Le contese rinate fra Egesta e Selinunte trassero Siracusa in guerra con Cartagine, che dal lido africano allora signoreggiava il Mediterraneo; e gli eventi che ne seguirono mutarono faccia alla Sicilia. I Cartaginesi, venuti come ausiliarj degli Egestani, presero Imera, condotti da Annibale figlio di Giscone, il quale fece strozzare tremila prigionieri nel luogo stesso dove Amilcare suo zio era stato ucciso a pugnalate dopo vinto da Gelone; e sterminò Selinunte e Imera. Poi aspirando a conquistare l’isola tutta,408 il vecchio Annibale col giovane Imilcone vi sbarcò cenventimila guerrieri, che diroccarono Agrigento, e ne spedirono a Cartagine preziosissimi capi d’arte, e pelli e teschi di uccisi, a decorazione de’ tempj.
DIONIGI IL VECCHIO
Immenso terrore colse tutti i Sicilioti. Ermocrate, il più grand’uomo dell’isola dopo Gelone[224], erasi mostrato eroe nella guerra contro gli Ateniesi, poi sbandito per intrighi degl’invidiosi, soliti a camuffarsi col titolo di popolani, avea tentato rendersi tiranno di Siracusa. Restò ucciso, ma il valore e l’ambizione di lui ereditò il figlio Dionigi, il quale tolse occasione dai disastri per incolpare i giudici di Siracusa di tepidezza e di corruzione. Una legge, la quale anche oggi gioverebbe a frenare cotesti eroi da piazza, volea che, chi non potesse provare l’accusa, fosse multato come calunniatore; a Dionigi toccò tal pena, e non trovandosi in grado di soddisfarla, perdeva il diritto di più favellare dalla tribuna, quando Filisto (che poi scrisse la storia di Sicilia) pagò del suo, anzi entrò mallevadore per le multe in cui potesse incorrere. Sentendosi spalleggiato, Dionigi infervorò le declamazioni; il popolo, che già lo reputava pel valore, riformò i giudici, e lui pose fra gli eletti. Egli fece richiamare i fuorusciti, sicuro di averli saldissimo appoggio; contrariò i colleghi, ribattendone tutti i consigli e celando i suoi proprj; e col mandar voce ch’eglino s’intendessero co’ nemici, ottenne per se solo il comando delle armi. Spedito a soccorrere Gela, vi protesse la plebe contro i ricchi, e coi beni confiscati a questi fece larghezza all’esercito, mediante il quale occupò in Siracusa405 l’assoluta potestà.
Allora si cinse di bravi, strinse parentele potenti, adoprò sessantamila uomini e tremila paja di bovi per fortificare l’Epipoli, con sotterranei che comunicavano al forte di Labdalo, e che con frequenti aperture nella volta agevolavano le sortite. Da principio provò avversa la fortuna, e non potè difendere Gela dai Cartaginesi; onde i soldati rivoltatisegli, saccheggiarono il palazzo di lui e ne maltrattarono la moglie, tanto ch’ella ne morì. Colla forza e col macello Dionigi sottopose i rivoltosi; poi valendosi degli schiavi affrancati, dei soccorsi spartani e della peste sviluppatasi tra’ Cartaginesi, costrinse questi alla pace, e a cedere tutte le conquiste fatte nell’isola, e Gela e Camarina smantellate; e tornò indipendenti tutte le città. I Siracusani, che soli restavano in servitù di lui, insorti di nuovo, sì ben lavorano che lo riducono all’ultima estremità: ma Dionigi sa tenerli a bada, finchè sopraggiunti i suoi alleati, li vince e disarma; e preceduto dal terrore, assoggetta Nasso, Etna, Catania, Leontini;403 e può addensare tutte le forze al suo costante intento di snidare dall’isola gli Africani.
Con ottantamila uomini e duemila vascelli affronta i Cartaginesi; ma questi, guidati da Annibale ed Imilcone, radunano a Panormo trecentomila uomini e398 quattrocento navi, prendono Erice e Motia, distruggono Messina, e procedono sopra Catania e Siracusa, nel cui porto entrano con ducento galee ornate di spoglie nemiche, e con un migliajo di navi minori.392 Pure, decimati dalla peste, dovettero andarsene, cedendo anche Taormina, da loro fondata per collocarvi gl’Italioti venuti in loro sussidio.
Dionigi move allora ad assoggettare la Magna Grecia; generoso, alle città vinte lascia l’indipendenza, e rinvia senza riscatto i prigionieri; solo esercita fiera vendetta sopra Reggio, ricovero de’ fuorusciti siracusani, che, poderosa di trecento vascelli, resse undici mesi d’assedio; al fine caduta,387 più non potè risorgere[225].
Anche all’Illiria ed all’Etruria portò guerra Dionigi, sott’ombra di sterminare i pirati; dal tempio d’Agila tolse mille talenti, e il valore di cinquecento in prigionieri e spoglie. Perocchè egli non si fece mai scrupolo di spogliare gli Dei; levò a Giove un manto d’oro massiccio, dicendo,—Gli è troppo pesante per l’estate, troppo freddo per l’inverno»; ad Esculapio fece staccare la barba d’oro, come essa disconvenisse al figlio d’un padre imberbe; tornando a gonfie vele d’aver saccheggiato il tempio di Proserpina a Locri, esclamò,—Ve’ come gli Dei spirano propizj ai sacrileghi!» e coll’oro giunse ad avere sotto gli stendardi fin due e trecentomila soldati, oltre l’equipaggio della flotta. Meditava istituire colonie sull’Adriatico, di là tragittarsi nell’Epiro e nella Focide a saccheggiare il tempio di Delfo: ma gli ruppero il disegno i382 Cartaginesi, ricondotti da Magone. Dionigi alla prima li vinse, e ricusò la pace; ma avendogli un oracolo predetto che morrebbe quando avesse vinto un nemico più di lui poderoso, non ispinse la guerra agli estremi, e rannodò la pace.
Vigorosa ed accorta amministrazione adoprò Dionigi, ma arbitraria e violenta. Conscio de’ pericoli che circondano il tiranno, mai non dormiva nella medesima camera; facevasi bruciar la barba dalle figliuole, dopo che il suo barbiere s’era vantato, «Ogni settimana ho sotto al rasojo la vita di Dionigi». Come il Machiavelli al suo principe, così il gran filosofo ateniese Platone voleva persuadere a Dionigi di elevare, sulle ruine della democrazia, uno Stato poderoso, che togliesse di mezzo gli stranieri, Greci fossero o Cartaginesi, e non lasciasse all’osco sostituire il parlare ellenico; a ciò l’avrebbe giovato un’oligarchia d’uomini, legati in società arcane, com’erano i Pitagorici. Dionigi per lo contrario favoreggiava ed arricchiva i caporioni stranieri, eccedenti in lusso e dissolutezze; accentrava tutta la vita nazionale in Siracusa, negligendo la restante isola; onde, malgradendo il consigliatore filosofo, s’accordò col piloto spartano che o l’affogasse o il vendesse schiavo. E Platone fu venduto, poi riscattato dai Pitagorici, i quali l’ammonirono:—«Un pensatore non si accosti a principe, se non sappia adularlo».
DAMONE E PITIA