[517.] Div. Instit., lib. VI, e 20.
[518.] An pœnas capitales facinorosis hominibus irrogare liceat magistratui christiano.
[519.] È vero che i Valdesi negassero il diritto di infliggere la pena capitale? In fatto ne sono accusati, ed essi se ne scolpano. Alano di Lille (De Insula) detto il Dottore universale, nell'opera De fide catholica contra hæreticos sui temporis, præsertim Albigenses et Waldenses, libri IV, tolse a confutar gli errori dei Valdesi, e questo fra gli altri, assimilando il magistrato al soldato; se fuor di battaglia uccide uno, è responsale del sangue versato; no, se lo fa obbedendo al suo capo. Mostra come i Valdesi alterassero o frantendessero i testi scritturali e de' santi padri, a cui appoggiavano il loro abborrimento al sangue: ben dà loro ragione quando disapprovano i rigori delle leggi penali d'allora; pe' ladri basterebbe la fustigazione; ma la pena capitale non è troppa pei masnadieri; nè dovrebbe infliggersi agli eretici, bensì, come cristiani, cercar di ricondurli in grembo alla Chiesa.
Quando si vede Benedetto Carpzovio opporre gli argomenti stessi e le stesse autorità ai Socciniani, si vorrebbe credere che veramente fin nel XIII secolo fosse impugnata dottrinalmente la legittimità della pena capitale. Ma ecco Paolo Perrin, il quale nel 1618 a Ginevra difese calorosamente i Valdesi, protestare contro Alano, confutare quattordici calunnie che i Cattolici appongono ai Valdesi, e tra l'altre questa, che essi sostenessero non potersi condannare a morte (Histoire des Vaudois, pag. 11). E a negarlo reca un manuscritto Tresor e lume de fe probabilmente del secolo XIV, ove è detto: Lo es escrit, non laissares vivre lo malfaitor. Si la ira non saré, la doctrina non profitare, ni li judici non saren discerni, ni li pecca non saren castiga. Donc la justa ira es moire de la disciplina, et la patiença sen rason semena li vici et laissa prevaricar li mal.
Ciò non basterebbe a infirmar la diretta asserzione di Alano Dell'Isola, ed anche di san Tommaso. Ma Ranerio Saccone, che abbiam mentovato altrove (vol. I, pag. 79), nel 1250 scrisse una Summa de Catharis, e men iroso che non sogliano i convertiti, racconta con calma e senza fanatismo, non nega lodi ai settarj, confessando il loro attaccamento alla Bibbia, e i lor buoni costumi. Or egli afferma opinare i Valdesi quod non licet regibus, principibus et potestatibus punire malefactores. Anche il padre Moneta cremonese, che fece un dotto trattato Adversus Catharos et Valdenses nel 1250, ha un lungo capitolo per provare contro i Valdesi, che la società civile possiede lo jus gladii. Nella Biblioteca Maxima Patrum, t. XXV, p. 308, è un Index errorum quibus Valdenses infecti sunt, fatto da un contemporaneo, fra' quali mette per XXIV: Omne homicidium quorumcumque maleficorum credunt esse mortale peccatum: sicut nos non posse vivificare, non posse occidere.
È dunque singolare veder dagli accusatori asserita e dai difensori negata una dottrina, che molti oggi ascriverebbero a merito ai Valdesi.
[520.] È il nome che, nell'Accademia senese, apparteneva a Girolamo Bargagli, come quel di Frastagliato a Fausto Sozzini, di Focoso a Giulio Spannocchi, di Attonito a Lelio Marretti.
[521.] Le ricerche intorno ai Soccini non son nuove, siccome apparrà dalle seguenti lettere, che sono fra i manuscritti della Biblioteca di Siena, codice E. IX, 17 a c. 35.
«Al signor Uberto Bentivoglio, Siena.
«Illustrissimo signore, Essendomi venuto alle mani alcuni autentici attestati in discolpa di Celso di Mariano Sozzini, e di Cornelio della medesima famiglia, la di cui moglie era Francesca di Atoleo Bolognese, i quali vivevano nel 1560, desidero da v. s. illustrissima di sapere se alcuno di essi si dipartisse dal grembo di santa madre Chiesa, mentre le dette attestazioni in forma pubblica furono ricercate, per esser loro incolpati di vivere da Luterani e Eretici, da un certo Paolo de' Cataldi bolognese, che era di quel tempo prigione in Siena a instanza dell'Inquisizione, e per un esame statogli fatto dopo che fu scarcerato, e per dar luogo alla verità, disse che tali imposture gli erano state fatte dire da quell'inquisitore. V. s. illustrissima appaghi con tutto suo comodo la mia curiosità, ecc.