Il consigliere, che a ciò lo aspettava, conchiuse:—Or chi ti toglie di cominciare fin d’oggi questo buon tempo? Non hai tu alla mano quanto occorre senza fatiche e sangue, nè mali tanti?»[244].
I ROMANI E PIRRO
L’ambizione non così facilmente si rassegna ad argomenti di prudenza; e mandato esso Cinea ad occupar la fortezza di Taranto, Pirro stesso menò di qua dal mare su navi tarantine ventimila pedoni, tremila cavalli e venti elefanti che i Macedoni avevano in Asia imparato ad usare in battaglia, o imponendovi gran torri da cui avventavansi dardi, o spingendoli a scompigliare le file nemiche coll’urto possente e colle robuste proboscidi. Un cittadino in aspetto di ubriaco, inghirlandato ancora di rose avvizzite, e con una sonatrice allato, si presenta ai Tarantini raccolti in assemblea, ed essi gli gridano:—Su via, Metone, su; canta e facci stare in allegria.—Sì (risponde), cantiamo, soniamo e facciam gavazze finchè n’abbiamo tempo; altro avremo a pensare quando Pirro sarà venuto». Di fatto il re d’Epiro, rimbrottando di mollezza i Tarantini, non appena giunge, fa chiudere teatri e palestre e bagni e giuochi; tutti s’addestrino alla guerra, mescolati colle sue truppe; nessuno esca di città; ai contumaci la morte; e si fa gagliardo col trarre in sè il pien potere.
L’avere i Tarantini chiamato Pirro, fu dal senato romano riconosciuto caso di guerra; non volle però offendere gli Dei col porre in campo le legioni senza prima dichiarare religiosamente nimicizia a questo. Ma poichè il tempo stringeva e l’Epiro era discosto, fecero da un disertore epirota comprar un campo in Roma, e su quello i Feciali compirono i riti consueti, con ciò quietando la pubblica coscienza. Mossero poi otto legioni contro di Pirro, 280 il quale, essendosi invano offerto mediatore fra essi e i Tarantini, gli affronta ad Eraclea con disputatissima battaglia. I Romani erano rimasti sgomentati da’ bovi di Lucania, come chiamarono i non prima veduti elefanti; ma a chi gliene porgeva congratulanza, Pirro rispondeva:—Un’altra vittoria siffatta, e siamo perduti».
Sanniti, Lucani, Messapi colsero da questo disastro di Roma l’occasione per insorgere contro la tirannia di essa; appoggiato dai quali, Pirro spingesi fino a Preneste, e dalle alture vede Roma, quella Roma che più egli ambisce quanto più è capace di conoscerne la grandezza. Ammirando i cadaveri di questi Barbari, caduti in battaglia senza volger le spalle, esclamò—Sarebbe conquistato il mondo quand’io avessi per soldati i Romani, o i Romani me per capitano». Mandò a proporre ad essi la pace, purchè lasciassero libertà ai Tarantini e al resto della Magna Grecia. Mossi dalla cortesia, dall’eloquenza, dalle ragioni, dalle visite e dai doni di Cinea, che tutto ammirava, che diceva il senato essergli parso un concilio di re, i Romani già inchinavano, quand’ecco nell’assemblea presentasi il cieco Appio Claudio.
APPIO CLAUDIO
Già mentovammo questa famiglia, oriunda sabina, e risoluta propugnatrice del diritto patrizio. Secondo questo, Appio conservavasi despoto nella propria casa come un patriarca; ma al modo che i Tories della moderna Inghilterra vollero comparire autori de’ provvedimenti più liberali che il tempo richiedeva, così Appio, 311 essendo censore, avea mescolato la plebe fra tutte le tribù per crescerne l’influenza, ed ascritti nel senato anche liberti; e mentre prima sull’altare grande di Ercole non aveano sagrificato che i discendenti dell’aborigeno Potizio, Appio indusse costoro a rassegnare tal funzione a schiavi del popolo romano, comunicando così anche il sacerdozio, che fin là erasi tenuto geloso privilegio de’ nobili. Ben si cianciò che gli Dei, sdegnati di tale sacrilegio, aveano fatto morire tutti i Potizj entro un anno, e privato Appio degli occhi; ma le barriere spezzate più non si ripararono, e la nobiltà odiò invano il severo censore; il quale è pure il primo romano che appaja come scrittore avendo composto poesie sul modello di quelle di Pitagora[245], e s’immortalò anche col fabbricare un acquedotto che da ottanta stadj lontano portava acque agli abitatori delle parti basse di Roma, e collo schiudere per mille stadj la magnifica via da Roma a Capua, detta la regina delle strade, e che pareva significare l’unione dell’Italia alla sua metropoli.
Costui per gli anni e per la cecità aveva da un pezzo abbandonato i pubblici affari; ma allora, indignato che i Romani piegassero, si fece portare nella curia da quattro figliuoli, tutti stati consoli, inveì contro il greco ciarliero seduttore, esortando a respingerlo di Roma, e dettò questa risposta, da darsi a Pirro:—Se vuol la pace, prima esca dall’Italia». La franchezza e i partiti risoluti prevalgono sempre; e a voce di popolo si gridò la guerra. Gli elefanti avevano cessato di dare sgomento ai Romani, che con dardi infocati[246] ritorcendoli contro l’esercito di Pirro, lo scompigliarono e vinsero.
FABRIZIO
280 Fabrizio Luscino, famoso per fatti di guerra non meno che per integerrima costanza, fu a lui deputato onde chiedere il cambio o il riscatto de’ prigionieri; e Pirro, sapendo quanto egli fosse autorevole in pubblico e poverissimo in casa, gli esibì gran denaro, e n’ebbe un rifiuto; al domani provossi di spaventarlo col far avanzare sopra il capo di lui la proboscide d’un elefante, ma nulla parimenti ottenendo, intonò:—Più facile è sviare il sole dal suo corso, che Fabrizio dalla probità». Cinea, volendo sfoggiare della sua dotta eloquenza davanti a lui, tra il cenare espose la dottrina di Epicuro, capo d’una delle scuole filosofiche di Grecia, che negava Dio e la provvidenza, considerava la giustizia come invenzione umana, e unico fine dell’uomo il piacere; e come i costui seguaci si tenessero scevri dai maneggi pubblici, in deliziosa infingardaggine. Il che udendo, Fabrizio esclamò:—Padre Giove, fa che Pirro e i Sanniti approvino tale dottrina finchè stanno in guerra contro di noi».