Pasquino non la perdona a' privati. Così della regina di Svezia disse:
Nacqui di un gallo semplice gallina,
Vissi fra li pollastri e fui regina,
Venni in Roma cristiana e non Cristina.
Bartolomeo Borghese spacciavasi figlio del papa; sicchè quando la giustizia francese lo mandò a morte, Pasquino esclamò: Cur sacrilegorum pœnis iste periit? Quia filium Dei se fecit.
Nella scandalosa lite fra il Castelvetro e il Caro, della quale parlammo nel Discorso XXVII, tra una farragine d'altre cose si scrissero 17 faleucii, parodiando quei di Catullo, e diretti a Pasquino. Il primo è:
Quoi dono lepidum novum libellum
Antiquo modo Carmine expolitum?
Mi Pasquine, tibi: tu enim solebas
Castelvetri aliquid putare nugas,
Tum cum est ausus is unus Italorum
Carum ipsum tribus inquinare cartis,
Stultis, Jupiter impudentibusque.
Quare habe hoc tibi quicquid est libelli,
Miser, qui stolidum tuum sodalem
Cum tanta voluisti amare pœna.
Alludendo alle folla delle funzioni della settimana santa, Pasquino domanda: «Come potrei, io buon cattolico, esser ammesso alle cerimonie di san Pietro?» e Marforio risponde: «Dichiara che sei inglese, e giura che sei eretico».
Era impossibile che Pasquino si tenesse estranio alla politica.
Nel secol nostro variò d'opposizione secondo i tempi. Di Ferdinando e Carolina di Napoli disse: Hæc rex, hic regina, hic et hæc et hoc Acton. E al tempo della spedizione contro i Giacobini esaltò quel re di sopra di Cesare, perchè
Fernando in un sol dì
Venne, vide, fuggì.
Alludendo ai miracoli che moltiplicavansi allo strepitar della Rivoluzione, domandava Marforio: