono per concessione del sommo pontefice siccome feudo; nè altrimenti possono legittimamente possedersi».
Malgrado l'opposizione di san Bernardo, Arnaldo riuscì a ribellare la città (1141), che gridò la repubblica, e pose un senato di 56 membri, decretando in nome di questo e del popolo. E un amico di Arnaldo fu scelto per nuovo papa col nome di Celestino II, ma questi cessò ben presto dal favorirlo; ed anche il popolo recosselo in sinistro, dimodochè dovette fuggire, e ricoverarsi a Zurigo. Quivi anticipate le declamazioni di Zuinglio contro la Chiesa, passò in Francia e in Germania, sempre inseguito dall'occhio e dalla voce di san Bernardo.
Coi sussidj, che mai non mancano a chi guerreggia la Chiesa, soldò 2000 Svizzeri, e con questa forza venale tornato a Roma, ripristinò la magistratura repubblicana; e invasato da reminiscenze di libri, rinnovò i consoli e i tribuni; ideava un ordine equestre, che fosse medio fra il popolare e il senatorio; al papa non lasciava che i giudizj ecclesiastici, mentre l'autorità imperiale supremava.
Bastano le più vicine memorie per ricordarci come il popolo romano s'inebbrii di siffatte idee; e come all'entusiasmo dell'applauso si accoppii l'entusiasmo dell'ira. Mentre osannavano quell'intempestiva restaurazione, i Romani gettavansi a furia sulle torri dei baroni, sui palazzi degli avversi e de' cardinali, e anche sulle loro persone; abolivano il prefetto della città; negavano obbedienza al nuovo papa Eugenio III (1145), il quale dovette coll'armi domar quella gente che san Bernardo qualificava proterva e fastosa, disavvezza dalla pace, avvezza solo al tumulto; immite, intrattabile, non sottomessa se non quando le manchi forza di resistere. E questa prevalse, e cacciò il papa che andò esule in Francia, sicchè Bernardo scriveva: «Ecco l'erede di Pietro, per opera vostra espulso dalla sede e dalla città di san Pietro; ecco per le vostre mani spogliati de' beni e delle case loro i cardinali e i vescovi ministri del Signore. O popolo stolto e disennato! I padri vostri resero Roma donna del mondo; voi v'industriate di renderla favola delle genti. Or ch'è divenuta Roma? miratela; un corpo informe senza testa, una fronte incavata senz'occhi, un volto privo di luce. Apri, infelice popolo, apri una volta gli occhi, e guarda la desolazione che ti sovrasta. Come in brev'ora lo splendore di tua gloria s'è offuscato! fatta sei come vedova, tu ch'eri la signora delle nazioni, la regina dei regni. Eppur questi non sono che principj de' mali; più gravi calamità ti minacciano, se più ti ostini nella fellonia»[63].