La lista è stampata, ma con moltissimi errori, nell'opera del Gaberel, vol. I, p, 211 delle note, e va sino al 1612, in cui è notato Giovanni Lodovico Calandrini figlio di Giovanni. Per dire d'alcuni, al 1563 abbiamo Battista Curti del lago di Como, Pietro Casale e Andrea Casale di Gravedona, Giovanni Andrea Rocca di Brescia, Stefano Barbieri di Soncino, Antonio Capellaro di Modena. Nel 1564 molti di Montacuto di Calabria, e varj Piemontesi. Nel 1565 Evangelista Offredi di Cremona, nel 1567 e 68 Pietro Duca d'Alba, Francesco Micheli di Cremona, Gotardo Canale di Conegliano: nel 1573 Nicolò Tiene di Vicenza, Galeazzo Ponzone cremonese: nel 1577 Giacomo Puerari di Cremona: nel 1580 Giuseppe Giussani milanese: nel 1582 Giulio Paravicino pur milanese: nel 1587 Giacomo Antonio di Gardone bresciano: nel 1589 Giovanni Giorgio Pallavicino, Ippolito e Lodovico Sadoleto di Valtellina.

Pag. 109, alla nota 15, aggiungi:

J. Gaberel, Hist. de l'Eglise de Genève depuis le comencement de la reformation jusqu'en 1815. Ginevra 1855, 1858 e 1862.

Pag. 197, alla nota 2, aggiungi:

Al tempo di Clemente VII, quando trattavasi di far guerra ai Turchi e ai Luterani, i Veneziani si opponeano: quanto ai primi perchè temevano eccitarli a riazioni: quanto agli altri perchè non si dessero a qualche passo disperato: onde preferivano sempre la convocazione del Concilio, e il nettare e purgare alla quieta gli animi dal funesto veleno (Secreta 27 ottobre 1530 nell'Archivio di Venezia). E passando a quei giorni don Pietro de la Queva per andar a Roma a sollecitare il Concilio, i signori veneziani gliene mostrarono grandissima compiacenza; perocchè «pochi sono tra essi, che, sul fatto della riforma del clero e del togliere l'asse ecclesiastico, non siano più luterani di Lutero stesso, dicendo pubblicamente che il papa, i prelati, i sacerdoti devono vivere delle sole decime». Sono parole di Rodrigo Nigno ambasciadore cesareo, nel leg. 1308 dei manuscritti negozj di Stato nell'Archivio di Simanca.

Pag. 199, alla nota 16, aggiungi:

Nella Semaine religieuse del 1863 a Ginevra fu pubblicato dal signor Eugenio de Buddé una Brève relation de mon voyage à Venise en septembre 1608, di Giovanni Diodati. Vi fu sollecitato da amici di colà, e massime dall'ambasciatore d'Inghilterra e da un Biondi che gli scriveva l'11 aprile 1608: «Se V. S. è disposta a venire a Venezia, ve la prego ed esorto. Questa risoluzione sarà una consolazione per voi, un potente sostegno allo spirito, e produrrà frutto per alcuno e gloria a Dio... Aspettate qualche pericolo. Dite d'andar tutt'altrove che a Venezia. Se Roma lo sapesse, potrebbe venirne qualche incaglio e scandalo: e posso dirle che il papa è informato da tutte le parti. Rivestitevi del desiderio di compiere un'opera così alta: se lo fate, spero che i semi da voi gettati produrranno un albero sì grande, che tutti potranno prosperare alla sua ombra».

Il Diodati v'andò in gran secreto, appena ebbe compita la traduzione della Bibbia, e inviatine alquanti esemplari. Un francese Papillon, frequentando molte case patrizie, v'aveva avuto grandi speranze di stabilirvi un'assemblea, senza però che si desse alcuna confessione o promessa. Frà Paolo era «la première roue instrumentale de cette sainte affaire», ma non voleva dichiararsi coi molti gentiluomini che dipendevano affatto da lui, «se contentant de jeter dans leurs âmes quelques semences de vérité par des avis familiers, et les sermons de son disciple Fulgentio, et de saper sécrétement la doctrine et l'autorité d'un pape, ce en quoi il a extrémement été utile». Gli altri che aveano desiderio di stabilire una chiesa, vedendo frà Paolo sì ben dissimulare, perdeano confidenza. Di frà Paolo loda l'immenso sapere: «Mais ce grand et incomparable savoir est detrempé en une si scrupuleuse prudence, et si peu échauffé et aiguisé de ferveur d'esprit, quoique accompagné d'une vie très-intègre et toute exemplaire, que je ne le juge capable de donner le coup de pétard et de faire l'ouverture». Frà Fulgenzio ha più zelo, e men timore e meno scrupoli politici, più forza di corpo e facondia e gioventù, e gran reputazione come predicatore, ma è contrappesato dalla tiepidezza di frà Paolo. Fa però molto coi discorsi e gli avvisi e i fremiti.

Frà Paolo gli confessò più volte che ingannava se stesso, ma la necessità lo costringeva: altrimenti gli converrebbe spatriare, e così sarebbero divelte tutte le speranze, e rialzato il coraggio de' nobili, contrarj al bene. E del suo non operare adduceva tre ragioni. 1. che Dio non gli diede natura ardente quanto si vorrebbe a un tale tentativo: 2. che gl'Italiani non pendono a queste cose celesti; e non si può arrivarvi che lentamente: 3. che affidando a lui la repubblica gli affari più scabrosi, avea mezzo di scalzar l'autorità del papa e preparare i cuori, e rivolgere le deliberazioni verso il buon partito.

Il Diodati però non disperava, primo perchè vide molti bene informati su assai punti, e disgustati degli abusi del papato, tanto che l'ultimo giubileo fu celebrato appena da un decimo della nobiltà: secondo, per la gran libertà di discorrere e di legger libri buoni, inclinando a giustificare e lodare il partito: le Bibbie se le strappan di mano l'un l'altro: l'inquisizione v'è legata. Avendo il re di Francia mosso lamento all'ambasciador veneto a Parigi perchè si lasciassero circolare ben 2000 Testamenti nuovi di fabbrica ugonota, quegli rispose non saperne nulla, ma Venezia è città libera, onde i libri vi sono venduti senza riserbo: terzo, l'ambizione di Roma che vorrebbe ricuperare di qua dei monti ciò che perdette di là, e mentre di là riceveva tesori che arricchivano l'Italia, or deve snervare questa colle sue esazioni. Venezia cerca impedirlo, e all'uopo smunge gli ecclesiastici che sangue succhiarono; onde perpetui scontenti e maliumori col papa.