A chi rimaneva ed avesse capitali riusciva dunque agevole accumulare smisurati tenimenti, sperdendo la classe più attuosa, quella dei rustici liberi e dei piccoli proprietarj: i terreni che non lasciaronsi sodi, vennero uniti in latifondi, e retaggio di un privato diventavano contrade, che due secoli prima aveano dato materia al trionfo d'un generale[83]. Cavalieri e senatori dagli estesissimi loro poderi procuravano ritrarre la maggior rendita colla minore spesa convertendoli in prati, alla cui coltura bastavano assai minori braccia che non alla semente.

Travolte le fortune, rotte le tradizioni, incitate la cupidigia e le speranze, purchè si alzasse una bandiera, certo le correrebbe dietro una moltitudine volonterosa di sovvertire l'ordine presente, senza curarsi quale sarebbe a sostituirvi. Ma voleasi estirpare il male? non era possibile se non collo scompigliare di ricapo le proprietà, portare su nuove tavole di proscrizione quelli che delle prime aveano vantaggiato, sbrigliare la vendetta, inondar l'Italia di sangue. Ma poi, spropriati gl'ingiusti possessori, a chi rendere i terreni? la guerra, la proscrizione, la miseria aveano od uccisi o fatto dimenticare i primitivi proprietarj, che stivati negli insalubri tugurj di Roma, baccaneggiavano nel fôro, vivacchiavano delle largizioni pubbliche, o al più faceano sonare qualche debole ed isolato lamento contro la forza, che eransi assuefatti a riguardare come diritto.

Vedevasi dunque l'abisso, ma non come colmarlo. Il tribuno Rullo Servilio, stimolato da Cesare, pensò almeno un palliativo (63), proponendo leggi agrarie modellate sulle precedenti. Decemviri, nominati non da tutte e trentacinque tribù, ma da sole diciassette, tratte a sorte come si soleva nella elezione de' pontefici e degli auguri, doveano vendere i possessi pubblici in Italia, e fuori d'Italia quelli conquistati dopo il primo consolato di Silla; le gabelle di essi mettevansi all'incanto, per ottenere subito un capitale, con cui si comprassero campi in Italia da piantarvi colonie e ripristinare le proprietà minute. Quasi un compenso, egli dichiarava legittime le vendite di possessi pubblici fatte dopo l'82, cioè le Sillane, ed anche le usurpazioni.

Sbigottirono i ricchi al pensare che le proprietà loro dovessero passare alla rassegna del rappresentante del popolo; sbigottirono di questo smisurato potere affidato ai dieci, che col sovvertimento delle fortune avrebbero potuto anche mutar lo Stato. Onde a Cicerone, che mercè de' cavalieri era divenuto console e attorno al quale si stringevano i ricchi[84], affidarono l'incarico di dissuadere la legge. Ed egli, benchè nell'accettare la suprema magistratura avesse professato voler essere console popolare, adoprò quella sua eloquenza tutta di passione a combattere Rullo; con arte da retore mettendo in giuoco tutti i sotterfugi e i pregiudizj, confuse le proposizioni, riducendole continuamente a quistioni di persone; lusingò il vulgo col chiamare i Gracchi chiarissimi, ingegnosissimi, amantissimi della romana plebe, che coi consigli, la sapienza, le leggi assodarono tante parti della repubblica[85]; blandì la boria nazionale col magnificare la repubblica, ma soggiungeva: — Quando mai s'era veduta questa comprar a denaro lo spazio ove stabilire colonie? sarebbe degno di sì gran madre il trapiantare i suoi figliuoli sopra terre acquistate altrimenti che colla legittimità della spada? distribuire le terre, state teatro di gloriose vittorie? e i campi, da cui proveniva il grano da dispensare al sacro popolo?[86]. Popolare son io al certo, stratto da gente nuova, non appoggiato d'aderenze: ma la popolarità non consiste nel sommovere con larghe promesse; bensì la pace, la libertà, il riposo sono i beni inestimabili che io voglio far godere al popolo. Cotesto Rullo, orrido e truce tribuno, a pezza lontano dall'equità e dalla continenza di Tiberio Gracco, che cosa pretende colla legge agraria? gettare in gola alla plebe i campi per depredarne la libertà, arricchire i privati spogliando il pubblico. I decemviri restano convertiti (quale orrore!) in dieci re, che una nuova Roma meditano erigere in Capua, in quella Capua la quale già un tempo aveva osato chiedere che uno dei consoli fosse campano, e che lieta di posizione e di territorio, si fa beffe di Roma, piantata in monti e valli, trista di vie, con angusti sentieri, con povera campagna». Così solleticando tutti i pregiudizj, Cicerone vinse la causa: ma la sua popolarità ne rimase scossa.

