L’alfabeto etrusco deriva dalla fonte comune degli europei e dal fenicio, e scrivesi da dritta a sinistra. Veneravano le Camene, ispiratrici de’ canti in lode de’ grand’uomini. Nè di letteratura furono sprovvisti[72]: Varrone sembra indicare un Volumnio tosco, autore di tragedie; a’ commedianti in latino fu dato il nome di histriones, dall’etrusca parola ister; d’Etruria vennero a Roma letterati insigni; i patrizj romani mandavano colà i loro figliuoli da educare; e fin ai tempi d’Alarico si spediva a consultare quegli auguri per la salvezza della patria.
Potea però ottenersi incremento grandioso del sapere o slancio di poesia là dove lo studio era ristretto nel sistema sacerdotale e nell’interpretazione de’ segni celesti? Fatto è che nulla ce n’è rimasto, e la lingua medesima ci è arcana. Lami, Lanzi, Passeri, Spanemio, Gori, Bourget vollero trar questa dal greco, Bardetti e Scricchio dal settentrione, unendola insomma al gruppo indo-germanico; mentre Reinesio ed altri l’attaccavano al fenicio, e Merula all’arabo, cioè al ceppo semitico. In fatto Lud da Mosè è posto tra i figli di Sem[73], lo che indicherebbe semitici i Lidj, che sin ai tempi di Ciro trovansi in relazione coi Babilonesi: e chi crede gli Etruschi colonia lidia, crederà parlassero semitico. I pochi elementi che ne conosciamo ostano a tale supposizione: ma ad ogni modo, per fiancheggiare le varie opinioni si contorsero ed alterarono talmente le loro iscrizioni, che meno se ne richiederebbe a dimostrare che la lingua del Madagascar è figliata dal latino.
Ci si domanda forse perchè le città italiane non diedero uno storico, un poeta, un filosofo, mentre tanti ne rammentano le colonie greche? come mai, con tanto commercio, non batterono monete, sicchè solo trecento anni prima di Cristo ne troviamo d’argento a Populonia, di rame a Volterra? perchè non un legislatore, un eroe, che sopravvivesse al tempo? La risposta noi crediamo stia nella nostra ignoranza. Da jeri ci ponemmo a cercare le antichità nostrali, e v’ha paesi in Italia men conosciuti che non l’Egitto e l’India. Cinquanta anni fa non sarebbe potuto dirsi che gli Etruschi mai non ebbero vasi, perchè gli autori latini non ne fanno quasi cenno? Ma Varrone assevera che gli annali etruschi risalivano all’origine delle singole città; dalla fondazione di ciascuna principiava un’età, la quale terminava colla morte dell’ultimo fra quanti erano nati in quel giorno stesso; allora cominciava l’età seconda, che si chiudeva alla morte dell’ultimo fra coloro che viveano al principiare, e così via: lo che prova ch’essi tenevano registro dei nati e morti[74]. Ma i Greci, come i Francesi moderni, non parlavano che di sè: i Romani, sprezzatori di ciò che trovavano fra i conquistati, sì poco dissero dell’Etruria, che non fanno quasi menzione delle stupende rarità di essa, le mura, i sepolcreti, i vasi.
COSTRUZIONI ETRUSCHE
È disputato se ai Pelasgi o agli Etruschi siano dovute le mura di Cortona, di Rusella, di Fiesole, di Populonia, d’Aurinia, di Signia, di Cosa, fatte con grandi poligoni di travertino, commessi senza cemento. Etrusco vuolsi il tabulario del Campidoglio, e così il muro di Tivoli, che non appare pelasgico, com’è invece un jerone colà presso, e tre altri nella valle di Cerceto a Ferentino. I lavori de’ Ciclopi e de’ Pelasgi che poco sopra contemplammo, di sassi scabri o appena slabrati, appartengono a quel primo periodo, ove l’uomo non provvede con essi che alla necessità, nè ancora si eleva a quei concetti che mutano la pratica manuale in arte bella. La religione è la fonte, e il culto è la forma più universale di questa ideale bellezza, rivelazione della presenza divina in un oggetto visibile; ond’è che le belle arti, con un fondo comune di sentimenti, variano secondo il carattere d’una nazione, e secondo il culto tributato agli enti sovrannaturali e alle tombe.
E impronta originale ebbero le arti nell’Etruria. Non cerchiamo blandimenti alla vanità col pretendere che fra noi nascessero esse, e da noi le imparassero i Greci, ai quali era serbato recarle alla perfezione: ma che qui siano antichissime, molti riscontri storici il provano. Romolo rubò in Etruria un carro di bronzo; Plinio cita pitture di Ardea, anteriori alla fondazione di Roma; Bolsena in fenicio esprimerebbe città degli artisti, e da questa i Romani predarono duemila statue, probabilmente di terra cotta; la fiorente Adria fu distrutta dai Galli quando passarono le Alpi ne’ primi secoli di Roma, onde anteriori devono tenersi le tante opere e i bellissimi vasi che n’escono tuttodì. Agli Etruschi spetta il merito delle opere più antiche di Roma, quali la mura esterna del Campidoglio, l’arginatura del Tevere, e la cloaca massima, la cui volta interiore è chiusa da una seconda, e questa da una terza, fatte di massi di peperino a cuneo, combacianti senza cemento, in modo da non essersi sconnesse pel lasso di tanti secoli. Serviva essa a dare scolo alle acque stagnanti fra il Capitolino e il Palatino, traversava il fôro romano e il boario, e il Velàbro, e gettavasi nel Tevere poco sotto del ponte Palatino, con tale ampiezza che vi si poteva scendere in barca, avendo quattro metri e mezzo di larghezza e più di dieci d’altezza; e a prevenire i rigurgiti del fiume, v’entrava ad angolo acuissimo. Nel 1742 si scoprì un altro acquedotto non meno meraviglioso, tredici metri sotto al suolo presente, di travertino, e perciò più recente e forse posteriore alle guerre puniche: tremuoti, sovrapposti edifizj, quindici secoli di abbandono non ne spostarono pietra. L’emissario del lago Albano, alto metri 2.27, largo 1.62, è tagliato nel tufo vulcanico per duemila trecentrentasette metri di lunghezza, e allo sbocco la volta è regolarmente costrutta di pietre a cuneo. A Volterra, mentre il naturalista studia le copiose saline, gli alabastri, le miniere del rame, i lagoni dell’acido borico, l’antiquario ammira infiniti cimelj raccolti nel museo civico, e le gigantesche mura, e la Porta all’arco sotto alla cattedrale, colla volta perfettamente circolare di diciannove grandi pietre squadrate, e colla serraglia grossolanamente effigiata: oltre una cisterna a triplice volta. Più riccamente finite sono due altre porte a Perugia; e par veramente merito degli Etruschi l’aver indovinato l’importanza dell’arco, che poi i Romani doveano usare alla bellezza monumentale: mentre vuolsi che solo al fine del v secolo Democrito insegnasse ai Greci il fabbricare a volta con pietre cuneiformi. Etrusco è pure l’anfiteatro di Sutri, scarpellato nella rupe e del giro di mille passi; e così il teatro di Adria, e fors’anche l’anfiteatro di Verona. Da Cere a Vejo sussiste tuttora la strada selciata.
L’ordine toscano tiene del dorico, con importanti modificazioni; ma non sappiamo se fosse veramente proprio degli Etruschi, giacchè verun monumento ce ne avanza. Secondo Vitruvio, i loro tempj erano quadrilunghi, nella proporzione di cinque a sei: il santuario avea tre celle, di cui la media più vasta: nel pronao erano distribuite colonne molto distanti, e di sette diametri con base e capitello; e al disopra la trabeazione di legno ornata di mensole, e con una cimasa sporgente: costruzioni che Vitruvio qualifica di pesanti, goffe e nane. Le case disponevano in tutt’altra foggia da’ Greci, in modo che la principale camera stesse in mezzo, verso la quale piovevano le acque dal tetto circostante ( impluvium ).
SEPOLCRI
Varrone descrive il sepolcro di Porsena presso Clusio, che, se vogliam tirarne qualche concetto dalle particolarità certamente fantastiche, era una costruzione di settantacinque metri in quadro e alta sedici, con anditi intricati a somiglianza del labirinto di Creta, di pietre a squadra, sormontato da cinque piramidi, larghe novantacinque metri ed alte il doppio, e congiunte in cima da un cerchio di bronzo ed un cappello, donde pendeano campane: su questo poi Plinio diceva erette quattro altre piramidi, e un nuovo piano con sovrappostene altre cinque; idealità ineffettibile[75]. Bensì cinque obelischi si ergono presso Albano su quel che il vulgo intitola sepolcro degli Orazj e Curiazj.
E i sepolcri sono gli edifizj di cui maggior numero si è salvato in Etruria. Sempre sotterranei, o cavati ne’ fianchi d’un monte o a piè d’un masso trasformato in monumento: ove il terreno non si prestasse all’escavazione, si costruivano di muro, ma sempre coperti, quasi per celarli ad ogni occhio; sicchè bisogna fra macìe di sassi e spinose marruche cercare que’ tesori, a differenza dei Romani che gli esponeano lungo le strade.