FABRIZIO
280Fabrizio Luscino, famoso per fatti di guerra non meno che per integerrima costanza, fu a lui deputato onde chiedere il cambio o il riscatto de’ prigionieri; e Pirro, sapendo quanto egli fosse autorevole in pubblico e poverissimo in casa, gli esibì gran denaro, e n’ebbe un rifiuto; al domani provossi di spaventarlo col far avanzare sopra il capo di lui la proboscide d’un elefante, ma nulla parimenti ottenendo, intonò:—Più facile è sviare il sole dal suo corso, che Fabrizio dalla probità». Cinea, volendo sfoggiare della sua dotta eloquenza davanti a lui, tra il cenare espose la dottrina di Epicuro, capo d’una delle scuole filosofiche di Grecia, che negava Dio e la provvidenza, considerava la giustizia come invenzione umana, e unico fine dell’uomo il piacere; e come i costui seguaci si tenessero scevri dai maneggi pubblici, in deliziosa infingardaggine. Il che udendo, Fabrizio esclamò:—Padre Giove, fa che Pirro e i Sanniti approvino tale dottrina finchè stanno in guerra contro di noi».
Viepiù Pirro desiderava attaccarsi un uomo così disforme da quelli che aveva conosciuti nella degenere Grecia e nell’ammollita Tarante, e lo esortava,—Rimetti pace fra’ tuoi cittadini e noi, poi vieni a vivere con me». Al che Fabrizio rispose:—Non ci sta del tuo conto; perchè quelli che ora rendono omaggio a te, conosciuto che abbiano me, preferiranno essere da me governati che da te». Pirro, volendo pur gareggiare di generosità, gli regala ducento prigionieri senza prezzo; a tutti gli altri permette vadano a visitar in Roma i loro parenti, purchè Fabrizio dia la parola che ritorneranno. Ma Roma non soffriva si salvasse la vita col perdere l’onore; i prigionieri restituiti marchiò d’infamia, e i cavalieri ridusse a pedoni, i fanti a frombolieri; e finchè non avessero spogliato due nemici, doveano serenar fuori del campo senza riparo nè trincea.
Tanta fermezza dovea sgomentare il nemico, che vedeva dai Romani rifarsi gli eserciti, come le teste dall’idra lernea. Poi Fabrizio gli fece intendere come il medico di lui gli avesse proposto di avvelenarlo, soggiungendogli:—Vedi quanto male tu scelga e gli amici ed i nemici». Tocco da quella generosità, o persuaso che troppo difficile era il vincere uomini tali, l’Epirota cessò dalle ostilità, consacrò nel tempio di Taranto parte delle spoglie, non vergognando di chiamarsi superato, e dopo ventotto mesi che v’era sceso, rimbarcò cavalli, elefanti e uomini,279 e tragittossi in Sicilia sopra sessanta navi siracusane.
PIRRO VINTO
Su quell’isola vantava egli qualche pretensione come genero di Agatocle, e v’era chiamato per resistere ai Cartaginesi: in fatto egli ne li respinse, e accolto a braccia aperte dalle città e dai tirannelli, avrebbe potuto piantarvi un regno; ma il tempo che perdette nell’inutile assedio del Lilibeo,278 ultimo ricovero degli Africani, dissipò il fascino che lega ai vittoriosi. Quand’egli propose d’imitare Agatocle portando la guerra in Africa, i Siciliani gli perfidiarono; ed esso li ricambiò rubando quanto potè: poi fu lieto di palliar la fuga sott’ombra d’esaudire i Tarantini, i quali, privati della spada di lui, non erano capaci di resistere ai Romani.275 Salpò dunque: ma l’equipaggio di esso non l’avea seguito che per forza, dicendo essere destinato vittima per salvare dalla flotta punica le navi cariche del bottino; laonde nello stretto si lasciò vincere dai Cartaginesi; e colati a fondo sessanta bastimenti, dodici soli approdarono a Reggio. Pirro, assalito dai Mamertini, trovavasi in così estrema necessità, che a Locri è costretto metter mano al tesoro di Proserpina onde comprar mercenarj: ma rimane sconfitto presso Benevento da Curio Dentato; e Molossi, Tessali, Macedoni, con Apuli, Bruzj, Lucani, Sanniti ornano il costui trionfo, e quegli elefanti pur testè così paventati. Pirro, per rimorso e per l’orrore che n’ebbe il vulgo superstizioso, restituisce il tesoro di Proserpina, e dopo sei anni d’inutile guerra ritorna sfinito e disonorato in Grecia, dove non tardò a mettersi in nuove battaglie, e perirvi. Milone, da lui lasciato nella rôcca di Taranto, non fu sostenuto dagli abitanti;272 patteggiato, menò via la guarnigione; e Roma prese possesso della città, rubandole quadri, statue, ornamenti dei tempj, e quantità d’oro e di delizie.
I Romani non interruppero la guerra contro la Lucania finchè non l’ebbero doma; i proprj soldati che erano caduti prigionieri, considerarono come banditi; condussero a Roma quattromila uomini della legione campana che erasi rivoltata a Reggio, e cinquanta al giorno li fecero uccidere271 senza esequie nè lutto[247]; poi per tenere soggetti Lucani e Campani posero colonie a Pesto, a Benevento, a Brindisi.
Roma che, tre secoli dopo fondata, non erasi impadronita che di Vejo lontana dieci miglia, avea poi concepito l’ambizione di soggettare tutta l’Italia. E poichè il primo passo a ciò dev’essere la cacciata degli stranieri, avea cominciato dallo sconfiggere i Galli, e guerreggiando con essi e coi fieri Sanniti erasi migliorata di tattica; contro Pirro s’avvezzò a non temere gli eserciti scientificamente disciplinati; anzi vantaggiossi dell’arte macedone per imparare a resistere ad urti ben combinati; e sottomesse le deboli leghe della bassa Italia, alleavasi con popoli lontani, e perseverava nella politica sua di incatenare i vinti al carro vincitore.
Ma Pirro, quando abbandonava la Sicilia, esclamò:—«Che bel campo lasciamo a’ Romani e Cartaginesi!» Prevedeva l’accorto come quelle due potenze, cresciute fino a toccarsi, non potessero omai che venire a cozzo, per decidere se il mondo sarebbe dominato dalla stirpe semitica o dall’indo-germana.