Oldrado compone il viso a quel più cortese che può un uomo cresciuto continuo sotto la corazza, fra gli amari gusti della prepotenza e della vendetta, guardando gli uomini non collo scontento di chi troppo li conobbe, ma col disprezzo di chi mai non curò di conoscerli; di chi non vide in quanti gli erano attorno che, od eguali da superare od inferiori da opprimere e sagrifieare a' suoi fastidii superbi; di chi mai non apprese la bellezza della virtù, la consolazione del far bene, l'ebbrezza dell'amare, dell'essere amato.

Gradiva egli e ricambiava gli augurii; ma tra le rughe che l'orgoglio dapprima aveva tracciate, poi l'età rese stabili sul suo volto, lasciava trapelare l'impazienza d'una gioja che a lui pareva ingannevole e adulatrice; e colla sinistra ad ora ad ora impugnava spensieratamente il pomo dorato dello stilo, che mai dal suo fianco non dipartiva, lo stilo ministro di sue vendette.

Fra le vezzose donne radunate a nozze spicca in tutta la leggiadria di sua giovane persona la biondissima Ermellina; e figurandosi in tutte un cuore ingenuo come il suo, con naturale cortesia risponde ai festivi mirallegro ed alle argute allusioni. Ma la sua gioja non è intera. Nata a liberi sensi e gentili, capace di conoscere e pregiare il bello, in quella cara età quando l'amore è un istinto, non un calcolo, quando si crede e si è creduti, ella vide il trovadore Tibaldo, d'età fiorito e di bellezza, venire dal patrio Merate nelle paterne sale di lei, rallegrando i lauti convivi colle gradite romanze: lo vide, conobbe lo splendore dell'ingegno di lui, la pietà del suo cuore, e poteva non amarlo? Oh quel giorno! — era un bel giorno sul mezzo del vivace ottobre, quand'egli, cogliendo una viola del pensiero, gliela presentò, e — Vi duri la memoria mia anche quando questo fiore sarà appassito.

Non gli fece ella risposta che d'un sospiro. Ma in quella sopravvenne la indovina di Pontida, la vecchissima che dicea d'aver veduto, due secoli prima, giurarsi nella sua patria la Lega Lombarda e pronosticava dover vivere fino ad un infame tempo quando più niuno quella Lega ricorderebbe; l'indovina venerata e temuta, sfuggita ed implorata, creduta da chi santa, da chi maliarda. Ed — O garzoni (esclamò) voi finirete i vostri giorni l'uno all'altro abbracciati.

Da quell'istante, il memore fiorellino, imitato coi biondi capelli della vezzoza, fregiò sempre il petto del damigello: da quell'istante fu il sogno d'Ermellina, fu l'oggetto d'ogni sua preghiera il potere un tempo chiamar suo Tibaldo, la delizia di svegliarsi carezzevole sul seno di lui, l'orgoglio di essere da tutti accennata come la donna del migliore di quanti, là intorno cantavano rime d'amore. Speranza ahi svelta in erba! E fra i tripudii d'oggi non le si toglie dalla mente il disperato dolore dell'amico, l'addio — parola sì dolce e sì lugubre — che le lacrimò per l'ultima volta. Che se, piena di quella cara immagine, essa leva lo sguardo al suo signore, scorge un irsuto guerriero, il cui nome ella imparò a paventar da bambina; mille volte lo udì esecrare da' domestici suoi, mille volte supplicò agli altari perchè nelle fraterne battaglie non le scannasse il padre, i congiunti. Ma dalle fraterne battaglie uscito vincitore, grave patto egli impose al vinto Colleone, di diroccare metà della torre che domina Callusco e Villadadda: e dargli sposa l'unica figliuola. Or come amarlo? Come cancellare dalla memoria un primo, un unico, un immacolato amore?

Intanto va morendo il suono ed il luccicor della festa; Oldrado congeda la brigata: tutto ritorna al silenzio; solo l'aura notturna leva sulle ali e confonde un gemito ed una fievole armonia; è il gemito dell'Ermellina che rimpiange i sogni di sua giovinezza; è il lamento dell'amoroso Tibaldo.

II.

Corse un anno da quel giorno: e al nuovo maggio, sull'angoloso torrazzo di Brivio sventola, distinto di fasce bianche e vermiglie, lo stendardo del barone, che richiama alle fraterne battaglie. Papa Gregorio XI perdonava i peccati a chiunque assumesse le armi e la croce contra i signori Visconti di Milano; ed all'appello assecondando, i Guelfi della Martesana forbivano ogni arma, dalla lucente alabarda fino al coltello traditore. Grandi baldorie fiammeggiano sulle vette del Mombarro, del Montorobio, del Sanginesio, del Monteveggia; il campanone di Brianza tre dì e tre notti rintoccò; tre dì e tre notti squillò ad intervalli il corno dei torrioni di Brivio, dove al quarto son tutti radunati i guerrieri. Qui gli Annoni d'Imbersago, i Medici di Novate, i Riboldi di Besana, i Petroni di Cernusco, gli Ajroldi di Robbiate: qui i Capitanei di Hoe e di Mombello: qui coi loro vassalli Oldrado da Giovenzana e Guglielmo da Sirtori. Pagano Beretta guida i Cornaggi da Bernareggio: ai terrieri di Lecco accenna Cressone Crivello: prete Pietro va innanzi ai Corradi dei Licurzi, portando la croce, segno d'amore e di perdono, sotto la quale vanno a commettere odii e stragi. La fazione dei Melosi di Vimercate segue Obizzone da Bernareggio, il più largo posseditore della Martesana: l'abate di Civate mutò la cocolla e il pastorale nella lancia e nella corazza.

Forti nella concordia dei voleri, che non avrebbero potuto? Ma, sciagurati! come il pugnale mal chiuso nella vagina taglia la mano che l'impugna, sciagurati! corrono per guadagnarsi il paradiso coll'ammazzare, col farsi ammazzare — e sono fratelli.

Ma nel feroce tripudio della vendetta e della strage più vivamente Oldrado esultò: e la memoria d'antichi oltraggi, le guerresche abitudini, il furor di parte, l'amore della preda gli traspajono dalla fronte più del consueto corrugata. La guerresca ordinanza fuor del castello difilavasi, quand'egli scende dall'echeggiante scalone; scende affibbiandosi al giaco di maglia lo stilo del pome dorato, ministro di sue vendette: e ad Ermellina, che gli viene timidamente a fianco, rinnova una tante volte replicata querela perchè sì fredda esprimesse l'amor comandato.