ipisi pustin slaci senateis inim ink tri —
ipsius ibi loci senatus unum jugum tria
— barakinf
brachia
aufret puccahf sekss puranter teremss irik
aufert pauca sex puriter termini hircus
ecc.
Sul pendaglio d’una bella statua di bronzo, dissepolta presso Todi nel 1835, si trovarono parole, le quali (a lasciar via le fantasie e le arguzie) furono diversissimamente interpretate dai dotti. Il bibliotecario Cicconi, ricorrendo al greco, tradusse: Io lungamente tempestato in mare, offersi; il Campanari spiegò dapprima Ahala legato in onor di Marte offriva, dappoi: Ahala figlio di Trottedio il Marte Fonione dedicò; il padre Secchi divinò: Aveial Quirinus Vibii f. nomine Vibius; il Lanzi coll’ebraico intese: Acco da Todi e Tito effigiarono il simulacro della Vittoria; il Vermiglioli: Aeia L. Trutinus punu mi vere, cioè Aeia figlia di Trutino pongo sono vero; il De Minicis, Trutino Fono figlio di Aeia fece. Tanto vacilla ancora la paleografia italiota.
Nella guerra Sociale, ultima riazione degl’Italiani contro il predominio di Roma, i popoli collegati assunsero per pubblico decreto il linguaggio natìo, e l’adoprarono nelle monete (Lanzi, Disc. proem. alla Galleria). Tardi poi visse l’etrusco: e che differisse molto dal latino lo prova quel passo di A. Gellio, ove si narra che, avendo uno detto apluda e floces, voci antiquate, gli astanti, quasi nescio quid tusce aut gallice dixisset, riserunt (XI. 7). Quintiliano (Inst. orat., I. 9), trattando delle parole non di lingua, scrive: Taceo de Tuscis, Sabinis et Prænestinis quoque; nam ut eo sermone utentem Vectium Lucilius insectatur, quemadmodum Pollio deprehendit in Livio patavinitatem. Chi potrà ora determinare quelle differenze di dialetti? Tanto più che gli antichi non avevano raggiunto il sentimento della natura delle lingue, e dell’illustrazione che da esse deriva all’indole dei popoli, sicchè vi scorgessero un interesse filosofico; laonde, non si fermando sui caratteri essenziali di somiglianza, faceano dell’idioma di ciascuna città indipendente una lingua a parte, designata col nome degli abitanti.
Ariodante Fabretti, davanti al Glossarium italicum, in quo omnia vocabula continentur ex umbricis, sabinis, oscis, volscis, etruscis, ceterisque monumentis quæ supersunt collecta (Torino 1857) dice: «In una materia così difficile sarebbe strano desiderare un lexicon alla foggia delle lingue conosciute, antiche o moderne; conciossiachè accanto alle voci di sicura spiegazione avvene molte che resistono alla critica, e non permettono che congetture. Non tutte le voci sono chiarissime nel significato al pari delle umbre: karne carne, vinu vino, purka porca, sif sues, vitlu vitulo, est est, fetu facito, seritu servato, peturpursus quadrupedibus, alfir albis, rofa rufa, salvom salvum, karu coram, prufe probe, nomneper pro nomine, pupluper o popluper pro populo ecc.; — delle osche: aasas aras, dolud dolo, ligud lege, genetaí genitrici, kvaísstur quæstor, regaturei rectori, aíkdafed ædificavit, deicum dicere, fefacust fecerit, herest volet, prúfatted probavit, set sit, alttram alteram, pús qui, amiricatud immercato, malud malo, anter inter, contrud contra, inim enim, nep neque ecc.; — e delle etrusche: etera altera, clan natus, phuius filius, avils ætatis, turce donum, tece posuit, ecc. Un gran numero di vocaboli, ripetuti o modificati, varrà, se non altro, a fermare certe leggi eufoniche che governano gli antichi idiomi italici; ed alcuni nomi, che è bene conoscere, dovranno entrare quando che sia nei dizionarj della latina favella, come quelli delle tuscaniche divinità Tina Juppiter, Thalna Diana, Turan Venus, Menrva Minerva, Sethlans Vulcanus; o passati di Grecia in Etruria, come Aplu Apollo Turms Ἑρμῆς, Thethis Thetis, oltre una folla di greci eroi, quali Hercle Hercules, Achle Achilles, Achmemrun Agamemnon, Clutumita Clytemnestra, Menle Menelaus, Neptlane Neoptolemus, Pentasila Penthesilea, Urusthe Orestes ecc.