[321.] Probabilmente era Tommaso Fedro Inghirami, custode della biblioteca Vaticana, dictus sui sæculi Cicero; nel quale riconosceva mira in dicendo tum copia tum auctoritas (Ep. 4, lib. XXIII), e che tanti manuscritti avea disepolti dalla libreria di Bobbio.

[322.] Utinam prodisset ingens illud opus adversum Averroem, impium καὶ τρὶς κατάρατον. Epistola del 15 novembre 1519.

[323.] Ep. Latimerio.

[324.] Ego Romæ his auribus audivi quosdam, abominandis blasphemis debaccantes in Christum et in illius apostolos; idque multis mecum audientibus, et quidem impune. Ibidem multos novi, qui commemorabant se dicta horrenda audisse a quibusdam sacerdotibus aulæ pontificiæ ministris, idque in ipsa missa, tam clare, ut ea vox ad multorum aures pervenerit. Ep. XX, lib. 35.

[325.] «Rimanga a Giulio la gloria della guerra; abbiasi egli le sue vittorie, abbiasi i magnifici trionfi, che io non dirò quanto s'addicano a pontefice. Ben dirò che la gloria di lui, qual ella si fosse, andò unita all'eccidio e al dolore di moltissimi; gloria più vera partorirà a Leone la pace restituita al mondo, che non a Giulio tante guerre, dappertutto suscitate gagliardamente o felicemente condotte». Dulce bellum inexpertis. Esagerazione di biasimo e di lode, per deficenza nel sentimento della verità.

[326.] Suo padre, ammiraglio veneto, essendo mal riuscito nella guerra contro i Turchi, fu accusato e messo in carcere a Venezia. Il figlio cardinale ve l'accompagnò, sorreggendone la persona e le catene, e supplicava i senatori a ricever lui in prigione in sua vece, almeno permettergli di starvi con esso. Non l'ottenne: il padre per allora ebbe l'esiglio, e poi anni dopo, rimesso in onore, fu doge. Il cardinale avea tradotto varie omelie di san Giovanni Grisostomo.

[327.] Epistol., pag. 357.

[328.] Ep. 5, lib. X. Un altro famoso erudito visitò allora l'Italia, Guglielmo Budeo di Parigi, mandato da Francesco I al papa. Egli stesso racconta: «Due volte fui a Roma, e le insigni città d'Italia e i dotti uomini di colà vidi di passaggio più che non gli udissi; e i professori delle migliori lettere salutai quasi dal limitare, cioè per quanto fu possibile ad uomo che scorreva l'Italia in fretta, e non per libera missione» (Epist. Erasmi 30, lib. II). Il Varillas (Hist. de Francois I) racconta che «l'accademia di Roma, che mai non era stata così pulita dal secolo d'Augusto in poi», gli fece accoglienza straordinaria, ed egli acquistò bentosto la famigliarità del papa, perchè era eccellente sovrattutto nella cognizione delle antichità greche di cui sua santità si piccava di conoscere. E soggiunge che gli faceva objezioni, dond'egli aveva occasione di sfoggiar dottrina; il che garbava al papa, desideroso di tirar in lungo i negozj e di nulla conchiudere. Ne' suoi scritti, principalmente De asse, si avventa contro la sregolatezza del clero, ma fu sempre avversissimo ai novatori, e nel libro De transitu hellenismi (1535) esorta Francesco I a conservarsi fedele cattolico, e loda la famosa processione, nella quale al re fu dato lo spettacolo di molti eretici bruciati.

[329.] Fra le meraviglie che Cristo predisse a san Francesco, v'era la promessa che, chi malvolesse all'Ordine serafico, non vivrebbe mezza l'età sua: e ciò s'era avverato poc'anzi nel cardinale di Sion, quel prelato guerresco che tanta sciagurata parte ebbe nelle guerre d'Italia. Per principale opera di esso (narra il dialogante), quattro Domenicani erano stati bruciati a Berna nel 1509, perchè con finte visioni aveano indotto il sarto Jezer a professare come rivelatogli, che Maria Vergine ebbe il peccato originale; e quando Jezer si avvide della frode, essi lo avvelenarono nell'eucaristia. Riferisco questo fatto perchè, come in troppi altri, s'imputerà il sant'Uffizio d'avere arso uomini per un'impostura o per un mistero, tacendo che il fece per delitto comune, aggravato da un'empietà che desterebbe orrore fino in quest'età nostra, tollerantissima in fatto di colpe, quant'è intollerante in fatto di sbagli o di dissensi.

[330.] Marquardi Gudii et doctorum virorum ad eum epistolæ. Utrecht 1697.