L’ENEIDE

LEGGENDA VIRGILIANA

Tale appariva l’Italia all’itaco re, il quale ne’ suoi lunghi pellegrinaggi in altre contrade ritrova e civiltà ordinata, e gentilezza d’arti, e scienza d’armi, e abilità dì navigare. E il poeta, il quale dovea vivere nove secoli avanti Cristo, fa predire da Apollo che Enea otterrebbe ancora regno nella Troade: laonde non si potrebbe obiettargli la civiltà che qui Enea trovò, secondo una favola di posteriore invenzione, immortalata da Virgilio. Il qual Virgilio, elegantissimo espositore delle tradizioni che blandissero la vanità latina, fa abitata l’Italia da popoli selvaggi[18], senza proprietà stabile[19], che sol ricordavano d’essere usciti da tronchi di rovere[20], allorquando (dovette essere quattordici secoli prima di Cristo) calò fra loro Saturno, che quella gente indocile e dispersa ne’ monti raccolse, la insegnò nell’agricoltura, nell’innestar gli alberi, nel valersi dei bovi, mentre la vite era introdotta da Sabino[21]. Ed anche al tempo che qui fa approdare il pio trojano, quel gentile poeta ci descrive bambino l’incivilimento degli Itali, divisi in borgatelle, occupati a rompere la gleba, andar a caccia, cavalcare; alcuni pochi dell’Etruria a lavorare il ferro, forse tratto dall’Elba; armati sempre, taluni perfin tra le fatiche agricole; faceansi elmi e schinieri con pelli di lupo e scorze di sovero, e sapeano trar di fromba e d’arco, anche con saette avvelenate[22]. Il re, capo d’un piccolo cantone, avea solo autorità di convocare il popolo alle assemblee e condurlo in guerra; suo distintivo pelli d’orso, di leone, di pantera[23]; sua reggia una capanna di paglia; e spesso congiungeva al comando gli uffizj e il carattere di sacerdote[24]. Di fuori s’erano importati molti riti sacri, dall’Arcadia i Lupercali, dalla Grecia i Baccanali; altri più severi, probabilmente indigeni, si esercitavano nelle selve ad onore o degli avi defunti o degli eroi; un feticismo più grossolano era mantenuto fra alcuni, che prestavano culto ai fiumi, entro ai quali immergeano i neonati, o si lavavano i peccatori per purificarsi[25]; nè era dismessa l’orribile eppur tanto diffusa superstizione de’ sagrifizj umani.

ELABORAZIONI STORICHE

A dare significazione storica a questo linguaggio mitologico, a strigare la continua confusione del reale coll’immaginario, che si trova nella leggenda, la quale altera il fatto reale, talvolta lo contraddice apertamente, ma pure conserva un fondo di vero, o almeno di non falso, faticarono l’erudizione e la fantasia; e non volendo accettare quel mistero che involge tutte le origini, ogni tratto presentasi alcuno a trinciar le quistioni colla facilità propria di chi non le ha studiate, e tacciando chiunque lo precedette; vantasi di nuovi fatti, d’insoliti paradossi, che poi riescono a luoghi comuni: per tacere degli sguajati, che aborrendo dalla verità cercata per se stessa, delle sapienti elucubrazioni fanno un’occasione di strapazzi; e perchè Müller o Niebuhr traggono i Pelasgi dai Germani, Freret e Thierry dai Galli, gl’insultano come minaci alla nazionale indipendenza.

Se alcuna cosa attendibile si può raccogliere, è che la popolazione all’Italia venne in più riprese, e di genti che un lasso di secoli e diversità di clima e di consuetudine aveano distinte, benchè non ne cancellassero le originarie somiglianze. Il discenderle è tanto più arduo perchè la scarsezza di monumenti toglie di spiegarli e correggere a vicenda; e l’appoggiar le induzioni sopra errori falsa necessariamente le conseguenze.

Gli antichissimi non iscrissero le loro storie, od a noi non pervennero; fossero anche pervenute, ce n’avrebbero potuto rivelare le origini? Le tradizioni si sformarono pel passare di bocca in bocca, per l’ignoranza del vulgo, per la scaltrezza sacerdotale, per la boria patriotica. Quei che primi tolsero a fissarle collo scritto non le seppero vagliare, ignorarono molti monumenti, o non ne intesero il valore; intanto sovvertimenti naturali, sovrapposizione di nuovi popoli, inenarrabili sventure mutavano faccia, costumi, credenze, lingue ne’ paesi: sicchè, cancellate o confuse le memorie, non restando nè uno storico nè un logografo, essendo ignota fin la lingua delle poche iscrizioni sopravanzate, riesce quasi disperata l’investigazione della verità, che è il primo scopo della storia.

STORICI PRIMI

Ultimi degli antichi popoli d’Italia, i Romani colla spada raserò le vestigia dei precedenti; nei paesi soggiogati cercarono i lavori di appariscente bellezza onde rubarli, non ciò che avrebbe gittate qualche lume sui tempi trascorsi; i loro scrittori distinguendo i popoli conquistati per provincie, non per nazioni, venivano a confonderli; e vilipese le arti e le lingue italiche, non chiesero gloria che dalle vittorie. I Greci furono il popolo dell’antichità meglio dotato del sentimento del bello, sicchè ci lasciò i lavori più insigni nelle arti del disegno come in quelle della parola, e nel bagliore della sua luce involse quella degli altri, che ascrissero a vanto il derivare da quello le origini o l’educazione propria. Ed anche i Romani nella storia e nella filologia greca indagarono le etimologie e i tesmofori, sfrenandosi in aeree congetture, senza sentire il bisogno di confrontare, di discutere, d’accertare, ed acchetandosi ad un si dice. Se gl’Italiani così le negligevano, come sperare che con amore ne cercassero le origini que’ Greci, i quali, non senza titoli, si tenevano ad essi di tanto superiori? Oltre il vezzo di tutto personificare, di tradurre gli eventi in miti, di presentare in un uomo o in un fatto le complessive vicende d’un’età e d’un popolo, quanto essi ne raccontano de’ primordj del nostro paese ridonda a unico vanto della Grecia; di là le colonie, di là ogni arte, ogni sapere, ogni personaggio. Ciò scema fede a quanto de’ primi abitatori d’Italia narra Dionigi d’Alicarnasso, benchè egli venisse a Roma allorchè di fresco Catone avea scritto sull’origine delle città, era appena morto Cicerone, vivo Varrone; e mostri aver copiato gli annali e le lapide di ciascun paese, le quali, appunto perchè municipali, non restavano travisate dal proposito sistematico di metterle in accordo colle altre[26].

CONGETTURE