Io accettai a bocca baciata, sì per la mancia che mi darebbe, e sì pel piacere di sua compagnia.

L'ostessa aggiunse che farei bene ad aspettar la punta del giorno per partire, giacchè la notte non era gran fatto sicura in questi tempi di guerra: molti Francesi ronzavano là intorno e i Prussiani che cercavano scappare, non erano un incontro meglio augurabile. Nessun giorno passava che non si sentisse parlar d'assassinio o di furto. Queste notizie mi fecero scrollar la testa con aria di malcontento e fu stabilito che sveglierebbe me e la signorina un pajo d'ore avanti giorno: per me era abbastanza presto, il mio padrone non c'era pericolo che mi rabbufasse; e quel riposo tornerebbe utile a' miei cavalli, ed anche alla signorina. Risolsi però di partire di buon mattino, atteso che, da bravo fisiologo, calcolavo che le strade doveano in quell'ora essere meno pericolose, perchè quelli che le rendono mal sicure durante la notte si ritirano o stanchi o paurosi dell'avvicinarsi del chiarore; e quelli che vogliono batterle di giorno, non si sono ancora messi in campagna.

Il letto, cioè una materassuccia fatta colle fedi di miserabilità, non mi lusingò molto, e all'orologio scoccavono le quattro, ch'io stava aggiogando i cavalli. Feci trambusto per la casa finchè lo stalliere si svegliasse; esaminai colla lanterna il carrozzino, mia nuova proprietà. Dentro v'era un fodero di sciabola, vuoto; una delle tasche conteneva una bella pipa di schiuma, guarnita d'argento, una borsa da tabacco in seta ricamata, con queste tenere parole, souvenir d'amitié. Era senz'altro una galanteria di qualche giovinottina tedesca, conquista dell'impiegato, mio riveritissimo padrone. Il baule della vettura era chiuso, e l'impiegato avea tenuto seco la chiave.

L'ostessa venne a portarmi il conterello sì pei cavalli, sì pel mio. — Madamigella pagherà per me,» le diss'io, e mi ribadii al posto, ove jeri sedeva il mio padrone. Vi so dire che ci stavo più caldo e più agiato che non a cassetta; oltre che speravo d'aver una amabile conversazione colla mia compagna di viaggio.

Essa comparve al fine: salì nella carrozza al mio fianco; e detto addio all'ostessa, partimmo.

Ma la nostra conversazione non fu sì piacevole quanto me l'ero immaginata. La giovane si abbiosciò nell'angolo della vettura, il più possibile discosto da me; e a tutte le mie riflessioni sulla frescura del mattino, sull'oscurità del crepuscolo, e sulla noja del viaggiare, ella non rispondeva che con un o un no secco secco. Rimasi adunque immerso nelle mie riflessioni, che diventavano di più in più curiose, mano mano che l'addormentata mia compagna veniva ravvicinata dal trabalzare della vettura. Il bujo rendeva ancora più potenti sull'immaginazione mia le sue invisibili attrattive. Poco a poco la testa della mia compagna si trovò sulla mia spalla: io passai pian pianino il mio braccio sinistro attorno allo svelto suo corpicciuolo, e me la strinsi contro il seno. Ma i battiti accelerati del cuor mio non la turbavano ne punto nè poco, mentre io tremava come un delinquente. Per la prima volta un'addormentata giovinetta stavasi appoggiata al mio seno; per la prima volta io teneva tra le braccia una creatura di quel sesso incantevole... Ah! perdona, Giulietta, se in quell'istante... Ma no, il cuor mio non fu infedele; anzi era con te. E mi immaginavo d'aver te per compagna: a te era dedicato il delizioso bacio che deposi sulla fronte della bella sconosciuta. Deh qual uomo resisterebbe ad una donna, il cui cuore batte sul suo cuore, il cui respiro si mesce col suo? Bisognerebbe esser di ghiaccio, non un celibatario di trentanove anni.

CAPITOLO XIX.
Sei pur bella cogli astri sul crine,
Porporina foriera del dì.

La vettura ruzzolava pianamente sulla sabbia, ed io lasciava andar i cavalli al loro passo, stringendo l'innocente mia compagna fra le braccia; e chiudendo gli occhi, m'abbandonai alle dolci visioni, che un benefico sonno mi offeriva. Giulietta, la mia parocchia, la più intera felicità, erano le fantasie tra cui il mio spirito andava rapito.

La fanciulla ed io ci svegliammo nel momento stesso, nel momento che la vettura, lasciando la subbia, entrava sopra una strada ciottolata.

Già schiariva il giorno, e la più bella aurora spiegava all'orizzonte dinanzi a me i suoi fuochi, scintillanti tra i vivi zaffiri. Gettai lo sguardo prima su' miei bravi cavalli, poi sulla mia compagna. — Ci guardammo per un po' l'un l'altro come stupefatti: ella fregò gli occhi, io altrettanto, pensando che il sole levante m'avesse abbagliato. Ma no! tornai a guardarla, e allora rimasi convinto ch'io sognava ancora della Giulietta, perchè mi pareva che fosse lei, seduta al mio fianco in petto e in persona.