[368]. Villani. — Nuntios soldani ad convivium vocat, et eis, multis episcopis assidentibus, festivas epulas parat. Godefridi monaci Annales, p. 398. — In pluribus terris Apuliæ suarum meretricularum loca construxit.... et non contentus juvenculis, mulieribus et puellis, tamquam scelestus infami vitio laborabat; nam ipsum peccatum quasi Sodoma aperte prædicabat, nec penitus occultabat. Nic. de Curbio, Vita Innocentii IV, § 29.
[369]. Heu me! quandiu durabit truffa ista? Alberici Chron. Fatui sunt qui credunt nasci ex virgine Deum. Ep. Gregorii, ap. Mattia Paris, pag. 494.
[370]. Iste rex pestilentiæ a tribus baratatoribus, ut ejus verbis utamur, Christo Jesu, et Moise, et Mahometo, totum mundum dixit fuisse deceptum. M. Paris, ad ann. 1238. L’epistola accennata di Pier delle Vigne è nel lib. I. cap. 31. — Generale è, negli scritti d’allora e di poco poi, l’opinione della sua miscredenza, e correva pure fra’ Musulmani. Jafei dice: «L’emir Fakr-eddin entrò ben innanzi nella confidenza dell’imperatore, spesso disputavano di filosofia, e pareano in molti punti d’accordo....». Ai Cristiani veniva scandalo di tale amicizia. Esso diceva all’emir: «Io non avrei tanto insistito sulla consegna di Gerusalemme, se non avessi temuto perdere ogni credito in Occidente; mi premeva di conservare Gerusalemme o altra cosa siffatta, ma la stima dei Franchi.... L’imperatore era rosso e calvo, di vista debole; se fosse stato uno schiavo, non se ne sarebbero pagate ducento dramme. Dai suoi parlari appariva che non credeva alla religione cristiana; non ne parlava che per voltarla in baja. Un muezin recitò innanzi a lui un versetto del Corano che nega la divinità di Cristo, e il sultano volea punirlo; ma Federico si oppose». Bibl. des Croisades, vol. IV. p. 417. Vedi Reynaud, Extrait des historiens arabes relatifs aux Croisades, pag. 431.
[371]. Ecclesiasticæ censuræ vigorem debilitat et conculcat. Regesta Urbani III, nº 95. Nella biblioteca di Vienna è una lettera di Federico a Vatace imperatore d’Oriente suo genero, ove scrive: O felix Asia, o felices Orientalium potestates, quæ subditorum arma non metuunt, et adinventiones pontificum non verentur. Cod. philol., nº 305, p. 128.
[372]. Il fatto anzi vale a mostrare come questo diritto fosse riconosciuto universalmente. Quando il papa nel 1239 offerse al conte Roberto di Francia la corona dello scomunicato Federico, i baroni francesi protestarono contro quest’atto, finchè non si fosse ben certi che l’imperatore avea peccato contro la fede: Missuros ad imperatorem, qui quomodo de fide catholica sentiat diligenter inquirant: tum ipsum, si male de Deo senserit, usque ad internecionem persecuturos. M. Paris. Al concilio poi di Lione assistevano gli ambasciadori di tutte le potenze, e nessuno contestò la competenza di quel tribunale, solo limitandosi a mitigare il papa ed a scolpar l’imperatore.
[373]. Da Lione, aprile 1246. Ap. Rainaldi.
[374]. Ep. 37. lib. I. Pare che Federico cercasse guadagnare l’opinione col far tradurre in italiano le lettere che dirigeva ai papi e ai re, simili agli odierni manifesti; nè altra origine saprei dare a quelle volgarizzate che si pubblicarono dal Lami nelle Delizie degli eruditi toscani, e ultimamente dal Corazzini, Firenze 1853. Ivi n’è pure una di Gregorio papa, che riepiloga gli aggravj contro Federico; e basta leggerla per vedere quanto sovrasti per vigore e concisione alle sempre retoriche di Pier delle Vigne.
[375]. Ap. Bolland, Vitæ Patrum prædic., p. 54: Giulini, Memorie di Milano, VII. 534.
[376]. La poesia popolare insultò alla sconfitta di Federico:
Fridericus dentibus fremdit et tabescit,