E tu perdona del ricco al volto

Il riso stolto.

C. Destefani.

Tra le rusticali faccende nessuna riesce così gioconda a vedere come quella del filare la seta. È una sollecitudine regolata, un vivacissimo movimento, una pulita attenzione; una fatica non sordida, e rallegrata dall'idea di un felice guadagno e del sostentamento che ne ricavano tante e tante famiglie e interi paesi; talchè rimane gradevolmente commossa l'anima di chiunque sia punto avvezzo a meditare su ciò che lo circonda, a compiacersi del buono, ancor più che del bello.

Gran comitiva di donne, zitelle le più o fresche spose nel calore della stagione cocente, dinanzi al fuoco ed alle caldajuole fumanti stanno lavorando, chi a svolgere gli aurei fili dei bozzoli, chi ad inasparli, mentre altre vanno rattizzando la vampa, o sciacquattando la bacaccia, o levando il saggio sul provino; e chi a pesare, a rimondare, a distribuire.

— Che pena! che noja! direbbe il cittadino, per cui è beatitudine l'ozio; e crederebbe che deve tra loro regnare un dispettoso silenzio, una pazienza irosa. Tutt'al contrario. La gioja più vivace signoreggia nella filanda: qui racconti, qui motti arguti, qui singolarmente allegre canzoni, mal frenate dal severo piglio del padrone, che nei lauti ozii e nelle pingui speranze di lucro, trova a ridire che le assidue lavoratrici si ricreino dallo stento, cantando con quella serenità che è prodotta dalla gioventù, dall'abitudine della fatica, dalla pace di chi nel poco si appaga, e credesi nato per lavorare.

Molte di quelle donne vennero di lontano, abbandonando casa, parenti, conoscenti, amori, per mettersi qui alla soggezione, al calore, alla fatica: ma sanno che, per quel tempo, sollevano dalle spese le povere loro famiglie; sanno che alla fine riceveranno una ricompensa, scarsa se dovesse contarsi coll'occhio dell'uomo agiato, ma larga ai modesti desiderii; sanno che la recheran alle case, ove già calcolarono qual porzione darne alla madre pe' suoi bisogni, mentre coll'altra si rinnoveranno, questa un guarnellino, quella un grembiule, l'altra gli ori, l'altra la tela da ammannire le biancherie pel venturo carnevale, quando andrà sposa al giovane che le parla.

Ma tra questa laboriosa allegria stavasi pensosa la Laurina nella filanda di ***. Maritata da pochi mesi, pure non aveva intorno quei guarnimenti, onde le pari sue amano rinfronzirsi anche nel disordine di quella fatica: ingegnavasi di parer gaja, ma l'animo non glielo consentiva; se rideva, il riso non le passava la gola; cominciava anche essa la canzone colle compagne, ma dopo il primo ritornello era ricaduta nel silenzio.

Eppure soleva essere tutt'altra gli anni precedenti, quando ella era l'anima dell'operosa brigata: cara ai padroni perchè attenta, abile e destra; cara alle amiche perchè sincera, gaja, cuor contento. Adesso, non appena la campanella dà il segno del riposo, balza a scatto dal posto suo, non siede nei garruli crocchi ove le altre si aggruppano a far le comarelle, a contare lungamente le vicende proprie e le altrui, i semplici casi, le semplici riflessioni, e a saporar quel po' di pietanza che mandò loro la madre, condita dalla gioja e dall'appetito. La Laurina all'incontro toglie la sua scodella di minestra e se ne va; nè torna più se non quando le camerate già sono rimesse alla bacinella, tanto che i padroni l'ebbero più di una volta a rimproverare di negligenza. Ed ella rispose: — Hanno ragione; e gonfiandosele gli occhi, tacque, e ripigliò più solerte il lavoro, per rifarli di quel minuto che ha sciupato.

— Ma dove va ella?