Un altro tribuno Roscio Otone propose, ai cavalieri si assegnasse posto distinto ne' giuochi. Ma ne spiacque talmente ai plebei, che dai fischi si stava per venire ad aperta sommossa, quando Cicerone ricomparve alla ringhiera, e sì ben parlò, sì bene confuse l'ignoranza della ciurma, la quale osava fare schiamazzo fin mentre il gran comico Roscio recitava[87], che il popolo s'inghiottì la legge di Otone.

Cajo Rabirio, fazioniere di Silla, quarant'anni prima aveva ucciso il tribuno Lucio Apulejo Saturnino, allorchè i cittadini in massa furono chiamati dal senato a prendere le armi per Mario e Flacco. Contro di lui, or vecchio e senatore, Giulio Cesare per mezzo di Tito Labieno portò un'accusa, dove si trattava nulla meno che di sminuire al senato il diritto d'affidare la plenipotenza ai consoli, d'avere cioè arbitrio sulle vite persino dei tribuni, la cui opposizione cessava al bandirsi della legge marziale. Cavalieri e senatori, avvedutisi del pericolo comune, pagarono Cicerone per difendere l'imputato: ma l'eloquenza di lui, l'orrore che sparse contro i sommovitori della pubblica quiete, le lodi che profuse a Mario «padre e salvator della patria, vero procreatore della libertà e della repubblica», nol salvarono dai fischi della moltitudine, esaltata dall'effigie di Saturnino esposta sulla ringhiera; nè il reo avrebbe sfuggito la condanna di perduellione, che portava il supplizio della croce, se non soccorreva uno spediente legale. Quando la repubblica romana estendevasi poche miglia, sul Gianicolo teneasi elevata la bandiera bianca, e se mai il nemico s'accostasse, veniva abbassata, e subito ognuno era obbligato lasciar le adunanze e il fôro per correre a difender la patria. Da secoli la cosa avea perduto senso, pur rispettavasi ancora l'avita usanza, e il vessillo bianco rimanea sciorinato quanto duravano le popolari votazioni del campo Marzio. Adunque il pretore Metello Celere andò a strapparlo, e bastò perchè si dichiarasse sciolta l'assemblea, e sospeso il voto di condanna. Ma bastava pure perchè i senatori s'accorgessero di non essere più sicuri sulle loro sedie curuli.

Dei cavalieri aveva ottimamente meritato Cicerone, perseverando nell'attribuire importanza a quell'Ordine; e portato console, li costituì veramente come una classe media fra i senatori e la plebe. Essi in ricambio lo spalleggiavano, mentre il popolo a cotesto signor degli affetti cedeva i proprj comodi, i piaceri, fin le vendette. I figliuoli de' proscritti, che per le leggi sillane rimanevano non solo spogli della proprietà, ma esclusi dal senato e dai pubblici onori, si arrabattavano per far derogare l'iniquo castigo. Domanda giusta quanto moderata: ma Cicerone vi si oppose a titolo di convenienza, col mostrare che fosse inopportuno il ringagliardire la parte soccombuta, la quale per prima cosa avrebbe pensato alla vendetta, poi a nuove spropriazioni: d'altra parte, se si dessero impieghi a gente, onorevole per certo e degna, ma impoverita, non era probabile che se ne volesse rifare?[88]. Con uno sfoggio di stile, che forse niun'altra volta mai tanto artifiziò, insinuava ai soffrenti la necessità di soffrire pel comune vantaggio; pazientassero un'ingiuria utile alla repubblica, la quale avendo avuto e quiete e sistemazione dai decreti di Silla, sarebbe sommossa all'infirmarsi di quelli. Anche questa volta trionfò l'eloquenza, e gli arricchiti dalle confische di Silla deposero la paura di vedersi spogliati: e lascisi pure che Roma brontoli contro Tullio, fautore dei sette tiranni, come chiamavano quelli che più s'erano impinguati nelle preterite vicende, e che erano i due Luculli, Crasso, Ortensio, Metello, Filippo, e quel Catulo che fu uno degli ultimi conservatori romani di vigorosa indipendenza.

