Ottavian, che venia con sua schiera,
Come la morte di Virgilio udia,
Di gran dolor fe lamentanza fera.
Ai suoi baroni allora sì dicia:
— Di scïenza è morto lo più valente,
Non credo che nel mondo il simil sia».
I moralisti del medioevo da tutti questi fatti traevano buoni insegnamenti; ed anche la fine di Virgilio, secondo una tradizione diversa, doveva istruire quanto sia fallace la scienza umana. Perocchè avendo promesso (dice) ad Augusto di fare che gli alberi portassero tre volte l’anno, ed insieme fiori e frutti maturi e acerbi, e che i vascelli rimontassero i fiumi, e si guadagnasse denaro colla facilità con cui si perde, e le donne partorissero coll’agevolezza con cui concepiscono, ed altre meraviglie, pensò tornar giovane per aver tempo a compierle. A un fedelissimo servo insegnò dunque che il tagliasse a pezzi, poi lo salasse in un barile, mettendo la testa sotto, e il cuore in mezzo, e altre avvertenze da fare nel massimo secreto, finchè egli si ravviverebbe. L’imperatore, inquieto della lontananza di Virgilio, fece tanto e tanto, che obbligò il servo a menarlo nel castello difeso da incantesimi, ove il poeta giaceva a pezzi: il che vedendo, e credendolo assassinato, egli uccise il servo. L’opera restò interrotta, e Virgilio più non rivisse.
Traverso alla mitologia del medioevo arrivò la conoscenza di Virgilio, come degli altri antichi, a Dante, il quale non seppe scegliersi guida migliore per giungere, fra i pericoli del mondo, a vedere le pene dei reprobi e le speranze de’ purganti, e fin alla cognizione delle cose superne e della verace beatitudine. Conformavasi egli alle credenze popolari allorchè facea dirgli, per niun altro peccato aver perduto il cielo, che per non avere posseduto la fede; e fa che Stazio rimanga convertito alla verità pel lume appunto venutogli dai vaticinj dell’egloga citata, sicchè dice a Virgilio:
... Tu prima m’inviasti
Verso Parnaso a ber nelle sue grotte,