Il regno di Siria comprendeva i paesi che gli antichi aveano denominati Mesopotamia, Media, Battriana, Assiria, e buona parte dell’Asia Minore; sicchè da Antiochia sull’Oronte i Seleucidi direttamente o indirettamente imperavano su quanto è tra l’Eufrate, l’Indo e l’Oxo, dal mare Egeo alle rive dell’Indo. Emuli cresceano a fianco di loro altri principi e popoli, un tempo vassalli della Persia, cioè i re della Georgia, della Cappadocia, dell’Armenia, del Ponto, della Bitinia, di Pergamo nella Misia; l’isola di Rodi, gloriosa di commercio; le repubbliche d’Eraclea, Sinope, Bisanzio; ed altre piccole potenze, or reluttanti, ora trascinate nell’orbita delle prevalenti.

La Macedonia, non più capo del vasto impero d’Alessandro, costituì regno distinto, al quale attribuisce importanza la parte che ebbe nelle vicende del paese più colto del mondo, la Grecia.

ARTI BELLE

Quell’immensa luce delle lettere e delle arti belle, per cui la Grecia rimane modello insuperabile della classica perfezione, erasi offuscata colla libertà, cessando l’ingegno d’essere ispirato dalla vita pubblica, dai grandi interessi della nazione, dalle intrepide lotte contro gl’invasori della patria. Se vi fu tempo che mostrasse ad evidenza non bastare favor di principi al fiorire degli ingegni, fu certo allora, quando i Tolomei invitavano alla loro corte chiunque avesse merito, i Seleucidi e i re di Pergamo gareggiavano con quelli nel pagar meglio i libri, i quadri, i dotti. I Tolomei proibirono si portasse fuori d’Egitto la carta di papiro, quasi appena bastasse al loro bisogno; e i re di Pergamo vi sostituirono la membranacea, perciò detta pergamena, sulla quale fecero copiare ben centomila volumi per la loro biblioteca. Eppure da tante cognizioni, da tanta protezione non iscaturirono che scritti affati, esercizj di scuola, affinamenti di erudizione, ingegnosi artifizj; nulla che accenni genio e spontaneità. Sopita la facoltà del creare, surrogata la memoria all’ispirazione, que’ letterati sottigliaronsi nell’analisi del già fatto, nei precetti del da farsi; indicarono tutti i difetti da evitare, non valsero a raggiungere le bellezze, che sole dan vita a un lavoro; seppero giustificare cogli esempj e coll’autorità ogni passo dato, anzichè per vigoria di genio farsi perdonare i felici traviamenti.

SCUOLE CRITICHE E FILOSOFICHE GRECHE

L’Egitto, l’India, fors’anche la Persia e la Babilonia, coltivarono la filosofia, ma soltanto in Grecia essa fu unita in vere scuole, con quella evoluzione ordinata di cognizioni che costituisce la scienza: e dal nostro Pitagora e da Socrate erano uscite le due sètte fondamentali, de’ Platonici o Accademici, che faceano innate nell’anima le idee, e perciò eterne la bontà e la giustizia; e degli Aristotelici o Peripatetici, che tutte le nozioni traevano dai sensi, ripudiando ciò che non fosse dato dall’esperienza.

Ma la filosofia più non avea impero quando la forza avea ridotto ogni cosa alla teorica che or chiamiamo dei fatti consumati; e deperite le istituzioni repubblicane, spento lo spirito pubblico, le dottrine cessavano d’aver predominanza sulla vita politica. In questa trista situazione, della quale il lettore non dovrà andar lontano per trovare un riscontro, l’uom pensante che si riconosce impotente ad ostare alle nauseanti realità, è indotto a cercare nella filosofia (poichè religione nel vero senso non esisteva) le ragioni di rassegnarsi a’ mali attuali, o di divenirvi indifferente. Tre vie gli si aprono a ciò: o di considerar come bene il solo piacere, e solo male il dolore, e quindi procacciarsi le sensazioni e i sentimenti gradevoli, schivare i diversi, godere degli affetti sinchè non rechino noja, accortamente soddisfacendo alle inclinazioni egoistiche: tale fu la dottrina degli Epicurei, varia nelle applicazioni, ma che sempre conchiudeva all’individuale benessere, a sottrarsi dalle pubbliche cure, come da tutto ciò che può sovvertire la quiete.

SCUOLE FILOSOFICHE GRECHE

Per riazione contro costoro, altri nell’anima riscontrano innata l’idea del vero e del buono, e ne deducono una serie logica di canoni, ai quali deve l’uomo uniformarsi invariabilmente, e così quetarsi nella beatitudine, qualunque sieno gli avvenimenti esterni. Quest’era l’insegnamento di Zenone e degli Stoici, pretendendo una virtù rigidissima, indomita da dolori, da passioni, pronta a far gitto della vita non solo ove il dovere lo chiedesse, ma anche dove ella diventasse gravosa. Riuscivano dunque alla medesima pratica conchiusione di evitar le cure pubbliche, giacchè non era possibile regolarle sopra quell’inflessibile loro modello.

Altri, scorgendo impotente l’umano intelletto a scernere la vera natura delle cose, e la sapienza filosofica non fondarsi che sovra ipotesi, credettero non si desse alcun vero assoluto, e poneano il riposo dell’anima nell’equilibrio dello spirito fra le negazioni e le affermazioni. Tali erano gli Scettici, che, rivocate in dubbio le nozioni tutte, tutti i doveri, facevano i vizj e le virtù mutevoli secondo i tempi e secondo i paesi; il savio, cui meta è la tranquillità dello spirito, deve astenersi dal prestare assenso a nulla, giacchè l’aderire è stoltezza, mentre di nulla non si può acquistare intima convinzione; fra le illusioni dei sensi e dell’intelletto deve l’uomo bilanciarsi in un giusto mezzo che meglio conduca alla felicità, nulla curandosi degli scandali e dei mali del mondo reale.