I temuti e previsti rivolgimenti a danno di Piacenza non tardarono. Azone, per quanto gli facesse gola l'acquisto di quella città, per quanto credesse una ragione del riaverla l'essere stata altre volte posseduta da suo padre, non s'arrischiava però di assalirla direttamente per non venir in guerra col pontefice, sotto la cui protezione erasi que la riparata Cortesie e promesse largheggiava dunque a Buonvicino: ma intanto adoperava, come si dice, a trar dalla buca il granchio colla zampa altrui. Francesco Scotto ambiva di possedere Piacenza, già dominata dalla sua famiglia, ed opprimendo gli emuli Landesi e cacciandone i Papalini, assodarvi la sua padronanza. Se l'intese a tal uopo coi Fontana, coi Fulgosi, con altre famiglie di colà, che occupati i castelli, proclamarono signore lo Scotto, cassata ogni supremazia papale, sbandeggiati per sempre e spossessati d'ogni aver loro i fautori dei Landi e nominatamente Buonvicino.
Si consolava questi nella sciagura tenendo per certo che Azone, secondo quel che prometteva e mostrava, dovesse prendere le armi contro al nuovo tiranno e rimetter libera Piacenza al papa ed a' suoi cittadini. Ma Azone giocava di due mani: sott'acqua aveva egli stesso dato ajuto allo Scotto nell'impadronirsi della patria non già per amore a questo, ma per poternelo poi spogliare senza correre in guaj colla Corte pontificia. Di fatto armò: tutti i fuorusciti presero parte alla spedizione; Buonvicino fu dei primi e meglio valenti; e col coraggio solito in chi muove a ricuperare la patria, ebbero presto levata Piacenza allo Scotto. Ma quando aspettavasi che il Visconti ne gridasse la libertà, egli ordinò che le due opposte fazioni deponessero le armi; indi, come buon conquisto, aggiunse Piacenza alle sue possessioni.
Quanto se ne trovassero scornati i Piacentini, e Buonvicino sopra gli altri, voglio lasciarlo pensare a voi. Quest'ultimo, tenuto povero e guardato attentamente a Milano, si trovò dunque perduta la patria, offuscato il lustro della famiglia, falliti i sogni della giovinezza, nè più rimanergli se non l'eredità, che unica sopravanzava a troppi signori in Italia, un braccio valoroso. Ma poichè egli non era disposto a venderlo al migliore offerente, doveva ricoverarsi nella propria virtù, cercare la compiacenza da cui, anche tra le miserie è accompagnato e consolato chi soccombe per la causa della giustizia.
Persuaso allora alla condizione sua presente più non convenisse l'accoppiarsi ad una fanciulla di casa tanto principale, e che, appunto perchè la conosceva e l'amava, pareagli degna del più sublime stato; fors'anche per non sembrare disertore de' suoi fratelli di sventura quando si fosse imparentato alla famiglia del tiranno, cominciò a dilungarsi dal vedere la Margherita, poi se ne distolse interamente; e chiuso dentro a sè l'affetto che le portava, giunse a persuadersi d'averla in tutto cancellata dal suo cuore.
Aveva egli conosciuto alla Corte di Azone il cavaliere Franciscòlo Pusterla, che, allora in grande stato presso il principe, nè del favore abusava a danno altrui, nè se ne prevaleva a proprio vantaggio; onesto, generoso, ricordevole delle virtù italiane, e volonteroso del bene de' suoi concittadini. Vero è che, per una certa debolezza di naturale che altri scambia per forza, per una irrequieta smania di fare, di comparire, di sentire la vita, non si trovava saldo quanto bastasse per resistere al fascino degli onori od all'autorità del potere; anche quando conosceva riprovevoli i passi del principe non osava dirlo, tanto meno poi mostrarne dispetto od opposizione: troppo compiacendosi di poter primeggiare in Corte e nella città,—senza accorgersi che uno può figurare vie più coll'apparir meno colà dove la turba si accalca.
