In Crescenzago era morto Matteo Visconti:—Anch'essi questi grandi, questi prepotenti finiscono come l'ultimo della plebe. Oh se anche adesso il papa volesse parlar alto, e quando uno si fa tiranno, negargli le consolazioni della religione, la comunione coi fratelli!» A Gorgonzola il re Enzo era caduto prigione dei prodi Lombardi:—Ora vanno essi a prigione dei principi». Al ponte di Cassano i Milanesi avevano respinto Federico Barbarossa; una lega benedetta dalla croce, v'avea fiaccato l'orgoglio di Ezelino…; Treviglio stava libero ancora;—Possa conservarsi!»
Così al forte di Caravaggio, così a quelli di Mozzanica e d'Antignate erano accoppiate ricordanze, vive perchè recenti, perchè ripetute dai padri ai figliuoli.
Scorrendo il territorio bergamasco, Alpinolo si ricordava di quando v'accorreano d'ogni parte gl'inviati della città, per giurare a Pontida la reciproca difesa. Brescia gli tornava a mente i figliuoli, attaccati dal Barbarossa innanzi alle macchine murali, e nullostante percossi dai genitori, affinchè la pietà paterna non guastasse la patria libertà. Il lago di Garda, le rôcche di Lonato, del Sirmione, di Peschiera, di Castelnuovo per cui passò, le tante altre onde vedeva irte le alture, gl'inspiravano un fiero coraggio, un orgoglioso dispetto, paragonando il passato col presente; vedendo tutto oro in quello, in questo tutto fango e sozzura.
Alle mura dei borghi e delle città, ai palazzi del Comune, ai tempj, ai canali che crearono la fertilità d'intere provincie, egli domandava:—Chi vi ha compiti?» e tutti pareangli rendere una sola risposta:—La libertà. Ma ora (soggiungeva nella infervorata fantasia) perchè non altrettanto? perchè le braccia non basterebbero ad abbattere questi tirannetti che minacciano tremando? e render alla patria le franchigie e il primitivo splendore?…. Perchè siamo divisi».
Al mezzo del seguente giorno pervenne a Verona, dove, per usar una frase diplomatica, regnava l'ordine sotto la tirannia dei signori della Scala. Capo della fazione guelfa in Italia era di quei tempi Roberto re di Napoli, della ghibellina gli Scaligeri e i Visconti. I Guelfi (e chi nol sa?) teneano col papa, i Ghibellini coll'imperatore, secondo credevano che l'un o l'altro potesse meglio giovare alla patria ed alla libertà. Ma poi e papa e imperatore erano stati messi da banda: il primo risedendo in Avignone, allontanava la speranza di proteggere l'Italia o forse d'unirla in un solo dominio: gli altri, senza nè forza, nè denari, nè opinione, solo si reggevano in quanto erano sostenuti dai diversi principotti; onde, conservando pure gli antichi titoli di fazione, e Guelfi e Ghibellini non miravano che a crescere in dominazione.
Estendere la loro su tutta Italia era l'intento sì dei reali di Napoli, sì dei signori di Milano e di Verona: ma appunto per ciò si contrastavano gli uni gli altri; di modo che la politica, la quale, nei due secoli precedenti, aveva operato a passioni ed entusiasmo, in questo era ridotto a calcolo e ponderazioni; e gl'Italiani avevano inventata quella bilancia di poteri, che divenne poi norma universale in Europa, e fu non poche volte sostituita al diritto e alla giustizia.
Lunghi e fieri contrasti avevano tolto il re Roberto dalla speranza di signoreggiare tutta Italia; ora a ciò avevano l'occhio Mastin della Scala, e Luchino Visconti. Era Mastino succeduto a Cane suo zio, quel gran lombardo, la cui cortesia fu il primo rifugio e il primo ostello dell'esule Allighieri: e nessuna delle virtù, ma tutti i talenti n'aveva ereditato e l'ambizione: comandava a nove città, state capitali d'altrettante repubblichette, e ne traeva in gabelle settecentomila fiorini d'oro; potè mandare a spedizioni lontane fin quattromila cavalli; e chiesto dai Fiorentini di vender Lucca per trecensessantamila zecchini, rispose non aver bisogno di quelle miserie.
Conveniente a tanta ricchezza era lo splendore di sua Corte, ove dava anche magnifico ricetto agli uomini illustri, costretti ad esulare dalla patria, assegnando a ciascuno agiati appartamenti, con dipinture allusive al loro stato e grado; e sino a ventitrè signori vi si trovarono raccolti una volta, i quali avevano tenuta, e per varie guise perduta la dominazione di qualche città.
Non è qui il luogo di descrivere le arti, per cui andava acquistando preponderanza sull'Italia, del cui dominio erasi lusingato a segno, che fece preparare un diadema tutto gioje per coronarsene re. Ma una lega degli altri principi, istigata dalla gelosia dei Visconti, gli ruppe il disegno; del che egli voleva il maggior male ai signori di Milano, e non cessava di scalzarne l'autorità. La mossa mal riuscita di Lodrisio fu tutta maneggio di Mastino: ma fallita quella, perduta anche Padova, conobbe che non era il caso di usare la forza aperta; e voltosi agli scaltrimenti, propose patti. Per conchiudere questi era stato da Luchino, siccome vedemmo, prescelto il Pusterla, sì per allontanarlo dalla moglie, sì ancora perchè, conoscendo come costui non gli fosse troppo affezionato, si persuadeva condurrebbe la cosa tanto tiepidamente, da non istringer un nodo al quale nè egli era inclinato da vero, nè vi credeva inclinato lo Scaligero, di cui anzi sempre nuove macchinazioni gli venivano all'orecchio.
Che se Mastino cercava pace, v'era stato indotto anche dalla scomunica lanciatagli dal papa, perchè, il 27 agosto 1338, esso e Alboino fratel suo aveano per le vie di Verona, scannato il vescovo Bartolomeo della Scala, per astio privato, dando poi voce ch'egli tenesse intelligenza coi Veneziani e i Fiorentini per consegnare in man loro Verona, ed ammazzare i due signori. Della scomunica ei si risero da principio; ma quando videro le loro cose andar a fascio, pensarono davvero a torsela di dosso col sottoporsi a pubblica penitenza.