Se dunque passiamo in rassegna i partiti d'allora, ecco da un lato alquante famiglie primarie che aveano tratto a sè il maneggio del senato e della repubblica, appoggiandosi a Pompeo Magno, mentre il grosso dei senatori volea avervi altrettanta parte; sicchè l'aristocrazia medesima trovavasi divisa tra sè, e ognuno aspirava a turbar la repubblica, piuttosto che rimanere in grado inferiore[89]. Rappresentante di tale partito era Licinio Crasso, mentre i perseguitati da Silla, devoti al nome di Mario, rannodavansi a Giulio Cesare, ambizioso di ben altra levatura, che ascondevasi ancora, ma in cui per istinto gli aristocratici indovinavano il loro gran nemico. Restava quel morbo postumo di tutte le guerre, gli spadaccini, che sprezzano gli uomini di toga o di lettere, e non ribramano se non le occasioni di menar di nuovo le mani; e ognuno può ricordarsi d'aver veduto costoro darsi aria di generosità, e in loro mettere speranza e a loro aggregarsi una gioventù liberale, che vulgarmente ripone l'onore nel coraggio, e che aspira al mutamento qualunque sia e dovunque venga.

Ed opportunissimi erano in fatto a chi per via della sommossa e degli assassinj politici pensasse tentar le riforme, siccome fece Lucio Catilina. Usciva dall'illustre gente Sergia, la quale pretendeva derivare da Sergesto compagno d'Enea[90], ed aveva ricevuto onore da Marco Sergio, che perduta in guerra la mano destra, se ne fece far una di ferro, e seguitò a combattere per quattro campagne; ventitre volte fu ferito; preso da Annibale due volte, due volte fuggì di prigione, dopo rimasto in catene venti mesi; allargò l'assedio di Cremona, difese Piacenza, prese dodici campi di nemici nella Gallia: i quali meriti ed altri molti annovera egli stesso in un'orazione recitata quando i pretori suoi colleghi voleano escluderlo dai sacrifizj come infermo[91]. Catilina senatore, colto, educato, destro negli affari, di seducenti maniere, franco parlatore, largo del suo, ingordo dell'altrui, simulatore e dissimulatore, pronto in parole e in metterle ad effetto, versatile ne' mezzi, ambiva alle cose; serviziato cogli amici, s'avea bisogno di un cavallo? d'armi? di disporre giuochi gladiatori? bastava ricorrere a lui; a lui per eludere l'oculatezza d'un padre, la severità d'un giudice, le persecuzioni d'un creditore; a lui per comprare voti ne' comizj, testimonj falsi ne' tribunali, assassini prezzolati. Queste erano le arti con cui uno poteva a Roma acquistarsi reputazione e clientela, quanto oggi si ottiene colla virtù, coll'onoratezza, o colle loro apparenze. Del resto biscazziere, gozzoviglione, di rotti costumi, nella prima gioventù innamoratosi d'Aurelia Orestilla, vedova bella e null'altro, per farla sua tolse di mezzo un figliastro; più tardi sposò una fanciulla generatagli da essa; corruppe una Vestale, cognata di Cicerone.

Al tempo di Silla erasi segnalato per ferocia nell'eseguirne e trascenderne i comandi (pag. 70), e per tali vie attinse le primarie dignità: questore, luogotenente in molte guerre, alfine pretore in Africa, ivi commise tali vessazioni, che una deputazione fu spedita a richiamarsene in senato, alla quale poco mancò non fosse resa giustizia. Alle sue prodigalità non bastando le concussioni, affogava nei debiti; e non sentendosi bastante potenza nè ricchezza per far dimenticare gli assassinj e gl'incesti passati, cercava modo di capovoltare la repubblica per erigersi sopra le ruine, e gliene davano lusinga quelle cose in aria e la facile riuscita di Silla.