[50]. Consulibus, capitaneis, omni militiæ universoque mediolanensi populo. Civitas Dei inclyta conserva libertatem, ut pariter retineas nominis tui dignitatem, qui, quamdiu potestatibus Ecclesiæ inimicis resistere niteris, vere libertatis auctore Christo domino adjutore perfrueris. Martene, Collect. vet. scriptorum et monumentorum, tom. I. p. 640. Si avverta come non vi si faccia motto dell’arcivescovo, nè del clero. La prima menzione di consoli in Milano è nel 1100. Una carta del 1109 dell’archivio di San Fedele di Como fu stesa multis adstantibus cumanis consulibus.

[51]. Landulphi Sancti Pauli, cap. 31.

[52]. Nell’897 il vescovo Adalberto costituisce il vivere comune de’ canonici dotandoli di molti beni, distratti dalla mensa vescovile; del che delibera in concilio coi sacerdoti e tutto il clero d’essa chiesa, et reliquis nobilibus hominibus, qui eidem synodo intererant, tractans cum eis de statu et soliditate ipsius ecclesiæ. Nel 1000 il vescovo Reginfredo fa molti doni ad essi canonici, ancora presenti presbyteris et diaconibus cum certa parte nobilium laicorum. Lupo, Cod. dipl. Berg., tom. I. 1059. 1064. Sorte poi controversie fra i canonici di Sant’Alessandro e quei di San Vincenzo, nel 1081 il vescovo Arnulfo li rappacificava secundum consilium multorum clericorum, civium, extraque urbe manentium sapientum et nobilium.

[53]. De civibus autem præfatæ civitatis, Alberto Tozoni, Arimbaldo Cozo, Petro de Curte regia, Adam de Castello, Lanfranco Nozo de Polterniano, Lanfranco Ottoni, et insuper compluribus. Cod. dipl., 759.

[54]. Laude duodecim habitatorum qui electi fuerunt ad hoc, vel laude comunitatis... laude duodecim consulum. Nel 1167 essi conti, sgomenti dai progressi della Lega Lombarda, confermarono ed ampliarono tali privilegi ai vassalli e agli abitanti, obbligandoli al servizio militare e al fodro e alla fedeltà a Federico. I Novaresi, appena partito Federico, assediano il castello di Biandrate (1168) e si obbligano a tenerlo distrutto, e non ricevere i conti nec pro habitantibus nec pro vicinis. Monum. Hist. patriæ, I. 708. Sarebbe la prima menzione contemporanea di consoli.

[55]. Del giuramento fatto prestare ai singoli membri d’un Comune trovansi i processi qua e là; ed alla stampa, fra altri, indicheremo quello con cui gli uomini del paese di Triora giurarono fedeltà al Comune di Genova nel marzo 1261; i sottoscritti sono circa trecentottanta. Nel Liber jurium, vol. I, pag. 1334.

[56]. Astensis ecclesiæ episcopus nostram efflagitans adiit celsitudinem, quatenus sibi suaque ecclesiæ... secundum avi et patris nostri præcepta... totum episcopatum astensem, cum integro districtu civitatis, cum quatuor miliariis in circuitu, nostræ confirmationis et donationis præcepto corroborare et largiri dignaremur... videlicet quidquid ad publicum jus pertinet in thelonei et mercati redibitione, seu aquatici atque ripatici... cum placitis et omnibus vectigalibus... Volentes etiam jubemus, nullus habitator in castellis aut villis sui episcopatus ad placitum alicujus comitis vel hominis, nisi ad episcopi placitum aut sui nuncii vadant aut legem faciant. Monum. Hist. patriæ, vol. I., 289.

[57]. Sotto l’invasione, una parte de’ vincitori collocossi in campagna, formandovi Comuni villerecci (pagus, gaue), governati con leggi tedesche; mentre altra parte della campagna spettava ai vinti e regolavasi giusta il colonato romano, cioè rimanendo le persone libere da servigi personali, e le terre in libero commercio, vendendosi e affittandosi senza tampoco l’obbligo all’affittuario d’abitarle e coltivarle. In que’ dei vincitori invece era stabilita la servitù della gleba. Tal condizione diversa appare da molti documenti, e specialmente da quelli che concernono la chiesa di Firenze e di Siena (Ap. Rumhor, pag. 7-24), e da altri presso lo stesso che riguardano la repubblica sanese (pag. 25-41).

Firenze, costituitasi a Comune, cercò fiaccare i feudatarj. Essi pertanto s’indussero a sminuire la propria potenza, esimendo i coloni dai servigi personali, del che molti documenti adduce esso Rumhor dalla metà del XII secolo a quella del XIII (pag. 42-82). O si precisavano i servigi imposti, o vi si surrogavano prestazioni in generi, o i padroni ripigliavansi parte delle terre lavorate dai coloni, a cui essi altra parte ne lasciavano in compenso del diritto che il gius romano dava a questi di non essere staccati dalla propria terra. Quindi nacquero in Toscana molti piccoli possidenti campagnuoli. Le repubbliche favorirono la redenzione dei coloni, e gli statuti ne sono pieni: Firenze nel 1289 ordinò l’intero loro affrancamento: ricomprò, l’anno seguente, i coloni del Mugello dalla mensa arcivescovile e dal capitolo di Firenze.

Riscattati i coloni, le terre divennero di libera circolazione, e quindi oggetto alle speculazioni de’ denarosi, che compraronle dai coloni cui erano rimaste, e che le aveano suddivise per eredità: così entrando ne’ mercanti la voglia di possedere, adoprandovi anche la frode e la violenza. I comunelli di contadini, ch’eransi ordinati sui monti accanto alle rocche feudali, ne scesero per vivere in mezzo al podere. I signori che aveano riscattato i fondi, li diedero a coltivare agli antichi coloni con diversi patti, fra’ quali è costante la cura di mantener le piante di cui il fondo era vestito; cura che anche oggi è capitale. Così vennero la colonia parziaria, la mezzerìa.