Parve a Buonvicino che Franciscòlo dovesse essere il caso per rendere felice la Margherita. Già le due famiglie erano legate d'amicizia: i difetti della gioventù colla gioventù se n'andrebbero, e il Pusterla troverebbe in lei quanto bastasse ad appagarne i sensi, la ragione, l'immaginazione; la Visconti, collocata in alto luogo e di lei degno, avrebbe potuto, fortunata in casa, rendersi di fuori modello alle dame lombarde. Quindi colla dimestichezza onde usava con entrambe le famiglie, Buonvicino agevolò una parentela, la quale sommamente gradiva ad Uberto Visconti, lieto di vedere con sì nobile soggetto accasata la diletta sua figliuola, ed al Pusterla ancor più, sì per trovarsi possessore di una, che sull'altre otteneva il pregio della bellezza e dei modi colti e gentili, sì per legarsi in affinità colla casa dominante.
La Margherita, come prima si accorse del raffreddamento di Buonvicino, come lo vide diradar le occasioni di trovarsi da sè a lei, più sempre allontanarsi dalle cure che solevano aver comuni, dal toccare di concerto il liuto, dal leggere insieme la Divina Commedia di Dante e alcuni libri francesi e provenzali, non occorre ch'io vi dica se ne rimase melanconica. Esaminava a minuto ogni atto, quasi ogni pensier suo, se mai potesse averlo in qualche maniera disgustato, e non trovandosi in colpa si accorava, piangeva. Allora confessava a sè stessa di amarlo; allora chiamava crudele lui, che più non la ricambiasse di altrettanto affetto.
Poi riflettendo, tacciava sè stessa d'inconsiderata e vana, che si fosse lusingata d'essergli cara, quantunque egli mai non glielo avesse detto, quantunque forse mai non vi avesse egli fissato il pensiero. E qui si ingegnava di convincere sè stessa che quelle cortesie erano forse in lui naturali, erano forse consuetudini di tutti i cavalieri verso tutte le giovinette: ma il cuore voleva la sua ragione, e la faceva rincorrere quei mille ineffabili nulla che sono tutto per gli amanti: le ravvivava tutta la poesia dei primi turbamenti; tante esaltazioni in fondo al cuore non rivelate dal viso; tanti timori di non essere compresa, tanta gioja di esserlo stata; nei quali ricordi, mentre si veniva a convincere d'essere stata cara a Buonvicino, vie più l'anima sua si avvolgeva tra il labirinto di quei varj affetti che esacerbano un voto fallito, una speranza delusa. Talvolta lagnavasi con sè stessa di non avergli abbastanza mostrato il cuor suo: tal altra condannavasi d'averlo mostrato troppo: indi ritrovando penoso il passato e il presente, cercava stordirsi, e non vedere in queste memorie se non tante illusioni, di cui sforzavasi sorridere ella stessa compassionevolmente. E si vantava libera, guarita, smemorata; tornava ai libri, al suono, ai passeggi; ma che? quei suoni le recavano a mente una voce che li soleva accompagnare; in quei libri occorrevano cento allusioni ai casi suoi passati e presenti, cento cose ch'egli le aveva spiegato altre volte, e che ora desideravano una spiegazione; come riuscivano triste, monotone quelle passeggiate ora che più non ve l'accompagnava la speranza d'incontrare qualcuno!
Pure il tempo è gran rimedio anche alle grandi passioni: e la Margherita si dovette alfin persuadere di essersi veramente illusa quando vide Buonvicino intramettersi delle sue nozze col Pusterla. Trattandosi di un amore che non aveva ricevuto fomento sia da lusinghe di lui, sia da fondate speranze, ella non penò molto per rassegnarsi a deporlo. Del Pusterla udiva parlare da tutti colle lodi che al merito si profondono più facilmente quando sia dovizioso: le prodezze da lui compite nell'ultima spedizione di Piacenza, che ne avevano esaltato il nome per tutta Lombardia, non sarebbero no bastate a suscitare nella Margherita un nuovo amore, ma qual è la donna che, all'udire lodato un uomo, non si compiaccia di poter dire: È mio?
Richiesta dunque dal padre se sarebbe contenta di avere a marito il Pusterla, non negò: poi quando prese a conoscerlo da vicino, trovandolo ricco delle qualità che meglio stanno in un uomo gentile e in compito cavaliero, pose in lui ogni ben suo, benedisse il cielo d'averla tanto fortunata, e dacchè ebbe la persuasione di amarlo, di esserne amata eternamente, gli promise all'altare il più vivo, il più tenero, il più immacolato affetto.