Anche suo figlio Giovanni Alfonso fu insigne predicatore, di gran chiarezza e calorosa semplicità, onde diceasi: «Par che predichi pei fanciulli; eppure all'uscir di chiesa, le persone serie durano un pezzo, prima di terminar l'analisi delle idee che si affollano nel suo discorso». Aveva per soggetti favoriti la carità degli atti e la tolleranza delle opinioni.

Pag. 479, nota 9, linea penultima, aggiungi:

Giuseppe Jova, che trovammo condannato nel 1570, era letterato in relazione coi migliori d'allora, ed apparteneva all'Accademia dei Vignajuoli, che raccoglievasi a Roma in casa di Uberto Strozzi mantovano. Fu in corte del Giberti, poi della Vittoria Colonna. S'ha lettera a lui del cardinal Bentivoglio, che s'occupa meramente di letteratura, come in quella alla Colonna. Bensì la lettera 1 agosto 1562 di Annibal Caro dà lo Jova come già sospetto in punto di fede.

Pag. 480, alla linea 49, aggiungi:

Della famiglia Minutoli era Vincenzo, meschino professore di greco, che abbandonò l'accademia di Ginevra per andare a farsi ministro ne' Paesi Bassi. Ma avendo cagionato scandalo, nel 1668 fu escluso dalla Cena, e deposto dal sinodo di Flessinga; fatta penitenza, fu ripristinato. Anche suo figlio Gioachino, studente di teologia, per iscandalo fu cacciato; allora trattò coi Cattolici, e venne a Lucca, e ottenne una pensione; poi tornato in Savoja il 1714, dal curato Pontverre, celebre per le sue relazioni con G. G. Rousseau, fu indotto a pubblicar un libello, Motivi della conversione del Minutoli, ove contro i pastori di Ginevra adopra arguzie e fina ironia sopra i costumi, sopra le prediche; e fece rumore assai in que' giorni.

VOLUME III

Pag. 50, alla nota 2, aggiungi:

Sugli eretici che serpeggiavano allora in Lombardia e in tutta la regione transpadana, portano luce due lettere del Vida, che il cavaliere Ronchini trasse, la prima dalla Biblioteca Palatina di Parma, l'altra dall'Archivio governativo d'essa città, o che sono cosifatte:

Al reverendissimo signor mio osservandissimo il signor cardinale Contareno.

Cum vidissem in tota fere transpadana regione antiquissimam Psallianorum(1) hæresim, improborum quorumdam scelere nostris temporibus repetitam, suscitari, literis statim Paulum III Pont. Max. admonendum duxi; si forte, dum malum adhuc est recens, occurrere vellet. Quod autem hic audio tibi, Contarene pater amplissime, curæ esse, ut, quæ spectant ad rem sacram, omnia e religione fiant dicanturve, neu quis quippiam contra sanctorum patrum placita moliatur, teque huic negotio in primis summi pontificis decreto de ejus sacri senatus sententia præfectum fuisse, tibi literarum ipsarum exemplum transmittimus, ut videas an ea, quæ scribimus, sint alicujus momenti, et tanti pontificis animadversione digna. Leges igitur prius tu quicquid id est; et, si quid ad rem facere videris, literas reddendas curabis. Quia vero etiam fortasse pluribus verbis egi quam par erat in re adeo clara; si tibi longiuscula epistola videbitur, judicaverisque habendam rationem pontificis ætatis jam, ut videor videre, in gravescentis, brevi tu coram rem explicabis. Deinde mihi ut quam primum rescribatur operam dari velim, simulque abs te mihi ignosci, quod, non multa mihi tecum familiaritate intercedente, ad te, ista gravitate, dignitate ac doctrina virum, tam familiariter scribere ausus sim: quod ut boni consulas te etiam atque etiam rogo. Vale, et Vidam tui observantissimum dilige. Cremonæ, calendis febr. MDXXXVIII.