DIRITTO LATINO

Oltre i cittadini adottivi, Roma largheggiò di privilegi coi Latini, che già trovansi sistemati alla foggia di Roma primitiva; onde ai sette colli facevano corona città latine, pari in diritto di suffragio ai Romani. Questo privilegio fu poi esteso ad altre in tutta Italia, ed oltre le città de’ Sabini, Tusculo, Cere, Lanuvio, Aricia, Pedo, Nomento, Acerra, Anagni, Cuma, Priverna, Fundi, Formia, Suessa, Trebula, Arpino, abbracciava pure Circeo e Ardea, Cora e Norba tra i Volsci, Fregelle e Interamna sul Liri, Alba dei Marsi, Lucera e Venosa dell’Apulia, Adria e Fermo nel Piceno, Brindisi e Arimino. Di queste alcune erano socii, datisi senza guerra, o venuti in colonia, e godevano pieni diritti: altre fœderati, ricevuti dopo vinti e a condizione inferiore, non acquistando la podestà patria, nè le nozze alla romana, nè la capacità di testare a pro d’un romano cittadino o di ereditarne, nè l’inviolabilità della persona; talchè rimaneano un di mezzo fra cittadini e forestieri, con divieto di tenere assemblee generali, far guerre, contrarre matrimonio fuori del territorio.

DIRITTO ITALICO

Il gius italico non conferiva privilegio di sorta al cittadino individuo, bensì alla città in complesso attribuiva la proprietà quiritaria del terreno ed il commercio; dal che derivavano l’esenzione da imposta prediale, e la capacità alla mancipazione, all’usucapione, alla vindicazione. Ma se un italico aspirasse a divenire cittadino romano, bisognava passasse pel diritto del Lazio.

Molto variava la condizione delle regioni sottoposte al gius italico. In alcune si mandava ogni anno un prefetto per rendere giustizia o amministrarne gli affari. Le deditizie restavano a discrezione del senato come suddite. Altre aveano titolo di alleate, ma coi guaj delle alleanze coi forti; e per esempio Taranto era libera, ma colla cittadella occupata da una legione, e demolite le mura; Napoli pure, ma nol sentiva che per dover dare navi e soldati. Anzi talvolta mutavano condizione; e Capua da federata divenne per castigo prefettura, indi colonia; Cuma, Acerra, Suessula, Atella, Formio, Piperno, Anagni da municipj si ridussero in colonie, e a volta in prefetture; colonie erano Casilino, Vulturno, Linterno, Pozzuoli, Saturnia; prefetture sempre Calatia, Venafro, Alifa, Frusilone, Rieti, Nursia.

Di tali diritti internazionali ci scarseggiano tanto i documenti, che non bene accertiamo a quali condizioni stessero gli Etruschi; ma pare non godessero del diritto latino, bensì di particolari capitolazioni, abbastanza larghe, almeno in quanto concerne la classe dominante dei lucumoni. Il loro ammollimento toglieva di temerli; faceali venerare la conoscenza delle tradizioni religiose; e forse non andrebbe lungi dal vero chi li paragonasse al clero cristiano sotto i Longobardi. Loro legioni non troviamo negli eserciti romani; e i trentaquattromila uomini che essi coi Sabini allestirono contro i Galli nel 528, erano una difesa territoriale. Probabilmente erano privilegiati anche gli Umbri, razza bellicosa, che però non sembra partecipasse alla legione romana.

Fra le città italiche nessuno annoveri le greche, le quali non ottennero mai que’ privilegi; pagavano tributo, non entravano nella legione, bensì poteano servire come ausiliari, e somministravano galee a Roma. Napoli alla greca restava divisa in fratrie, rispondenti alle curie di Roma, e composte originariamente di trenta famiglie attorno al sacello d’un dio o d’un eroe, da cui prendeva nome, onde v’era quella degli Eumelidi, d’Ebone, di Castore, di Cerere, d’Artemisia, di Aristeo. Ogni quinquennio vi si celebravano concorsi di musica e di ginnastica, famosi quanto quelli della Grecia, della quale conservava i costumi, mentre vi diventavano stranieri i vicini. Da federata si mutò poi in colonia, e così Salerno e Nocera.

COLONIE

Il senato avocava a Roma gli Dei delle città vinte, o almeno sottoponeva i loro sacerdoti a’ suoi, che arrogandosi il privilegio della scienza augurale, quelli destituivano d’ogni influenza politica. Ma non si dimenticava che un popolo soffre men dolorosamente la perdita dell’indipendenza, che lo sprezzo delle costumanze; giacchè quella attesta la maggior forza del vincitore, questa ne esprime il vilipendio. Laonde Roma non aboliva le consuetudini particolari, lasciava s’amministrassero nell’interno, conferissero la cittadinanza, tumultuassero ne’ loro comizj, insomma si lusingassero delle apparenze di libertà. Che se, per imitazione della rivoluzione romana, alla nobiltà di razza era succeduta nel primato la nobiltà personale ( optimates ) e ricca, il senato romano avrà facilmente potuto impedire che la democrazia vi prevalesse all’oligarchia.

Le colonie erano tutt’altra cosa da quelle che vedemmo la Grecia diffondere per tutto a prosperamento del commercio, e che rimanevano indipendenti dalla madrepatria (pag. 205). Le colonie romane erano istituzioni politiche, a tutto vantaggio della metropoli, quasi sentinelle avanzate ne’ posti che si trovassero meglio opportuni, non per prosperare il paese, ma per custodirlo dai nemici. Così allo sbocco della foresta Ciminia si colonizzarono Sutrio e Nepete; Anzio per vigilare la costa dei Volsci; Velletri, Norba, Sezia per tenere in soggezione la montagna; Anxur per separare il Lazio dalla Campania sul Liri; Fregelle, Sora, Interamna, Minturno per ischermire il Lazio dai Sanniti; e più indentro Attina, Aquino, Casino; così dicasi delle altre. Nella nessuna importanza che anticamente attribuivasi alla campagna, possono tali città considerarsi come fortezze, piantate in territorio nemico; e i coloni come guernigioni, che non poteano cospirare co’ natìi.